La parola ai poeti. Marco Scalabrino

Della Sicilia, della poesia e un po’ di me

di Marco Scalabrino 

Sti silenzi, sta virdura,
Sti muntagni, sti vallati,
L’à criatu la Natura
Pri li cori nnamurati.

Lu sussurru di li frunni,
Di lu ciumi lu lamentu,
L’aria, l’ecu chi rispunni,
Tuttu spira sentimentu.

Dda farfalla accussì vaga,
Lu muggitu di li tori,
L’innuccenza chi vi appaga,
Tutti pàrranu a lu cori.

Stu frischettu nsinuanti
Chiudi un gruppu di piaciri,
Accarizza l’alma amanti
E ci arrobba li suspiri.

E ancora:

Mi votu e mi rivotu suspirannu,
passu li notti ‘nteri senza sonnu
e, li biddizzi toi iu cuntimplannu,
mi passu di la notti ‘nsinu a jornu.
Pi tia nun pozzu ora chiù durmìri,
paci nun havi chiù st‘afflittu cori.
Lu sai quann’è ca iu t’aju a lassari?
Quannu la vita mia finisci e mori.

E inoltre:

Marini suli coppuli lupara
bagghi templi canzuni marranzanu
cuscusu pisci pupi petra-lava…
facissivu bonu a scurdarivilli!

Curcatu nna la storia d’un paisi
unni sparti un cumuni patrimoniu
di sangu di lingua e di civiltà
c’è un populu chi sonna di scuddarisi
lu jugu rancitusu chi l’appuzza.

Nun la svigghiati cu la scusa: – È tardu! –
Sicilia accomora cridi a li sonni.

Sono tre passi, rispettivamente, del vate palermitano Giovanni Meli, della migliore tradizione popolare siciliana e di un autore dialettale contemporaneo. 

Ecco, non avrei potuto iniziare questo nostro incontro se non a partire dalla mia terra, dalle mie radici, dalla mia lingua; e come meglio se non per voce dei poeti (di taluni di loro ovviamente) che la mia Sicilia da sempre hanno celebrato. Certo sono unicamente tre sparuti esempi, peraltro differenti fra loro per collocazione temporale, per scansione metrica, per taglio contenutistico, ma nella loro quasi complementarietà sono emblematici della composita realtà siciliana.

Questa schematica prolusione ci catapulta già nel nocciolo dell’odierna nostra chiacchierata. Una prolusione proficua, mirata, perché da essa traspare distintamente la principale combinazione a fondamento dei miei interessi culturali: la Sicilia nella sua interezza di natura, storia, arte, cultura, folklore, costume e, nello specifico, il dialetto siciliano e la poesia in dialetto.  

Glissata la vexata quaestio lingua o dialetto, confesso ipso facto che… non sono stato io a scegliere il dialetto; è stato lui che ha scelto me! La prima lingua che ho ascoltato, la prima lingua che ho imparato, la prima lingua con la quale ho interloquito con i miei simili è stata la parlata siciliana della mia città; la lingua d’‘a minna (la lingua del seno materno), come l’appellò il nostro illustre poeta ramacchese Vito Tartaro. È stato un atto naturale; nessuna strategia, nessuna forzatura è stata praticata. L’italiano l’ho appreso dopo, a scuola; l’italiano si è sovrapposto al dialetto, si è imposto sul dialetto, si è sostituito al dialetto. Per lunghi anni è stato così. Poi (d’un tratto?) il dialetto – evidentemente mai del tutto piegato, mai del tutto sconfitto, mai del tutto sbaragliato ma solamente sopito, ingabbiato, proscritto – s’è presa la sua rivincita! S’è scrollato di dosso decenni di abbandono, di negazione, di rifiuto e, in tutta la sua bellezza, dovizia, duttilità, nel rigoglio delle sue nobili radici greche, latine, arabe… si è fatto, si è elevato, si è eletto, prepotentemente, a lingua della mia poesia. Mi viene in proposito, oggi, da considerare che sono in buona sostanza bilingue, ho adeguata competenza in entrambi i registri linguistici; perché mai, arrendendomi peraltro a una devastante sudditanza culturale in voga, dovrei rinunciare a uno di loro, a quello per giunta che più mi appartiene, a quello al quale più appartengo? D’altronde, sappiamo bene, la bontà di ciò che si dice/scrive non insiste per assioma sullo specifico codice di comunicazione che si adopera quanto sulla qualità intrinseca del pensiero che esso esprime e sulla forma che tale pensiero assume. 

