20 righe (per niente) facili di Pasquale Vitagliano

 

Chi nutre dubbi sulla possibilità che esista una via diversa da quella frammentaria e istantanea del selfie dovrebbe prima sfogliare e poi leggere questo libro su Prisco De Vivo, La radice delle cose – Interviste (1995-2020), Mimesis, 2023. Si tratta di un palinsesto nel quale si stratificano testi poetici, riproduzioni di opere pittoriche, fotografie e documenti. È possibile ricostruire l’opera e la figura di un artista ancora in attività e importante punto di riferimento contemporaneo.

Questo mi preme sottolineare, oltre il valore artistico assodato: la testimonianza attiva di una figura di intellettuale in un’epoca che gli intellettuali ha ridicolizzato (con conseguenze sociali negative). Alla base dell’esperienza di De Vivo c’è una solida struttura di pensiero e una sensibile risonanza del tempo e dei luoghi vissuti. Su queste fondamenta si poggia una visione lucida e critica del presente, capace di manipolare molteplici forme espressive. D’altra parte, mi colpisce, pur nell’organicità del percorso creativo, l’identità erratica di questo artista. Credo sia legata ad un dato biografico che egli stesso rivela, tra “precarietà esistenziale e nomadismo familiare”. Questo elemento non toglie nulla, anzi aggiunge un senso di metafisica leggerezza, che moltiplica l’effetto cromatico delle sue opere.

De Vivo è un’artista integrale. Questa complessità lo mette in contatto con la verità – orizzonte. E come dice il titolo di una delle interviste citando Edith Stein, chi cerca la verità, anche senza volerlo, cerca Dio. La linea della verità unisce indissolubilmente poesia e pittura in un “grumo” in cui spiritualità e carnalità si tengono insieme. Sì, la radice delle cose sopravviverà alla nostra effimera epoca di pose senza radici.

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