Da oggi è nelle librerie la nuova raccolta di poesie di Chandra Candiani, Pane del bosco (Einaudi 2023).
Chandra Candiani, Pane del bosco
di Giorgio Morale
La nuova raccolta di poesie di Chandra Candiani, Pane del bosco (Einaudi 2023), contenente poesie composte nel triennio fra il 2020 e il 2023, è strutturata come un anno nel bosco ed è scandita dalle quattro stagioni. Parafrasando l’affermazione della stessa Chandra Candiani, secondo cui occorrono quattro stagioni per elaborare un lutto (Il silenzio è cosa viva, Einaudi 2018), possiamo dire che occorrono quattro stagioni per conoscere il bosco. Nella quarta di copertina leggiamo che queste poesie, “pur nella continuità delle caratteristiche stilistiche e di pensiero, propongono una svolta, per esempio dissolvendo progressivamente i residui autobiografici e registrando i dati del mondo esterno e delle sue sofferenze con un sentire tanto più intimo quando più defilata è la posizione di ascolto.”
È vero, in Pane del bosco c’è una dislocazione che è cambiamento del punto di vista, che però più che una svolta a me pare una tappa di un cammino. La poesia è un flusso, come è un flusso la vita, e ogni frammento dice l’ultima parola del singolo istante. Per questo motivo ritengo vero quanto scrive Marina Cvetaeva, che, se vogliamo capire un poeta nella sua interezza, “la cronologia è la chiave della comprensione” (Il poeta e il tempo). Affiancherò perciò a queste impressioni sul libro dei riferimenti alle altre raccolte di Chandra Candiani, per evidenziarne continuità e sviluppi.
Non discorrere d’alberi è quasi un delitto
Nella casa nel bosco in cui Candiani vive, la pandemia, che nel frattempo è scoppiata e che è palpabile nelle città, è avvertita come una realtà lontana: “C’erano i numeri ogni sera numeri / di morti di contagiati di respirati”. Nella società umana la pietas è morta “I morti sono partiti / da soli / in camion”, ma il poeta è testimone del fatto che la realtà umana non è l’unica e registra la gioiosità di questo decentramento: “nel bosco gli animali facevano festa”. È un contrasto logico ma inaspettato, enfatizzato dalla parola netta che lo scolpisce, che dalla situazione di morte apre alla speranza e alla vita. La conclusione è quanto di più straniante possa esserci: “Il mondo senza di noi / è bellissimo”. Questa scoperta è bella e straziante, è una sconfessione dell’antropocentrismo e ci immette nella possibilità che emerga un senso ancora oggi, quando con lo svuotarsi dell’antropocentrismo sono venute meno le ideologie da esso sostenute in favore di un’etica e di un’estetica del vuoto.
Se Bertolt Brecht poteva scrivere “Quali tempi sono questi, quando / discorrere d’alberi è quasi un delitto”, adesso l’affermazione si potrebbe capovolgere nel suo contrario: “non discorrere d’alberi è quasi un delitto”. Così come è un delitto non discorrere di acque e di venti, di farfalle e di volpi. Questo è vitale per la polis oggi: testimoniare la mancanza di attenzione e di cura nei confronti del grande mondo che è la casa che abitiamo, che è il contesto in cui cresce il vuoto e la mancanza di pietas nei confronti dell’altro. Testimoniare il venir meno nella pratica umana dell’imperativo a cui Chandra Candiani ha dato voce ne La domanda della sete (Einaudi 2020): “Custodisci”. Parlare di alberi e acque allora, nel “sentire illuminante” (Maria Zambrano, Chiari del bosco) fatto di cuore e viscere della persona poetica, diventa un atto politico, che riconosce il valore di ciò a cui il valore viene negato. E così è politico denunciare i danni, che, se intimamente connessi alla condizione umana e all’essere della natura, l’opera dell’uomo ha moltiplicato:
Adesso plàcati acqua plàcati
compresa è la tua furia
dissetata la terra riarsa
non tu hai rotto gli argini
ma noi infranto la custodia
smantellata la tua memoria.
È l’uomo che ha “infranto la custodia”, per questo la natura non è la leopardiana matrigna e può essere oggetto di invocazione: “Vieni a piovere pioggia / come non fossimo i predatori”. Mi piace cominciare a parlare di questo libro da questo aspetto, che è fondamentale nel prefigurare una nuova comunità, fatta di comune sensibilità e di comune orientamento nel mondo, che la poesia di Chandra Candiani da anni, libro dopo libro, va costruendo.
Nessuna guerra è lontana
Anche nel bosco Chandra Candiani è totalmente coinvolta nella sofferenza del mondo: “Bruciano le foreste / il mio cuore è nero carbone”; “Nessuna guerra è lontana”. Anche la dichiarazione di impotenza è una dichiarazione di coinvolgimento e un appello:
Non so come tenere
questo mondo in fiamme
non so come lasciarlo andare.