Si situa in quest’ambito, rientrando nel merito del nostro incontro, la poesia dialettale. In ciò peraltro confortato dall’assunto di Giovanni Vaccarella: “La poesia dialettale oggi è poesia di cose e non di parole, è poesia universale e non regionalistica, è poesia di consistenza e non di evanescenza” e dalla acuta asserzione di Antonio Corsaro: “I dialettali non sono mai stati estranei alle vicende della cultura nazionale, anche se disuguale è il loro piano di risonanza”. Dialettale o meno – aggiungerei – oggi più che mai il poeta è cittadino del mondo. Egli dunque come tutti e ciascuno di noi ha, a maggior ragione forse in virtù del suo ruolo, il dovere della coscienza critica rispetto alle vicende sociali e politiche del proprio paese e del mondo intero. Il futuro dell’uomo e quello del poeta sono indissolubilmente legati; se il mondo crolla crolla per tutti, lui compreso.    

Quanto a me, affidata “ai posteri l’ardua sentenza”, scrivo in siciliano perché il mio sentire è siciliano, i miei pensieri nascono in siciliano, il mio animo è profondamente, convintamente siciliano. 

Taluni lettori hanno creduto di ravvisare nei meandri dei mei testi, oltre che le avvisaglie di uno sperimentalismo, una sorta di ricerca linguistica, di recupero di parole inseguite nelle profondità glottologiche, di ripescaggio di voci portatrici di echi lontani, intese a comporre una partitura ricchissima ma, giustappunto per ciò, in quei tratti desueta.  

Proverò succintamente a replicare nei capoversi seguenti a tali legittime valutazioni. Vi premetto  nondimeno, al fine di favorirne una più confacente lettura, nella esegesi di Flora Restivo, talune delle tracce che caratterizzano il mio lavoro: “L’incessante studio sulla parola, il rispetto per la materia scelta come mezzo espressivo, uno spinoso lirismo, in una silloge in cui le poesie, pur creature a se stanti, valide perciò singolarmente, compongono altresì un canovaccio, una storia con un fil rouge che è l’uomo, il bene e il male, i complessi rapporti che ne seguono, il cui percorso spazia nella storia e nella cronaca, nel passato e nel presente, nelle mille ambivalenze del reale e nelle sue contraddizioni”. E prosegue la Restivo: “Un lavoro svolto con amore e per amore di un poiein in grado di proporre moduli espressivi inconsueti e impegnativi, schemi variegati fino alla corrosività, insoliti nell’ambito della forma, delle strutture semantiche, del metodo di esprimere i contenuti, capace di mantenere intatti nel tempo senso e valore al fine di dare l’adeguato risalto alla nobiltà e alla qualità della scrittura in dialetto, innegabilmente singolare e anticonformista e, altrettanto innegabilmente, impastata di cristallina sicilianità”. 

Tanto asseverato riconosco, sì, che il linguaggio da me schierato può profilarsi, nel suono e nel senso, di primo acchito poco comprensibile. Ciò perché, nel mio impari cimento con l’atto della creazione, sono andato a ricercare nelle vastissime plaghe del dialetto le parole, le locuzioni nominali, verbali, aggettivali, giusto quelle e non altre, che potessero al meglio rendere i concetti e i frangenti che esso andava a veicolare, che potessero costruire una sintassi di immagini atte a ri-creare non solo il senso ma anche il “tono” del mio pensiero. Ebbene, riguardo a ciò, probabilmente esso pare esorbitare quello comunemente spacciato nella esangue e frettolosa prassi quotidiana. 

Una precisazione tuttavia, al fine di evitare di incorrere in facili equivoci e di scongiurare erronee impressioni che potrebbero derivarne e a beneficio soprattutto di coloro non iniziati alle finezze linguistiche, è doverosa. In effetti io non pratico e non adopero parole rare o desuete, arcaiche o dismesse. Tutti i miei termini sono frutto di una lunga, assidua, entusiasta frequentazione del dialetto, di ieri e di oggi, dell’occidente e dell’oriente dell’Isola, degli studi dei testi di quei poeti, letterati, cultori che nel tempo, nei secoli ormai, al nostro dialetto hanno votato le loro esistenze. E pertanto, essi sono termini tutti del dialetto siciliano; termini, come poc’anzi detto, che al meglio realizzano il mio pensiero. 

