Il mio amico Huck Finn, di Riccardo Ferrazzi

Per tradurre The adventures of Huckleberry Finn non si può prescindere da ciò che al testo è stato premesso dall’autore. Lo riporto integralmente perché anche il burlesco “Avviso” iniziale è indispensabile per chiarire quale deve essere il tono della narrazione.   

 

                                                    Avviso

 

Chiunque cerchi di trovare uno scopo in questo romanzo sarà incriminato; chiunque pretenda di trovarci una morale sarà proscritto; 

chiunque si azzardi a trovarci un senso sarà fucilato.

 

                                                                    Per ordine dell’autore

 

                                                                    Firmato              G.G.

                                                                               Comandante in capo dell’Artiglieria (*)

 

(*) N.d. T.  Si suppone che questo G.G. fosse un tale George Griffin, negro nato schiavo e reso libero dalla Proclamazione di Emancipazione dopo essere stato attendente del generale Devens durante la Guerra di Secessione. A partire dal 1874 fu per diciassette anni maggiordomo in casa di Samuel Clemens (vero nome di Mark Twain). Si dice che abbia ispirato il personaggio del negro Jim.

 

L’azione si svolge nella valle del Mississippi.

 

L’epoca: quaranta o cinquant’anni fa. *  

*N. d. T.  Il libro fu pubblicato nel 1885 

 

                                              Un chiarimento

 

Nel testo vengono utilizzati un certo numero di dialetti: la parlata dei negri del Missouri, alcune forme estreme del dialetto parlato nelle foreste del Sudovest, il vernacolo in uso nella “Pike county” (Missouri e Illinois), e quattro diverse varianti di quest’ultimo. 

Le sfumature linguistiche non sono state costruite a casaccio o tirando a indovinare, ma lavorandoci su con l’affidabile guida e col supporto della mia personale consuetudine con ciascuno di questi linguaggi.

Tengo a metterlo bene in chiaro perché altrimenti i lettori potrebbero supporre che i personaggi tentino di parlare la stessa lingua, senza riuscirci.

                                                                          

                                                                                                L’autore.

 

                                       Come tradurre Huck Finn?

 

Il “Chiarimento” autografo di Mark Twain mette in evidenza quanto sia problematico trasporre in italiano la varietà linguistica del testo originale. Tanto più che non sempre i personaggi parlano allo stesso modo: la lingua dello stesso Huck Finn diventa più formale quando narra distesamente, salvo poi tornare al gergo nei dialoghi e nelle scene di azione. 

D’altra parte, la varietà linguistica del testo è così importante che non può essere ignorata (anche se le particolarità del testo sono state trascurate in quasi tutte le traduzioni di “Le avventure di Huckleberry Finn”, a torto considerato un romanzo “per ragazzi”).  

Come tradurre in modo da rendere almeno il sapore dei diversi vernacoli? 

Non è possibile fare un sistematico ricorso ai dialetti italiani, che rimandano ciascuno a una cultura specifica e bene individuata. Inoltre, le sgrammaticature dell’italiano colloquiale sono troppo diverse da quelle americane: solecismi come “knowed”, “says I”, “warn’t”, “I up”, “I done”, come anche certi vocaboli poco usati e altre particolarità che non hanno corrispettivi nella nostra lingua, pongono seri problemi non soltanto quanto alla resa del significato, ma soprattutto quanto al suono e al “sapore” della parlata originale. 

Per rendere almeno l’idea delle semplificazioni grammaticali e sintattiche del testo, ho scelto di far parlare Huck Finn e Tom Sawyer con l’italiano gergale usato dai ragazzini (con uso e abuso dell’imperfetto e quasi totale assenza di congiuntivi). 

In mancanza di espressioni capaci di rendere il sapore di un inglese maccheronico, spesso non ho potuto fare a meno di ricorrere a modi di dire e frasi fatte dell’italiano colloquiale (una scelta che ha permesso di salvare il senso e, in parte, il gusto vernacolare, ma ha ovviamente tradito la specificità americana). 