Questi e simili versi di Chandra Candiani mi fanno l’effetto dei versi di Leopardi quando “nulla al ver detraendo, / confessa il mal che ci fu dato in sorte, / e il basso stato e frale”, eppure “tutti fra sé confederati estima / gli uomini, e tutti abbraccia / con vero amor” (La ginestra). Il poeta non può “tenere” il mondo ma non vuole “lasciarlo andare”, ne tiene un capo, lo mantiene in vita nel linguaggio e pronuncia l’augurio che è una sorta di benedizione. I versi assumono le caratteristiche della poesia religiosa, con le allocuzioni e le apostrofi che esprimono l’intimità con gli elementi del bosco; con gli elenchi che dicono la varietà delle forme viventi; con le anafore che riproducono il ritmo della preghiera; con le figure retoriche che suscitando meraviglia illuminano la bellezza della natura.
Che siate visitati dagli animali custodi
che i fiumi siano in piena confidenza
con le lacrime, ci sia un pensiero
che ci pensa e rammenta
come tener salda la terra
nel mondo che si abbuia.
È la situazione della modernità, che Cristina Campo ha espresso così: “Un tempo il poeta era là per nominare le cose… Oggi egli sembra là per accomiatarsi da loro, per ricordarle agli uomini, teneramente, dolorosamente, prima che siano estinte. Per scrivere i loro nomi sull’acqua: forse su quella stessa onda levata che fra poco le avrà travolte”. La stessa Campo conclude: “Chi oggi non è conscio di questo, non è poeta d’oggi” (Gli imperdonabili).
La coscienza della crisi appare in tutte le raccolte di Chandra Candiani. “Vedi, tutto può crollare / qui” leggiamo ne La bambina pugile (Einaudi 2014), mentre in Fatti vivo (Einaudi 2017) il mondo appare “tutto ferito”, e ne La domanda della sete “Il mondo non è abitabile / tutto è bruciante” e “Tutto è a rischio”. In Pane del bosco leggiamo “Non solo macerie / qui c’è il quieto nulla”. C’è una progressione nella crisi, che adesso è arrivata al punto di oltrepassare l’avvertimento, il crollo e le macerie e approda al “quieto nulla”. Questo è il momento in cui l’azzeramento del vecchio mondo è in procinto di trapassare in un nuovo inizio, e non è un caso che questo avvenga nel bosco, nell’aperto, quell’aperto a cui tende da sempre la poesia di Chandra Candiani.
Nell’aperto, finalmente
Pane del bosco è anche un libro estatico e anche un libro estatico è un libro politico. È infatti necessario cantare l’innocenza e la bellezza della natura, il volo di farfalle e libellule, l’incontro con volpi e querce, il dissiparsi di foglie e nuvole. Lo è per il contrasto irrimediabile che lo oppone all’operato umano. Pur con il fango e le zanzare, i sassi, la polvere e la terra arida, il bosco è il punto zero di una nuova storia e il luogo dell’estasi, della formazione e della guarigione. In tutta la poesia di Chandra Candiani c’è un movimento dal dentro al fuori, dall’io agli altri (La bambina pugile), dalla casa all’aperto (Fatti vivo), dal sé corporeo al grande mondo (La domanda della sete), e dove gli altri libri finiscono, comincia questo: all’aperto. Sin dalla poesia d’apertura “i sensi, servitori gentili, invitano all’aperto”. L’aperto è il luogo privilegiato, e non solo simbolico, dell’avventura umana e di questo libro che sa d’aria e di pioggia. L’aperto si è presentato come l’approdo desiderato ne La bambina pugile, in una lode benedizione del mondo: “che esista il vuoto / smisurato / l’amore dello spazio”; e verso di esso abbiamo visto tendersi la persona poetica in Fatti vivo: “Vai da sola. / Vai da sola nel mondo grande”. Adesso ci siamo, e nel bosco inizia una nuova vita:
Nel bosco vieni chiamata e perdi il nome
sei molto spoglia in ogni stagione
eppure balli e fischi sei un po’ uccello e libellula
ma anche foglia e scorrere d’acqua. Esci fuori
nuova nuova ma non se ne accorge nessuno
tranne un sorriso invivibile.
La persona lirica si pone in posizione di ascolto (“Il bosco tace, sono la sua audace allieva”), rispettosa di ciò che la circonda e attenta a non sovrapporre alle cose il brusio interiore che chiamiamo pensiero, perché “la Verde Maestà… solleva / dalla terra del pensiero” e rende consapevoli che qui le cose “Non dicono altro / che quello che sono”. Anche nell’esperienza della visione, in questa esplorazione terrestre, la vecchia metafisica si è dissolta, con il suo dualismo di reale e immagine, di vita e conoscenza. Inizia un apprendistato fatto non di assimilazione bulimica di concetti ma di un paziente esercizio nell’arte del levare:
Essere amata da un bosco
è una lunga strada
per stare al mondo:
fare di sé omaggio
decapitare i pensieri
lasciare i sapienti,
zoppicare e balbettare
rinascere vegetale
un battito un fruscio
il tempo che si fa vento
e nessuna malevolenza
quando la perdita
allaga il petto.