Quanto al presunto sperimentalismo… non mi attarderò in affannose smentite. Semplicemente, in tutta franchezza, oppongo che quei componimenti “incriminati”, nella fattispecie una falange di testi inclusi ne La Casa Viola quali: .Puntu. .niuru., Supra e sutta, Faddacchi, Palluni, Ctrl+alt+canc e qualche altro, dai moduli espressivi inconsueti, non sono stati affatto deliberatamente coniati così, non sono stati volutamente costruiti al fine di apparire a motivo della loro inusitata (almeno quanto alla poesia siciliana) disposizione del nero dell’inchiostro sul paglierino della pagina, non sono stati vergati in siffatta maniera col calcolato proposito di “acchiappare” per la loro singolare impalcatura. L’atto topico, il momento del concepimento è (inequivocabilmente) anteriore a quello della scrittura! Va da sé, quindi – lo affermo senza timore alcuno di espormi – che… sono stati loro, i versi, quegli stessi versi e non altri, proprio quei componimenti e non altri, a richiedere, a esigere, a impormi quella forma, quella scansione, quegli “artifici”; la mano, la penna, la tecnica si sono solo messi al servizio, hanno unicamente eseguito, sono stati in virtù di santa obbedienza arrendevoli. Agli occhi di quanti – per le comuni affinità – nel leggere comprenderanno, questi miei faticosi tentativi di spiegazione risulteranno del tutto superflui, goffi, fuori luogo; quanto agli altri… confido nel loro munifico credito.  

Siffatto dialetto pertanto – e ci accostiamo così al secondo risvolto del mio lavoro, la traduzione – non teme tenzone. Ci inoltriamo in argomento e scorriamo assieme tre miei adattamenti in dialetto siciliano; nell’ordine: A poem is a city / Na puisia è un paisi di Charles Bukowski, Dippold, the optician / Dippold, l’ucchialaru di Edgar Lee Masters, A few words on the soul / Qualchi palora ncapu a l’anima di Wislawa Szymborska:

Na puisia è un paisi

Na puisia è un paisi chinu di strati e chiàvichi,
di santi e d’eroi, di minzugnari e ciriveddi pirciati,
di cosi pistati e ripistati e genti chi si mbriaca
e di chiuvuti e saitti quannu no di siccarizzu;
na puisia è un paisi in guerra,
un paisi chi addumanna un ruloggiu di pirchì,
un paisi chi abbrucia e feti,
cu li pistoli sempri sfurrati
e li putìi di li varveri vunci di cinici allitrati;
na puisia è un paisi unni Diu va a cavaddu
pi li chiani nudu comu a Lady Godiva,
unni li cani abbaianu a la notti
e assicùtanu la bannera;
na puisia è un paisi di pueti,
li chiù fatti cu lu stampu
mmiriùsi e muzzicunari;
na puisia è stu paisi astura,
50 migghia arrassu di nuddu postu,
a li 9 e 9 di matina,
sapuri di licori e sicaretti,
nenti sbirri né nnamurati vaneddi vaneddi;
sta puisia, stu paisi, li porti chiusi,
attangati, comu un disertu
bisitusu e senza lacrimi,
jornu pi jornu chiù vecchiu,
li muntagni di mazzacani e sciara,
l’oceanu na vasca-bagnu fumanti,
la luna casa di villiggiatura,
na musica surda di li finestri rutti;
na puisia è un paisi,
na puisia è na nazioni,
na puisia è lu munnu…
E mentri cafuddu tuttu chissu sutta vitru
pi lu benistari di dda testa gluriusa di l’edituri,
la notti è a nautra banna:
fimmini grici e fracchi su’ alliniati addritta,
un cani appizza appressu a nautru cani,
trummetti sturdinu l’aricchi
e ominicchi carcarìanu di cosi
chi mai e poi mai ponnu fari.

Dippold, l’ucchialaru

Zoccu vidi?
Baddi russi, giarni e viola.
Un mumentu. E ora?
A me patri, a me matri e a li mei soru.
D’accordu. E ora?
Cavaleri armati, beddi dami e facci leti.
Prova chisti.
Frumentu a scialacori – un paisi.
Appostu. E ora?
Fimmini cu l’occhi chiari e labbra aperti.
Prova st’autri.
Un biccheri supra un tavulinu.
Canciamu vitra.
Un spaziu vacanti – nenti di spiciali.
E ora?
Arvuli di pinu, un lacu, un celu di staciuni.
Va megghiu. E ora?
Un libru.
Leggiminni na pagina.
E comu si fa? Li pagini mi svirtìcchianu sutta l’occhi!
Nzaia st’autru paru.
Mulineddi d’aria.
Appustuni. E ora?
Luci, sulu luci chi cancia tuttu lu munnu a jocu.
Ci semu! Su’ chissi l’ucchiali chi avemu a fari.

