Isabella Bignozzi, Memorie fluviali

di Rosa Salvia

Isabella Bignozzi, Memorie fluviali, MC edizioni, Milano 2022

 

La poesia di Isabella Bignozzi è calda, delicatissima e quasi violenta nell’amore che esprime.

Originale nella percezione e nella formulazione delle sue metafore, unisce un vivo sentimento

del reale a un teso ascolto della sua raison de coeur.

Un “quaderno di spine” che si dipana attraverso un dire sottratto al tempo, forma accertata e durevole da opporre agli eventi ambigui e precari dell’esistenza.

Rinvii ed echi si diramano da profondità e sapienze ancestrali, da un’innata vocazione alla classicità, fino a coniugare versi di sofferta consapevolezza (sulla scia di poeti quali Paul Celan): […] non cercare il guado indenne / l’astro, il chiarore / canta il velo che sbiadisce / la ruggine sul fondale / la spina del cardo // se vuoi esser (poeta) / con quelli tesi alla bellezza salvifica dell’amore in senso lato (dove Amore e Divino rappresentano un corpo unico come per Cristina Campo): […] lo vedi amore mio / con questa preghiera selvaggia fiamma libera / come saliamo in alto sopra il taglio e la tregua / com’è avvolta di salvezza ogni nostra cura // e queste nere piccole morti / che provano a stringerci i polsi / non hanno più la via né le mani / diventano giorno diventano acqua // ora che tutto schiarisce e aiuta / le persiane che biascicano il buio / fanno estate dolce, nave che salpa, vela pulita / fanno luce di alba buona. 

Il tema della ‘cura’ (infinito accoglimento), come quello della ‘memoria’, tanto cari alla poetessa, sono recupero, attraverso luoghi e voci care, di istanti di vita, attimi di dolcezza senza compiacimento malinconico, perlustrazione profonda dell’interiorità che restituisce la parola al suo valore simbolico e al riaffiorare della luce:
Essere toccati / in quel punto indifeso e segreto / dove depone il suo bene la parola esatta / che
ci fa immobili in un battito da dentro / nella nostalgia profonda della cura.

Il testo poetico si pone pertanto come luogo d’incontro in cui si congiungono sul piano dell’accostamento orizzontale e su quello dell’intersecazione verticale da un lato le immagini e dall’altro tutto ciò che esse simboleggiano o evocano.

Una poesia che si sforza di indagare il fluire ininterrotto della vita cogliendone elementi apparentemente disorganici e contraddittori i quali, al fine di stimolare una riflessione poetica, aprano la strada ad una ricerca viva e interrogante, ma al contempo prudente e riservata.

I componimenti prendono quasi sempre lo spunto da un luogo geograficamente ben definito o da un tempo preciso anche attraverso l’intreccio di scienza e poesia: […] nel centro del vortice / l’isotopo radioattivo / emette / particelle di immagini / lento l’atomo svuota orbitali /e mentre rilascia tossine / lentamente decàde.  

Ponendo attenzione risulta evidente che si tratta di punti nei quali sono raccolte infinite possibilità pronte a dispiegarsi o momenti di epifania del mistero, di appassionata tensione verso l’enigma indefinito dell’esistenza, il respiro della vita, ciò che di Assoluto si manifesta nella totalità di ciascun essere vivente: […] Mi è qui ora, come pane / il sapere con te l’acqua, la pietra / l’istante nel rogo di pace // un bene che conosce, posa chiaro / dissolto negli anni, il mattino / che attutisce nel sole / tenero, assorto / e altro non chiede.

Inoltre, la propensione stilistica verso la poesia in prosa (fermo restando poesie più scabre ed essenziali, assetate di grazia / indifesa / disarmata) si snoda attraverso un abile strumento di concentrazione là dove la precisione delle immagini, la capacità di comprimere il testo, le rigorose scelte lessicali, costituiscono una caratteristica determinante di questa poetessa. 

Nel lungo prezioso componimento Memorie fluviali vi sono versi di una bellezza struggente:

[…] ti chiedo perdono piano / del non essere guscio di grazia / piccolo rifugio dei vivi // aiutami /
avrò la perizia dell’acqua / l’abbraccio che teneramente monda, benedice.

È sempre l’amore a dominare, come se solo un grande “tu” possa riempire la vastità abissale dell’ “io” e tendere a ghermire l’oltre.

E, come per Celan, si può dire che ogni momento di questa poetica si snoda come un dramma-azione coattamente sacro (soprattutto nel senso di sacer latino) in cui la maledizione permea la benedizione di ogni inventum poetico e umano: […] inchioda col martello i bracci della croce / 
che siano proporzionati / perpendicolari / leviga il legno scuro, percorrine le vene / spiana con
la lingua i margini scheggiati // lava mille volte i piedi dalla polvere / e poi avviati, e guarda bene avanti / la schiena diritta, le ossa che bisbigliano / non ti lagnare, c’è pace nell’ultimo raggio //
il crepuscolo assopisce chiare le foglie / sbiadisce la furia bionda del grano / un tepore verde sale da teatri d’erba / che piegano al tintinnare dei sistri. // Ecco, dunque, il tuo compito è questo / è
più minuto, sai, di quello d’altri / non è vanto, né oggetto raro / ma solo una ferita gelida di luce //
la tua più preziosa tenerezza / ora fatti calice / grembo d’ombra / è il tuo corpo che chiama casa.

11

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *