di Fabrizio Centofanti
Oggi giornata strana: una corsa continua da un malato a un altro, da un moribondo a un altro. Certe volte l’universo mi sembra un edificio fatiscente che sta cadendo a pezzi, e l’incubo è che tocchi a me tappare le falle, arginare la materia franante, puntellare le crepe che avanzano. Oggi ero talmente stanco che ho dato di matto: sulla Via del Mare un’auto mi ha stretto sul lato destro in malo modo. L’ho accettato tante volte, ma in questo giorno strano non potevo. L’ho superata e le ho tagliato la strada. Era nera, e in lei vedevo il buio della giornata, l’oscuro del nemico, l’antagonista, il diavolo. La macchina voleva sorpassarmi, ma la costringevo all’esterno. Ha dovuto rientrare in carreggiata una o due automobili più avanti. A quel punto ha inserito le doppie frecce e si è fermata. Ne è uscito un omone di quelli che non vorresti mai vedere. Veniva verso me, come in un film western dove l’unica certezza è che ci scappa il morto. Si avvicinava con le braccia a mezz’aria per la mole del torace. Ormai era a due metri; sono sceso, guardavo l’energumeno e pensavo: un prete che fa a botte è una cosa che non quadra, potrebbe esserci qualche parrocchiano; mi tornavano alla mente i malati in attesa, il dolore e il buio della vita, l’edificio franante e fatiscente del mondo, l’assurdo dei tumori e degli ictus, le lacrime inutili dei cari, la mia voce lenta e bassa che cercava di portare conforto. L’omone insultava, minacciava, faceva segni come se volesse picchiarmi a due mani, ridurmi in polpette. Io neanche l’ascoltavo, pensavo ad altro, e così se n’è andato, sbattendo la porta della mia Micra 900. Prima, però, ho accennato a un vaffanculo, così, più per dovere che per altro. Allora è tornato: Come, vaffanculo? Ma non ci credeva neanche lui. Il moribondo aspettava, sotto l’ennesimo crollo di calcinacci e polvere che alla fine è la vita.


Quanno ce vo ce vo!
Un sapore amaro resta dopo aver letto questa pagina, pur bella nella sua acuta descrizione di stati d’animo in cui è facile (purtroppo!) identificarsi.
E’ bello vedere, attraverso la scrittura che fluisce nel tempo, il percorso interiore compiuto dall’autore, guidato da una luce che con levità e sicurezza lo conduce verso l’emersione del Sé profondo.
Caro Fabrizio, complimenti per questo bel pezzo di prosa –– e di anima
A quanto pare ogni giorno ci interroga sul ruolo che vogliamo svolgere: invisibili muratori certosini intenti a riparare fessure insignificanti o improvvise scosse telluriche che abbattono pareti già lesionate.
Ma poi, in che stato si trova realmente questo edificio? Il nostro contributo è davvero così determinante o il suo destino risponde a regole che non comprendiamo?
Per indole o per non sbagliare, tendiamo comunque a costruire, più di quanto il nostro essere anche sporadicamente, inevitabilmente terremoto possa distruggere.
Sarà per questo che ancora esistiamo?
Descrizione affascinante di vita vera; sono contento che il tipo non sia arrivato alla violenza. Ma ha visto che avevi la tonaca (se l’avevi)?
Grazie di cuore, amici miei.
Grande Sparz, certi tipi non si fanno impressionare dal colletto del clero!
Strani giorni.
E capisci che ci siamo.
Grazie!