L’apprendistato è anche poetico: “Insegnami la tua lingua serale / la quiete stesa dagli alberi ai bordi del buio”. Parlare, come vivere, è un apprendistato continuo, e Chandra Candiani si trova a imparare la lingua del bosco: “Traduci dalla lingua degli alberi, / traduci parole che raggiungano / gli abissi delle lacrime e delle carezze”. Devota alla poesia ma sempre di essa rispettosa e sulla soglia del silenzio:
Mai scriverò
come ci fosse confidenza
tra me e la lingua,
sarò sempre un’ospite che bussa
discreta o furiosa,
una straniera che traduce
precaria vacillando sull’orlo
della mutezza.
Anche noi lettori godiamo del nudo essere degli abitanti del bosco e della loro lingua, siamo condotti ad accorgerci che “Qui accadono molte minuscole vicende” e che “ogni mattina sei messa / al mondo”. Il bosco rinnova l’identità, porta un po’ più avanti la tensione che Chandra Candiani ha manifestato sin da Io con vestito leggero (Campanotto 2005) verso un progressivo alleggerimento dell’io, ovvero verso una percezione di sé libera delle incrostazioni della metafisica occidentale:
migliaia di piccoli occhi
scintillanti
addormentano i rumori,
spediscono lontano
ogni traccia di io
Il bosco crea una nuova comunità:
Il bosco ha preso il posto di un uomo
il bosco ha preso il posto di una donna
ha preso il posto di un gruppo
di persone in piedi
e di un gruppo di persone sedute.
Il bosco è anche nudità, scomodità, fragilità, “ghiaccio in arrivo”; mette allo scoperto la condizione umana, e allora il poeta
pensa a tutti gli esseri
che tremano di freddo
li culla piano e forte seguendo
il ritmo delle loro urla.
Lei raccoglie foglie e piume
fa un grande letto per gli scampati
li nasconde alla vista feroce
li inzuppa nel buio delle sue braccia
li accende di respiro inscalfibile.
Fra memoria e presente
Non c’è più movimento in Pane del bosco? Il bosco è un locus amoenus in cui tacciono i contrasti interiori e la storia personale si ferma? Il movimento c’è anche qui ed è costituito dalla tensione fra la memoria e il presente. Memoria è coltivare il senso di un destino che conduce alla situazione presente: “Quand’eri piccola / … / La salvezza era all’aperto / confusa con il resto del mondo”. Memoria è conservare, come qualcosa di lontano, il ricordo di quanto si è superato: “Qui dimentico il sé / nel silenzio innamorato / la mia vita lontana”. E permette la consapevolezza di un nuovo io che ha la leggerezza della terza persona:
Commovente dire io
come parlare del proprio cane
o del gatto della loro imprevedibilità
ma anche come dire città
paese firmamento qualcosa a cui appartengo
ma non mi appartiene
Eppure persiste anche la memoria delle false sicurezze abbandonate: “Cosa chiamo casa? / Non c’è casa nell’infanzia / che non sia bruciata viva”; delle cose, spesso meno colpevoli degli umani: “Chissà come staranno i semafori”; il brivido dei passi compiuti: “l’emozione di essere sopravvissuta / all’abbandono della città, alla vita solida…”; la consapevolezza della propria impermanenza, con il memento perenne della morte, “una sequenza / che fa del distacco / una serie successiva di abbandoni”; e i morti, tra le presenze costanti nella poesia di Chandra Candiani: “la schiera dei morti solitari mi segue in fila”. Chi conosce la poesia di Candiani vede dietro questa schiera anonima di morti solitari le figure familiari e amicali che vivono in Bevendo il tè con i morti (Viennepierre 2007; Interlinea 2015) e nelle sezioni a loro dedicate in pressoché tutte le raccolte. A volte la memoria non riesce a colmare il ponte fra il prima e il dopo e si presenta come la puntura di un vuoto: “Non riesco a trovare / quello che ho perduto / il perduto è cosí grande / che è sempre fuori vista”.
Memoria è anche il radicamento nella propria condizione fisica, la consapevolezza della vecchiaia che “non è compimento ma anzi / lento sgretolarsi di compiutezze superflue”. Una vecchiaia in genere poco presente nella poesia non solo italiana, che qui è avvertita in tutta la sua gravezza e per dire la quale Chandra Candiani inventa parole leggere: “Nevicano gli anni / la schiena trascina bauli”. Con
… il corpo
che si disfa per vecchiezza
rughe pieghe macchie
un miracolo senza orgoglio né esultanza,
terra che torna terra.
Una vecchiaia che penetra corpo e spirito: “Non solo nelle ossa la vecchiaia / ma ricami di pensieri oscuri al risveglio”. E anche in questo caso soccorre il bosco, l’aperto:
Quando sei stanca,
disossata dai pensieri,
basta guardare il cielo.
Svanisci, diventando
smisurata, sei nettare di zero.
Nel flusso della vita
A partire dall’ultimo decennio del XX secolo nei paesi anglofoni si è sviluppato un movimento poetico chiamato ecopoetry da quelli che amano le etichette, a cui hanno dedicato la loro attenzione anche studiosi come Jonathan Culler e Jahan Ramazani. Fare ecopoesia è fare un torto sia alla poesia sia ai problemi dell’umanità, che sono molto più grandi di qualsiasi etichetta. Cito questo movimento solo per registrare come la distruzione della natura operata dall’uomo cominci ad avere risonanza nella poesia, anche se non in chi si occupa del governo delle nazioni. Ma accogliere nei propri versi il destino di persone e acque, alberi e animali Chandra Candiani l’ha sempre fatto, le appartiene dall’origine della sua poesia, ed è questo che spinge il lettore a cercare nei suoi libri come dare un senso alla propria vita. Oltre che in tante poesie sparse nelle sue raccolte, l’ha fatto nella dedica de La bambina pugile, nella sezione Gli abitanti della meraviglia de La domanda della sete, nel paesaggio di fondo del volume in prosa Questo immenso non sapere, che nasce nella stessa situazione spazio-temporale di Pane del bosco, nelle fiabe di Sogni del fiume. Giustamente allora il testo della quarta di copertina accenna alle “continuità delle caratteristiche stilistiche e di pensiero” fra queste e le precedenti poesie di Chandra Candiani. Più che di svolta, però, come dicevo, bisognerebbe parlare di una tappa nel cammino di questa poesia. Nelle mie impressioni su La domanda della sete scrivevo qualche anno fa che “Ogni libro di Chandra Candiani sembra dire l’ultima parola del poeta sull’io e il mondo”. Oggi sento il bisogno di precisare questa affermazione. Il mio parere è che in poesia non esista l’ultima parola perché ogni poesia è l’ultima parola. Nel flusso della vita.
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Da qui, da questo posto lontano e solitario, le urla del mondo si sentono di più. Ascoltare le notizie ha un impatto fortissimo sul cuore messo a nudo da una vita semplicissima e solitaria. (dall’intervista a Chandra Candiani di Franco Ventura su La Lettura, inserto domenicale del Corriere della Sera, vedi qui).
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Il libro
Questa nuova raccolta di poesie di Chandra Candiani nasce da un’esperienza reale: l’abbandono di Milano e il trasferimento in una casa su un alpeggio piemontese in mezzo a un bosco. Non che Chandra non avesse un forte rapporto con la natura anche da “cittadina”, ma quando le relazioni diventano fisiche, quando gli alberi e gli animali ti circondano, li vedi e li puoi toccare, vivi con loro, le sensazioni raggiungono un’intensità diversa, e le poesie che nascono da questa esperienza, pur nella continuità delle caratteristiche stilistiche e di pensiero, propongono una svolta, per esempio dissolvendo progressivamente i residui autobiografici e registrando i dati del mondo esterno e delle sue sofferenze con un sentire tanto piú intimo quando piú defilata è la posizione di ascolto. Nella poesia che apre la raccolta il personaggio che dice io entra in un bosco accompagnata da un puma e da un lupo: «Caro bosco | vengo a te in cerca della ferita che ci precede». È la bambina che conosciamo dai precedenti libri di poesia di Chandra, accompagnata da due angeli del mondo selvatico. Poesia dopo poesia troverà il giusto equilibrio e le giuste distanze di rispetto per vivere nel contatto costante con la natura. E imparerà a farsi attraversare dalla luce, dal vento e dal respiro di ogni essere vivente. Imparerà a far parte della pulsazione collettiva che ogni bosco è.
L’autore
Chandra Candiani è nata a Milano nel 1952. Di lei Einaudi ha pubblicato tre precedenti libri nella collana di poesia: La bambina pugile (2014), Fatti vivo (2017), La domanda della sete (2020). Nelle «Vele» Chandra ha pubblicato Il silenzio è cosa viva (2018) e Questo immenso non sapere (2021). Negli ET le favole di Sogni del fiume (2022). Altri suoi libri di poesia sono Bevendo il tè con i morti (Interlinea, nuova edizione 2022) e Vista dalla luna (Salani 2019).
