La poesia è dichiaratamente e sempre la prima passione (forse presente anche nel suo dna) e fonte anche per la narratrice, arabista, già cattedratica di Lingua e letteratura araba presso la Universidad Complutense de Madrid, Montserrat Abumalham, a cui dedico questo post settembrino di LA SPAGNA IN LETTERE. Sono tre i testi di narrativa di questa autrice spagnola – di origine libanese, nata a Tetuán alla fine degli anni ’40 – a cui faccio riferimento e di cui traduco i titoli in italiano: Ti ricordi Shahrazad? (2001), Tutti stranieri (2019) e Panni sporchi (2022). Menziono subito la poesia, perché sia nei suoi libri di narrativa, sia nelle sue lezioni e seminari di Dottorato, non fa mistero della sua grande conoscenza e passione per la poesia araba, e non solo.
In tutti i libri di Montserrat Abumalham Mas che ho letto si riflettono le splendide caratteristiche spiccate che ricordo far intimamente parte anche della persona e docente universitaria di Dottorato che ho conosciuto anni fa: cioè empatia, grande capacità comunicativa e vivacità, sia umana sia culturale, sapendo trasmettere sia concetti e contenuti alti, sia – cosa fondamentale e splendida – amore e curiosità attinenti alla materia affrontata. Vivacità nell’esprimersi, nel portare una grande capacità di coinvolgimento durante le sue lezioni sul mito nella letteratura araba. Tutto ciò c’è anche nel suo descrivere luoghi, persone, situazioni storiche all’interno dei suoi libri, e anche una attitudine spiccata alla simpatia e comunicatività, umanità ed empatica serenità. Sì, ho avuto l’onore di essere sua allieva a Madrid, durante il dottorato di ricerca in Letteratura spagnola che ho realizzato presso la Complutense. C’è una splendida coerenza tra la vita privata, pubblica e letteraria di Montserrat Abumalham: ama ciò che studia e insegna e vive e scrive. Sia nella vita sia nei suoi libri, in parte autobiografici, ha avuto a che fare (e si è molto impegnata in questo senso, tra l’altro!) con i temi del dialogo interreligioso, dei e delle migranti, del tema di genere e della solidarietà e volontariato internazionale. Tutto ciò, insieme al suo lavoro di docente universitaria, l’ha portata a viaggiare, lavorare e fare volontariato in molti luoghi del mondo, sia nel mondo arabo, sia nel mondo ispanoamericano.
Questa vulcanicità e simpatia mi ha portata da subito e negli anni a essere e rimanere curiosa in merito alla sua produzione letteraria.
Ricordo ancora sorridendo un piccolo aneddoto, che mi fece sentire (nel grande campus della ‘Complu’) una persona presa in considerazione e ‘vista’, cioè quello che mi disse un giorno a lezione: “Me han chivado que no has ido a clase de hebreo” (e cioè: “Qualcuno ha fatto la spia: mi hanno detto che non sei andata a lezione di ebraico.”). Suo marito, è stato anche lui mio docente – del livello base di lingua ebraica, appunto, il Prof. Girón, e aveva notato che non ero a lezione, oltre al fatto che sapevano, dunque, entrambi che esistevo ed ero alunna di entrambi. Piccolo aneddoto su di me: prima di studiare a Madrid ho studiato (e lavorato) a Barcellona, dove oltre a studiare presso la Universidad Autònoma de Catalunya e vivere per un poco nel campus di tale ateneo, ho anche seguito un corso di catalano e uno arabo presso il centro di lingue. Ho poi brevemente ripreso tale studio a Madrid, trovando agevole studiare in parallelo rudimenti di arabo e di ebraico.
Nel suo romanzo Tutti stranieri!, ambientato in Marocco, Libano e Catalunya, in un lasso di tempo che va dagli anni ’20 agli anni Novanta del XX secolo, il tema centrale è la situazione dei migranti e anche l’essenza del raccontare, con tutte le sfumature del caso, e che mutano, a seconda di chi narra e di chi ascolta… le saghe familiari. La scrittrice cita le poesie di Al Mutanabbi e di Abu Nuwas, e la devozione del personaggio- protagonista Sarkís a Manu Ablud, il critico letterario che lo sprona a scrivere. Nel 1937 questo stesso personaggio risponde a un bando come professore d’arabo nel protettorato arabo del Marocco e si ritrova nella Guerra Civile spagnola. Vengono citati anche Dante, Montale e D’Annunzio, e la visita a Napoli e alla Costiera amalfitana. Lui è druso, lo vediamo recarsi a messa in Campania, e assistere stupito per la prima volta alla sua versione latina. Rimane a Napoli. Poi corteggerà la sua amata, fidanzata con versi e poesie. Si sposa con Rosa e continua a scrivere, facendone una professione.
Nel romanzo Panni sporchi realizza un bilancio ‘comparativo’ riguardante la vita, soprattutto la vita delle donne. Si tratta in fatti della storia di due amiche, Alicia e Paula. La prima sembra aver avuto una vita appagante, con arte, viaggi, lavoro, volontariato nel mondo della solidarietà (…). Lo stupore per lei deriva dal fare cose per che credeva inimmaginabili. Sempre lei: scrive storie, dopo passione per la poesia, che la accompagna da e per sempre. L’altra amica è stata molestata in famiglia. Ci sono diversi atteggiamenti, delle due donne: quello del nascondere e quello del condividere invece i dolori, ecc. Si erano conosciute dopo aver traslocato nello stesso quartiere di Madrid, cioè la Moncloa, negli anni Settanta, e proprio nel periodo della profonda trasformazione di quel quartiere, da periferico a molto ambito, servito, residenziale ed elegante. Paula e il marito di Alicia eran rappresentanti dei residenti e Paula faceva usare ai vicini il telefono fisso che avevano in casa, ancora raro a quei tempi. Le due si conoscono così. Stringono più amicizia mentre Alicia ha il secondo figlio. Paula la aiuta. Paula le offre anche le gustose chirimoyas, ‘esotico’ frutto che non conosceva. Nasce una amicizia che durerà moltissimi anni. Paula viene da una zona rurale del Nord, mentre Alicia da una città del sud della Spagna. Parlano in confidenza e trasparenza anche delle loro rispettive famiglie. Paula è appassionata di oggetti vintage, forse per compensare la perdita della casa della sua famiglia. Paula è molto casalinga. Alicia lo è molto meno. Fu derubata della sua eredità, dai parenti rimasti al paese. Cerca di creare per i figli un patrimonio che possa tra loro equamente suddiviso. Entrambe hanno vissuto in contesti familiari in cui il maschilismo era molto diffuso, così anche la difficoltà tra donne ad aiutarsi, spalleggiarsi, vivendo da generazioni in contesti in cui erano diffusi vari comportamenti di abuso domestico di vario tipo sulle donne. Vi sono nel libro varie considerazioni sulle conseguenze psicologiche in chi ha subito violenza (in vari sensi… botte, violenza sessuale, violenza psicologica, isolamento…) durante l’infanzia. Anche i modi e momenti inaspettati, i ricordi e il disagio possono tornare a galla. Così come il dolore. Il papà di Alicia si è palesemente dispiaciuto quando è nata, perché non era un maschio: ecco da subito presentarsi i pregiudizi di genere. Il padre di Alicia pare decisamente scontento di avere una figlia femmina. Lei rimane molto sorpresa e dispiaciuta quando vedrà che suo padre inizia a comportarsi per la prima volta come qualcuno che ha una vera famiglia solo quando entra in scena con loro il cugino di Alicia. Il cugino Emilio forse invidia l’intelligenza di Alicia, però la disprezza e umilia palesemente e continuamente, minandone così l’autostima: “Tanto a che le servirà sapere bene le lingue, ecc. è solo una ragazza”. Alicia si renderà conto che suo cugino tratta in modi diversi lei e sua madre, da una parte, e dall’altra suo padre: ovvero tratta male loro due e molto bene e con gentilezza lui. Il trasferimento di Alicia a Madrid è per lei una vera liberazione: non è né si sente più controllata e può stringere liberamente varie amicizie, seguendo la sua natura spontanea ed estroversa.
Nel breve e molto poetico e intenso libro in prosa Ti ricordi di Sherazade? (Sial – Casa de África, Madrid), Montserrat Abumalham costruisce un epistolario ‘univoco’, formato cioè da lettere scritte dalla celebre narratrice di Le mille e una notte, che qui diventa colei che di notte (elemento femminile, e anche Yin, possiamo dire, che si combina con l’elemento Yang dell’atto di scrivere, sempre realizzato dalla protagonista-narratrice) scrive a un uomo, ribaltando, o meglio completando, un topos antico (obsoleto…): qui è la donna a rivolgersi a un uomo che fino alla fine non sapremo dire se sia una convenzione letteraria, un vero compagno di vita, o una licenza poetica, esordendo sempre con “querido hombre”.
E in una delle ultime lettere che costituiscono il libro, leggiamo una dichiarazione molto toccante, che vado a tradurre, e che leggo come cifra e sintesi dell’opera (di narrativa e non solo) di Montserrat Abumalham che, con forza e delicatezza insieme, compone, presenta, testimonia, crea e modella la voce di mondi molto reali, di esistenze che nella navigazione attraverso la vita, trovano approdi che esse stesse, comunicando, studiando, condividendo un e in un universo multiculturale e poliglotta, e proseguendo virtuosamente il cammino (in altre parole il Tao):
“Ricordo una bambina, persa in mezzo a un mondo costruito dagli adulti. Le regole, i compiti, i doveri governavano quel mondo in cui la bambina annegava e si perdeva nei meandri di giusto e sbagliato. La bambina crebbe immaginando un mondo in cui non ci fossero regole diverse da quelle del desiderio, dell’affetto, della libertà e non erano poche le regole che lei stessa era in grado di darsi”.
Un punto di vista e un vissuto che sono stati, sono, sono rimasti poetici, quelli della Abumalham, per alcuni versi proprio una sintesi eccelsa di quanto ho trovato, mi è stato offerto, e ho studiato e vissuto in Spagna: tra cultura e gioia di vivere, conoscenza, accoglienza, condivisione, multiculturalismo, apertura mentale, sorrisi.




