di Fabrizio Centofanti
Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna – occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: C’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita


E’ sempre un piacere rileggere pagine tanto belle, grazie!
Viva le spine dorsali che si strutturano nel tempo, aggiungendo calcio, esperienze e consapevolezza un poco alla volta.
È in questo modo che si arriva a comprendere con esattezza che c’è qualcosa di più importante delle ragazze, dei bulli, dei sogni indefiniti e, soprattutto, di chi quei sogni, piccoli o grandi che fossero, non ha voluto o saputo rispettare.