Nei dialoghi di Huck, come pure di Tom Sawyer e di altri bianchi del Nord, ho evitato quasi tutti i congiuntivi, spesso anche i condizionali, e a volte perfino il passato remoto. Ho inserito anche qualche sgrammaticatura tipicamente italiana. Quasi tutti i periodi ipotetici sono espressi con l’imperfetto. Invece, quando il narratore (che è Huck) prende un tono non dialogante, soprattutto nelle descrizioni, ho adottato una lingua, sempre colloquiale, ma sintatticamente un po’ più corretta.  

Restavano da differenziare i codici verbali degli adulti. 

Le parlate dei bianchi nel Missouri e nell’Arkansaw, così come appaiono nel testo, non appaiono molto diverse tra loro, anche perché i personaggi di basso livello parlano poco, mentre quelli istruiti parlano un inglese abbastanza corretto. Tuttavia, per dare il senso della distanza percorsa dal Missouri all’Arkansaw, ho cercato di dare una inflessione vagamente toscana alla parlata dei popolani dello stato del Sud.

Ho scelto di far parlare un italiano corretto a zia Sally e zio Silas, al colonnello Sherburn, al giudice Thatcher e a pochi altri. Il Re e i popolani del Sud usano dialetti e volgarità abbastanza simili fra loro. Invece il Duca e il padre di Huck, che parlano lo stesso dialetto nordista, non rinunciano a qualche ricercatezza (come, per esempio, i periodi ipotetici). 

Quanto al modo di esprimersi degli schiavi negri, davanti all’impossibilità di rendere le sonorità dell’originale, ho adottato un linguaggio misto di strafalcioni, qualche eco di alcuni dialetti italiani, la quasi assenza della lettera “p” e una traslitterazione della pronuncia “tuttattaccata”, tipica degli analfabeti che non staccano una parola dall’altra.  

 

Infine, a proposito del personaggio di Jim, dell’uso del termine “negro” e di tutto ciò che nel testo si riferisce alla questione razziale, non si può fare a meno di sottolineare che il libro fu pubblicato nel 1885 e che l’autore, uomo del sud, militò seppur brevemente nell’esercito confederato. 

Adeguare il testo ai dettami “politically correct” stravolgerebbe un piccolo capolavoro che è anche una testimonianza della mentalità nordamericana del diciannovesimo secolo. Mentalità che a tutt’oggi non è ancora stata debellata. 

 

Le avventure di Huckleberry Finn, di Mark Twain, nella traduzione di Riccardo Ferrazzi e Marino Magliani, è edito da OLIGO.

2 pensieri su “Il mio amico Huck Finn, di Riccardo Ferrazzi

  1. Sparz

    molto intereessante, caro Riccardo, e molto arduo compito il tuo, da Garcia Lorca a Mark Twain. Posso dirti però che si dice “nero” e non “negro”, se si parla un italiano corretto?

    Rispondi
    1. Riccardo Ferrazzi

      C’era da fare una scelta (che, come tutte le scelte,è sempre discutibile): uno dei temi centrali del romanzo è la condizione degli schiavi (neri o negri) prima della guerra di secessione (ma anche dopo !). Credo di aver chiarito i motivi della mia scelta: resto convinto che i testi ormai antichi (Huck Finn fu scritto ben più di cent’anni fa, e parla di una realtà che ha quasi due secoli) non vadano decontestualizzati, altrimenti perdono significato. Nel caso di Huck Finn usare termini come per esempio “persone di colore” e “nativi americani” (pensa al modo di dire: “honest injun”) finirebbe per snaturare il testo, se non addirittura renderlo grottesco. Ho scelto “negro” invece di “nero” proprio perché Mark Twain intendeva mettere in risalto le contraddizioni dello schiavismo. Sono convinto che una traduzione “politically correct” avrebbe un risultato opposto e finirebbe per tradire le intenzioni dell’autore.

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