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Il fiorino bianco

 

di Fabrizio Centofanti

I primi squilli importanti furono alla colonia di Peveragno, in provincia di Cuneo, organizzata dalla Mobil: lunghi tavoli di bambini chiassosi davanti alla minestra e un grido che si alzava puntuale: Centofanti a telefono! Dopo un po’, in quell’urlo, l’assistente di sala fu sostituito dalla pipinara con forchetta e coltello, ritmicamente battuti contro piatti e bicchieri. Era un rito quotidiano che ci metteva in ridicolo, ma al tempo stesso ci salvava da una solitudine fatale, che finì col rovinare molti miei coetanei.

Lo squillo del telefono si trasformò rapidamente: fu l’invito al compagno di classe per un pomeriggio di battaglie con nordisti e sudisti: soldatini di cui andavo fiero e che avevo sistemato in due file pronte a ingaggiare scontri memorabili, con drammatici spargimenti di polvere. Meno memorabile dovette essere l’invito, di cui il compagno si dimenticò. Fu una delle delusioni più brucianti della vita. Le telefonate alle ragazze inaugurarono un periodo di dolori e gioie spropositati, di attese infinite e di sudori freddi. Squilla, non squilla? Da questo dipendeva la felicità o la depressione. In seminario passai gli anni alla cabina telefonica, perché il mio amico don Mario ebbe un ictus prima del mio ingresso e m’informavo sempre sulla sua salute. Ma la telefonata più drammatica mi raggiunse in un Fiorino bianco, mentre tornavo dal porto nuovo di Ostia; era mia madre: Papà è ricoverato d’urgenza. Un quarto d’ora dopo, ancora lei: Papà è morto. Avevo le mani sul volante, ma non ero io a guidare. Il grido si alzò, puntuale: Centofanti a telefono! Ero ancora lì, davanti al piatto di minestra della colonia a Peveragno, ridicolo e felice, perché mio padre si preoccupava, si prendeva cura di me. Perché mio padre c’era.

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Repetita iuvant, forse.


Calcinacci e polvere

di Fabrizio Centofanti

Oggi giornata strana: una corsa continua da un malato a un altro, da un moribondo a un altro. Certe volte l’universo mi sembra un edificio fatiscente che sta cadendo a pezzi, e l’incubo è che tocchi a me tappare le falle, arginare la materia franante, puntellare le crepe che avanzano. Oggi ero talmente stanco che ho dato di matto: sulla Via del Mare un’auto mi ha stretto sul lato destro in malo modo. L’ho accettato tante volte, ma in questo giorno strano non potevo. L’ho superata e le ho tagliato la strada. Era nera, e in lei vedevo il buio della giornata, l’oscuro del nemico, l’antagonista, il diavolo. La macchina voleva sorpassarmi, ma la costringevo all’esterno. Ha dovuto rientrare in carreggiata una o due automobili più avanti. A quel punto ha inserito le doppie frecce e si è fermata. Ne è uscito un omone di quelli che non vorresti mai vedere. Veniva verso me, come in un film western dove l’unica certezza è che ci scappa il morto. Si avvicinava con le braccia a mezz’aria per la mole del torace. Ormai era a due metri; sono sceso, guardavo l’energumeno e pensavo: un prete che fa a botte è una cosa che non quadra, potrebbe esserci qualche parrocchiano; mi tornavano alla mente i malati in attesa, il dolore e il buio della vita, l’edificio franante e fatiscente del mondo, l’assurdo dei tumori e degli ictus, le lacrime inutili dei cari, la mia voce lenta e bassa che cercava di portare conforto. L’omone insultava, minacciava, faceva segni come se volesse picchiarmi a due mani, ridurmi in polpette. Io neanche l’ascoltavo, pensavo ad altro, e così se n’è andato, sbattendo la porta della mia Micra 900. Prima, però, ho accennato a un vaffanculo, così, più per dovere che per altro. Allora è tornato: Come, vaffanculo? Ma non ci credeva neanche lui. Il moribondo aspettava, sotto l’ennesimo crollo di calcinacci e polvere che alla fine è la vita.

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Repetita iuvant, forse


La faccia di Gimondi

di Fabrizio Centofanti 

Il mare di Ostia per me era il Belsito, i panini preparati dalla mamma e la cabina per cambiarsi, mentre mio padre, allo stabilimento, ci arrivava in giacca e cravatta, direttamente dal lavoro. Il mio rapporto con la vita dipendeva da queste apparizioni: noi bambini rotolavamo nella sabbia come le biglie dei ciclisti; la figura scura di mio padre ci trascinava nel mondo degli adulti, la sua durezza, il giudizio, quella che allora chiamavamo la spina dorsale. Della spina dorsale a me importava poco. Mi occupavo più della biglia con la faccia di Gimondi, delle sue lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sua sicurezza affascinante per me che ne sentivo la mancanza. Il Belsito era un luogo, uno dei tanti, dell’inadeguatezza di fronte all’ombra di mio padre, che aleggiava per poi materializzarsi all’improvviso come un deus ex machina a strapparmi dai sogni di bambino. Di spiagge, poi, ne ho viste tante, fino a Isolabella, nella baia di Taormina, dove i ricchi discorrono con l’erre moscia e le signore ti squadrano dall’alto in basso; ma il mare è così bello che cancellavo il resto e guardavo i panfili e le ragazze in bikini come si guarda la luna – occhio di pantera e tutto, tutto sembrava dire: C’è un mondo che non sarà mai il tuo, perché sei sempre quello del Belsito, anche se ormai, nella cabina, ci porti la ragazza che hai rubato a Ciro; lui ti aspetta davanti al Venezia con la banda di bulli al gran completo e tu vorresti essere la biglia con la faccia di Gimondi, imitarne le lunghe giravolte sulla pista di sabbia, la sicurezza struggente, per correre correre e attaccarti alla cravatta di papà che torna direttamente dal lavoro col giudizio e il mondo degli adulti, con la spina dorsale che a te interessava così poco, ma che vorresti avere adesso, per una volta sola, nella vita

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