Qualchi palora ncapu a l’anima

L’anima nuatri ci l’avemu di tantu in tantu;
nuddu mai ci l’avi di cuntinuu.
Li jorna e l’anni
ponnu passari comu nenti senza di idda.
A li voti si ferma p’un pizzuddu nna la carusanza;
autri voti ni veni a truvari di vulata nna la vicchiaia.
Di raru ni duna na manu cu li camurrìi:
tipu quannu sturnamu, quannu semu càrrichi di valigi
o quannu caminamu cu li scarpi chi ni macirìanu li pedi.
E propriu si canzìa siddu avemu a capuliari la carni
o ni tocca jinchiri fogghi e fogghi di carti bullati.
Ntra milli discursi chi facemu
idda s’apprisenta sì e no nna unu, e mancu sparti,
pirchì prifirisci lu silenziu.
Ci veni lu sustu a vìdirini, nna la fudda,
trafichiari bazzarioti abbasta chi ci nesci un sgobbu
e quannu lu ciriveddu ni scoppia
ni saluta e si la scoffa.
Pirchì ci abbutta.
E siccomu lu preju e lu siddìu
nun su’ pi idda sintimenti sparaggi
sta cu nuatri sulu quannu chissi dui su’ tutta na cosa.
Ci putemu fari cuntu
siddu capita chi semu chiù cunfusi chi pirsuasi
e però la curiusità n’arrùsica
e, ntra li cosi di stu munnu,
nesci foddi pi li ruloggi a pènnulu e li specchi,
chi sgobbanu puru quannu nuddu li talìa.
Nun dici mai di unni veni
né quannu né pirchì si cogghi li pupi,
ma sutta sutta spinna chi ci lu dumannamu.
Cuttuttu pari chi nuatri avemu bisognu di idda
almenu quantu idda di nuatri.

“Un concetto – assevera Attila József – è lo stesso sia per un filosofo cinese che per uno ungherese o inglese. Chiunque può esporlo con le proprie parole. Il concetto quindi, in quanto spiritualità, è dell’umanità intera. Ogni filosofia infatti è traducibile in ogni lingua, perché importante è che vi sia concordanza concettuale, non verbale e se in una lingua non vi fosse una parola specifica per un concetto, noi possiamo sempre parafrasarlo ed esprimerlo, ciò nonostante, perfettamente”. 

La traduzione di poesia è un’operazione delicata e complessa, che implica problemi teorici e pratici non sempre di facile soluzione. Ho affrontato l’attività di traduzione dopo accurati studi e dopo avere fatto miei parecchi degli assunti che nel tempo ho appreso. Luca Guerneri rilevò che “il confronto con l’altra lingua diventa spesso un braccio di ferro con la propria”; Alba Olmi che “si tratta di una trasposizione di testi, non di parole o frasi, da una cultura all’altra e che è l’opera stessa da tradurre a suggerirci i percorsi”; Paul Ricoeur che “il traduttore forza la propria lingua a rivestirsi di estraneità e la lingua straniera a lasciarsi de-portare nella sua lingua materna… perché non solo i campi semantici non si sovrappongono, ma le sintassi non sono equivalenti, l’andamento delle frasi non veicola le stesse eredità culturali”. Tradurre poesia è dunque (per me) impresa nella quale, per quanto impegnativo, è gratificante e perentorio riuscire. Ciò perché la traduzione, questo genere letterario a sé, è per forza di cose re-invenzione in certa misura del testo originale, è un passe-partout che ci introduce a un inusitato trip letterario, è uno star-gate che ci spalanca l’altrui universo. Un universo composito, intriso di fantasia e parimenti radicato nella attualità, crudo e allucinante e altresì tenero e sognante, un universo che se per taluni caratteri rinveniamo sotto casa per taluni altri ci svela spaccati, scene, luoghi esoterici, misteriosi, mitici: la poesia di ogni latitudine, di ogni lingua, di ogni vocazione. Gli esiti non lascino trasparire il lungo studio e il grande amore che sono stati necessari, i vantaggi e gli svantaggi connaturati al passaggio da una lingua all’altra, l’iniziativa personale richiesta al traduttore e induca anzi il lettore alla considerazione che le poesie sembrano essere state concepite, nel nostro caso, in siciliano.

La mia attività di traduzione coincide con un’opera di promozione scaturita da una consapevole assunzione di responsabilità nell’implicito giudizio positivo di poeti senza limiti geografico-temporali e linguistici. Autori che si collocano dalla classicità, Orazio e Catullo, con un smisurato balzo, ai nostri giorni, taluni addirittura viventi: Peter Thabit Jones, Iacyr A. Freitas e Jacques Thiers; autori di disparate regioni dell’Europa e delle Americhe: Peter Russell, George Bacovia, Nat Scammacca, Horacio Castillo; alcuni planetariamente noti: Charles Bukowski, Edgar Lee Masters, Wislawa Szymborska, fianco a fianco ad altri scarsamente conosciuti o pressoché sconosciuti in Italia: Duncan Glen, Paul Snoek, Robert Garioch e Hugh Mac Diarmid. Tutti autori nondimeno di spessore, di valore, che trovano, mediante il mio devoto tributo, una piccola ribalta, un’angusta finestra tramite la quale affacciarsi ed entrare a far parte della cultura siciliana. Le mie traduzioni – preferisco però che le si appellino adattamenti – si propongono di restituire l’inconfutabile nobiltà, la straordinaria contemporaneità pur nella millenaria storia, l’innegabile capacità del dialetto siciliano di confrontarsi tuttora a testa alta, in tutta dignità, armonia, compiutezza, con ogni altra lingua, cultura, civiltà del nostro pianeta. Oltretutto, “Tradurre poesia – attestò Eugenio Montale – è uno dei possibili modi di fare poesia”. Beninteso, imprescindibili mi sono stati i compagni di viaggio nei quali nell’arco della mia trafila letteraria, fortuitamente o intenzionalmente, mi sono imbattuto, i preziosi rapporti instaurati e nel corso di lunghi anni rinsaldati con tanti validissimi autori di altre lingue, nazionalità e sensibilità sia nella vecchia Europa che nelle due Americhe. 

Poniamo adesso un argine al viaggio fra le “cose” di mia pertinenza e concludiamo con… la saggistica costituisce difatti la terza e ulteriore branca del mio lavoro. Come è successo che vi sia approdato? Cresceva spontaneamente dentro me, man mano che andavo scoprendo, man mano che andavo leggendo, man mano che andavo studiando quei poeti, una irrefrenabile curiosità, una sana voglia di saperne di più, un reale interesse all’approfondimento. Fu così che una traccia dopo l’altra, uno studio dopo l’altro, un anno dopo l’altro un bel giorno mi sono ritrovato in libreria una ragguardevole – in quantità e in qualità – mole di documentazione, acquisita dalle più svariate fonti: le riviste, le frequentazioni letterarie, le biblioteche; materiali che nel tempo, singolarmente, videro luce qua e là su periodici nazionali di settore. “Perché – mi venne un bel dì suggerito – non ne rivedi alcuni nell’ottica di una raccolta unitaria da pubblicare?” In verità non vi avevo mai pensato anche perché, trattandosi perlopiù di autori di fine Ottocento e della prima metà Novecento e per giunta in dialetto siciliano, non credevo potessero appassionare tanti oltre che gli addetti ai lavori. Raccogliendo ciò malgrado la sfida, allestii la raccolta, mutuando un passo dalla corrispondenza fra Alessio Di Giovanni e Silvio Cucinotta la denominai Parleremo dell’arte che è più buona degli uomini e… Ma questa è un’altra storia! 

Chiudo qui, pertanto, questa nostra chiacchierata ringraziando sentitamente Fabrizio Centofanti per avermi graziosamente voluto concedere questo spazio e ringraziando altresì tutti coloro che avranno la bontà di leggere questa mia noticina.

14 pensieri su “La parola ai poeti. Marco Scalabrino

  1. Marco Scalabrino

    Fabrizio Centofanti grazie di cuore a te per l’ospitalità graditissima e a tutti coloro che avranno la bontà di leggere

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  2. Sergio Ciulla

    Leggo in Wikipedia: “Anche l’UNESCO riconosce al siciliano lo status di lingua madre, motivo per il quale i siciliani sono descritti come bilingui”.
    Eppure ci furono anni in cui nessuno insegnava il siciliano che rimaneva una lingua madre, tramandata in ambito familiare, da sostituire prima possibile con l’ Italiano istituzionale scolastico. Marco Scalabrino mi ha dato la possibilità di leggere una lingua affascinante che mi appartiene dalla nascita e che orgogliosamente la proporrei in un “Sicilian Pride”. Vedrei un ottimo accostamento con una impronta siciliana musicale con Olivia Sellerio che ha degnamente accompagnato le opere televisive di Camilleri. In un futuro… chissà?

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  3. Giovanna Fileccia

    Caro Marco, ho letto con attenzione la tua noticina, come la chiami tu, e quello che, nel conoscerti ormai da parecchi anni, salta agli occhi -miei e probabilmente di chi ti conosce- è che le composizioni poetiche curate e tradotte da te, così come gli autori protagonisti dei tuoi saggi, sottintendono un pregevole e minuzioso lavoro che assume, oltre che un considerevole impegno intellettuale, anche un grande valore sociale, letterario e culturale.
    Posso dire? Tu stai dentro i confini e allo stesso tempo li rompi poiché riproponi nuovi schemi e visioni, e fai in modo che la poesia siciliana, dialettale, assuma una valenza che vada oltre…

    Giovanna Fileccia

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  4. Domenico Truocchio

    Marco,… Il mio amico Marco, una ricchezza per la terra Siciliana, una ricchezza per la nostra nazione, una ricchezza per me e per chi ama scrivere e leggere.
    Tra le sue righe tanta cultura e un pizzico di folclore che fanno rivivere tempi antichi ma ricchissimi quando il nostro profondo sud era riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Marco una figura insostituibile del nostro tempo, che ha abbracciato la vocazione del tramandare e divulgare arte dritta .

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    1. Rosaria Di Donato

      Fecondo e certosino il lavoro che magistralmente Scalabrino conduce da anni in difesa della poesia e del dialetto siciliano che, secondo l’opinione di alcuni, assurge pienamente al rango di lingua universale della cultura e della lirica. Il siciliano è dalle origini lingua materna della scrittura poetica e si rinnova oggi negli autori contemporanei che lo coltivano considerandolo strumento privilegiato di musicalità e ricchezza espressiva. Grazie, Marco Scalabrino per il tuo impegno e per l’ instancabile ricerca filologica foriera di un nuovo, radicale Umanesimo! Ne abbiamo bisogno.
      Un cordiale saluto,
      Rosaria Di Donato

  5. margherita neri

    caro Marco leggerti e’ sempre un piacere oltre che un apprendere da te uso e linguaggio della nostra lingua siciliana di cui tu hai massima padronanza . Sono orgogliosa di essere tua amica , trasmetti agli altri il tuo studio e dedizione arricchendo il nostro sapere, la tua cultura precede la tua fama di grande scrittore, poeta e artista poliedrico. grazie per quello che ci dai, semper ad maiora,con l’affetto di sempre Margherita Neri

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  6. Piana Giovanni paolo

    Un ottimo lavoro, sei un grande della cultura siciliana, anche se io avrei posto l’accento sul fatto che è lingua e non dialetto

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  7. Nino Cangemi

    Il lavoro che fai e come lo fai ti fa onore: mantenere in vita una lingua che è prossima a scomparire e con essa le nostre radici, senza le quali le corazze dell’umanità perdono consistenza e sono vulnerabili.

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  8. Maria Rita Mutolo

    Marco carissimo, cosa aggiungere riguardo al lavoro che con tanta dedizione svolgi, che già non sia stato detto?! E quale valore attenzionare più di altri, in queste mie poche righe, che non sia stato riconosciuto in altri contesti!? Tuttavia, più ti conosco, più ritengo impossibile possa esaurirsi la trattazione riferita alla poliedrica e stratificata visione che hai della scrittura. L’onestà intellettuale attraverso cui valorizzi i testi altrui, senza snaturare l’autenticità del tuo personale lavoro, traslando intere poesie dalla loro lingua originaria al nostro amato dialetto siciliano, dimostra a mio avviso, un raro e generoso desiderio: rendere sempre più fruibile la poesia tutta, sviscerandola rispettosamente fino alla sua essenza, così, da farla conoscere e amare a più lettori possibili, proprio attraverso la tua accurata ricerca della parola.

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  9. Giusi Benintende

    Carissimo Marco,
    parto con questa breve riflessione dal titolo e dal sottotitolo del Blog “La poesia e lo Spirito. Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?”
    Ecco, la mia è una risposta di speranza perché io, noi che ci nutriamo di poesia, ci speriamo.
    Abbiamo l’ardire di sperare che la Poesia, portatrice di Bellezza, possa incidere in qualche modo sul mondo e sulle sue vicende.
    Forse essa non riuscirà a mutare il corso degli eventi umani ma rende le nostre giornate maggiormente piene di quel senso profondo di cui abbiamo tanto bisogno e ci aiuta a comprendere gli animi e i loro palpiti, a fissarli e a definirli con quel senso sfumato eppure tanto preciso, ossimoro voluto e inevitabile, che solo la Poesia riesce a dare con le sue parole accostate.
    Diamo testimonianza con la Poesia e con il nostro viverla che un mondo diverso è possibile e che nel mondo può esserci qualcosa di diverso…
    Sei riuscito -ma non poteva essere diversamente conoscendoti- a parlare bene di te, a descrivere i percorsi che ti hanno portato a poetare in lingua siciliana.
    Le tue spiegazioni le trovo utili a chiarire anche per i lettori i motivi per i quali la poesia nella “lingua madre” è attuale, anzi attualissima. Non può esserci in atto una sfida tra le due lingue, quella siciliana e quella nazionale, perché di fatto ci sono mille lingue in ciascuna di esse e ogni scrittore e ogni scrivente sceglie la sua (italiana, dialettale, entrambe ma in momenti diversi…) perché la lingua è la persona e la persona non è sempre uguale a se stessa.
    Anche le “traduzioni” diventano, giustamente, esse stesse atto poetico perché la lingua ricrea il pensiero nella scelta dei termini atti a descrivere quel particolare sentire che è stato già espresso con un altro codice linguistico. Le parole che scegli nelle traduzioni aggiungono in qualche modo un senso ulteriore a quello originale, lo definiscono con altre sfaccettature e lo completano in una nuova maniera.
    Così quelle “traduzioni” sono diventate poesie tue e descrivono perfettamente il focus Della Sicilia, della poesia e un po’ di me. Parli di poesia, parli della Sicilia ma tutto ciò descrive come sei tu: una persona, un fine studioso capace di entrare profondamente nel sentire altrui, di cogliere nelle sfumature delle parole poetiche scelte i tanti significati che vi sono sottesi. …la sottile potenza della parola e della poesia, e dell’empatia.
    Non è un caso che ci siamo incontrati grazie ad un poeta, Mario Gori, che né tu né io abbiamo personalmente conosciuto. Per me fu una presenza familiare grazie ai miei genitori che gli furono amici e sodali, per tu divenuto altrettanto familiare grazie ai tuoi studi. Mi sono stupita leggendo il tuo saggio “Nuvole nell’anima” dedicato all’opera e alla vicenda umana di Mario Gori del come tu sia riuscito ad entrare dentro alla produzione del Gori, come se lo conoscessi da sempre e come se avessi avuto la possibilità di parlargli ed osservarlo in azione. Questo dimostra che in te si affiancano e si illuminano cultura, sapienza e profonda capacità di empatia, dote davvero non comune e che rendono i tuoi scritti fuori dal comune. Grazie della tua amicizia.

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  10. Angela Grammatico

    Ciao Marco, complimenti per il tuo intervento di riflessione sulla poesia.
    Natura, sentimento, amore che presenti nelle liriche del Meli e la necessità di sciogliere i gioghi del pregiudizio sulla Sicilia dell’ultima lirica sono proprio ciò che contraddistingue la tua produzione poetica e di traduzione. Il poeta è tale al di là del codice di cui si serve ma per il modo in cui interpreta attraverso i suoi sentimenti la società in cui vive. Ti cito e concordo su questa tua visione del poeta, sia esso, come ingiustamente definito, dialettale o si esprima nella lingua della letteratura alta. E, secondo i dettami di Montale, tu fai poesia sempre, anche quando traduci o, come più ti piace, “adatti”.
    Ed ora una piccola nota autobiografica relativa al nostro primo incontro letterario. A distanza di circa 10 anni posso svelare gli altarini: mi era stato chiesto di presentare ad Erice un poeta dialettale, Marco Scalabrino. Non ti conoscevo e, a dir la verità non avevo mai letto poesia dialettale e non sono nemmeno un’esperta di poesia, né mi sono usuali gli interventi in pubblico. Bella sfida! Ci siamo incontrati a casa mia e mi hai fatto omaggio delle tue pubblicazioni che mi sarebbero servite per preparare l’incontro. Ad un primo sguardo ha prevalso la preoccupazione, difficili da leggere, non esattamente nel siciliano che conosco; è ricerca linguistica? Qual è il senso, dove l’elemento poetico? Costretta a perseverare dall’incombere della data dell’incontro, ho cominciato a prenderci gusto, leggere, comprendere, sentire, comprenderti. Parole e costrutti hanno acquistato senso, la Sicilia, più intima e vitale ha preso corpo, quella mia/nostra Sicilia fatta di valori e forza d’animo, verità.
    Grazie Marco, mi hai iniziato alla poesia in siciliano ed hai contribuito alla riappropriazione delle mie radici. Io sono tra coloro che hanno imparato a parlare in primis l’italiano. I nonni, la mamma con la zia …. i grandi parlavano, talvolta, il siciliano ma ai bambini si parlava rigorosamente in italiano! Il siciliano è stata quindi la lingua dell’emancipazione, dell’età adulta; senza che me ne accorgessi ha rappresentato la riappropriazione autonoma delle radici ed è quindi diventato fondamentale alla definizione della mia identità. Da più di trent’anni abito in Toscana ma il siciliano… quanto lo uso! Non ho bisogno di atterrare in Sicilia, basta una telefonata ed il bilinguismo emerge!

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  11. Giuseppe Vetromile

    Marco Scalabrino scrive su “La poesia e lo spirito” (https://www.lapoesiaelospirito.it/) un interessante articolo sulla poesia: “La parola ai poeti” (https://www.lapoesiaelospirito.it/2023/06/24/la-parola-ai-poeti-marco-scalabrino/), tracciando un esauriente excursus della sua frequentazione del mondo poetico attuale, in particolare quello siciliano, e della sua natura poetica. Conosco Marco da tantissimi anni, e, nonostante ci siano state poche, ma comunque intense, occasioni di incontri diretti, vivendo lui in terra di Sicilia ed io nel napoletano, l’intesa poetica, la simpatia, l’amicizia, la stima reciproca, sono sempre stati i legami robusti che ci hanno unito e che continuano ad unirci. Lui è certamente un Poeta grande e autentico, un riferimento importante non solo in Sicilia ma a livello internazionale, essendo anche molto impegnato in ardue traduzioni di poeti americani. Ma non sono io a dirlo, sono le cronache letterarie e tutta la realtà poetica contemporanea.
    Ho letto attentamente il suo articolo qui apparso, e devo dire che sono pienamente d’accordo su tutti i punti da lui esposti. Intanto, Marco ha il pregio di perpetuare una tradizione e una modalità di scrittura che va purtroppo estinguendosi o perlomeno deteriorandosi: parlo del dialetto (o vogliamo dire lingua?…). Non sono addentro né competente in materia, per quanto riguarda il siciliano, e forse neanche il napoletano, pur essendo nato in centro Città, ma, ahimé, personalmente non mi è mai riuscito, scrivendo le mie poesie, ad esprimermi in dialetto (lingua) napoletana! La questione è profonda e peculiare: Marco Scalabrino e la poesia siciliana (in siciliano!) sono un tutt’uno! È sempre stato così, dalla “nascita” del nostro amico, non c’è stato cambio di modalità o diversificazione di sorta lungo il suo cammino letterario! E quindi, il pregio e il valore di esprimersi in quella lingua, recuperando e proponendo contenuti, termini, parole, modi di dire, arie, stili e ritmi propri della sicilianità, sono indiscutibili! E c’è in tutto questo una sua naturalezza e originalità, come lo stesso Marco tiene a precisare, in merito alla presunta forzatura “sperimentale” e ricerca pertinace di termini siciliani antichi, obsoleti o desueti: la cultura non ha tempo, le ricchezze dei padri vanno comunque intelligentemente e creativamente ricordate e persino utilizzate, come giustamente e senza nessun artificio fa Marco. È la società, piuttosto, che deve avvcinarsi con rispetto alla cultura, nella fattispecie alla poesia, così ricca di contenuti e di riferimenti storici, sociali, etnogeografici. Ma il discorso è comunque vasto e purtroppo qui non può essere affrontato nella sua pienezza.
    Anche per quanto concerne le traduzioni, sono d’accordo con Marco, laddove sostiene che devono essere eseguite con prudenza e accuratezza, dovendo dapprima “entrare” nella realtà poetica dell’autore considerando l’interezza della sua cultura, storia, tradizioni, sensibilità, eccetera: un lavoro arduo e complicato, certamente, ma che Marco Scalabrino affronta e realizza con cognizione di causa, con la grande competenza che gli deriva dagli studi particolareggiati degli autori da tradurre, e naturalmente con grande entusiasmo!.
    Mi complimento dunque con il caro amico Marco, al quale forse chiederò ancora una sua collaborazione, come già avvenuto qualche mese fa, per realizzare insieme a lui un altro interessante volume dedicato alla poesia siciliana, da inserire nell’Antologia Virtuale “Transiti Poetici” da me curata.
    Chiudo dunque con questi complimenti a Marco, perché sono convinto che un poeta non è soltanto un mero “scrittore di versi” per sé e per la sua realtà personale, ma deve essere anche un promotore della cultura poetica e letteraria, un divulgatore se vogliamo, uno studioso e un ricercatore dei talenti e della natura (sociale e umana) circostanti. E Marco Scalabrino lo è sicuramente!

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  12. Marco Scalabrino

    Fabrizio Centofanti ancora grazie di cuore a te per l’ospitalità graditissima e a Sergio Ciulla, Giovanna Fileccia, Domenico Truocchio, Rosaria Di Donato, Margherita Neri, Giovanni Paolo Piana, Nino Cangemi, Maria Rita Mutolo, Giusi Benintende, Angela Grammatico e Giuseppe Vetromile che avranno la bontà di leggere e commentare.

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