Uomo del suo tempo

August Schrader (1906-1943)

a mio fratello Andreas Maximilian Golisch (1963-2022)

La realtà deve diventare vecchia per diventare reale.
Stig Dagermann

La vita è uno sforzo continuo per raggiungere l’armonia, visto che può sopravvivere solo come un sistema armonioso di materiali e di energie. Più una creatura è armoniosa, più semplice, più adattabile, più a lungo vive la sua specie: l’eterna ricerca dell’equilibrio pervade tutto ciò che accade. Il mondo è un sistema di continui bilanciamenti.
Leggo queste parole in uno testo che mio nonno, l’operaio August Schrader (1906-1943), aveva scritto alla fine degli anni ’30 del secolo scorso. I suoi appunti, apparentemente di tipo scientifico, in realtà, sono un appassionato trattato sulle connessioni cosmiche che ci muovono e che noi stessi, in quanto parte del grande universo del vivente, muoviamo.

Non è casuale che, proprio in questo momento della mia vita, abbia cominciato ad interessarmi del lascito di mio nonno. Sebbene mio fratello l’avesse digitalizzato già qualche anno fa, è stato solo quando sono entrata in possesso dei documenti originali che la sua lontana figura ha preso vita.
Morto a 37 anni sul fronte russo, ha lasciato uno spazio vuoto che lo ha predisposto a diventare uno specchio di perenne autointerrogazione: per mia madre, che all’età di tredici anni aveva perso il padre e per i suoi figli, cresciuti con l’idea – anche se mai espressa esplicitamente – di non aver conosciuto il membro più prezioso della loro famiglia.

L’unico ritratto fotografico che esiste di lui, mostra un giovane uomo sulla trentina con folti capelli scuri e piccoli occhiali rotondi. Probabilmente si tratta di una foto tessera che è stata ingrandita dopo la sua morte: questa nitida immagine di un bell’uomo il cui aspetto denota uno stile assai personale. Infatti, il tessuto dell’abito, il gilet di lana, la camicia finemente rigata e il papillon a pois sono accuratamente coordinati. Su quali modelli si sarà formato il suo gusto, tutt’altro che scontato per un uomo della sua classe sociale?
Non lo so.
Questa frase è il mantra che ritmerà la mia ricerca.
Non lo so.
Sul piano concreto è impossibile ricostruire gli avvenimenti e per quanto riguarda le particolari atmosfere del suo tempo – odori, sapori, idiomi, modi di pensare e di agire – possono essere solo accennate di volta in volta in forma interrogativa.
Da quel poco che mi ricordo dei racconti di mia madre e di mia nonna e da quello che mi permetto di immaginare, cercherò di dare un volto a un uomo morto ottant’anni fa che nessuno ricorda più tranne me.

Essere umani vuol dire essere intrecciati in una fitta rete di contraddizioni, lotte, speranze e delusioni. E, in alcuni momenti come talvolta succede anche nelle condizioni più disperate, di splendere all’improvviso.
Senza meriti particolari.
Perché la vita è così: imprevedibile nelle sue svolte, ingiusta nella distribuzione di fortuna e sfortuna.
In questa luce, una vita può forse rappresentare tutte le vite: nella comparabilità e unicità dei destini.

La vita di mio nonno August Schrader, nato nel 1906 a Entrup, un minuscolo villaggio nel Principato del Lippe, all’epoca una delle regioni più arretrate della Germania, e morto in Russia nel 1943. L’ultima lettera di mia madre a suo padre in cui parla della deliziosa torta di mele che avevano preparato per una festa di compleanno, era stata restituita immediatamente. Non aveva più raggiunto il suo destinatario. Nel luglio 1943, mio nonno, nonostante l’età avanzata per gli standard militari e la grave miopia, fu arruolato come soldato semplice nella regione di Bryansk, un’area ai confini di quelle che oggi sono l’Ucraina e la Bielorussia. Nel 1941, questa zona era stata occupata dalla Wehrmacht, diventando, quasi da subito, un centro del movimento partigiano russo. Dopo la perdita della battaglia di Stalingrado, i soldati tedeschi avevano un ultimo ordine soltanto: fare terra bruciata. La probabilità di salvare la propria pelle in tali circostanze era praticamente zero.
Era solo una questione di tempo.

Per il soldato August Schrader il tempo era arrivato il 3 settembre.
Forse, chissà, anche lui aveva dovuto uccidere – poiché guerra significa sempre uccidere: il nemico esterno e con lui la propria umanità. Solo due giorni dopo, il 5 settembre, i tedeschi si erano ritirati definitivamente dalla regione. Mio nonno fu seppellito frettolosamente nella cittadina di Susemka, a cinque ore di macchina a est di Kiev. In una lettera di condoglianze, il sindaco di Lemgo si congratula con la vedova per l’eroica morte di suo marito nel nome della patria.
Heil Hitler. Punto esclamativo.

Tra la data di nascita e quella di morte si apre come un vecchio ombrello nero, una vita. Quella di ogni uomo e di questo uomo in particolare – con le sue armonie e dissonanze, costellazioni archetipiche e colori personali che lo rendono inconfondibile e, al contempo, fedele testimone della sua epoca. Ciò che ci sfugge immancabilmente quando ci troviamo in un vagone della metropolitana sovraffollata, diventa evidente in prospettiva storica: che la nostra esistenza si svolge nel qui ed ora. In questo e in nessun altro luogo le persone si vestono come ci vestiamo noi, parlano come parliamo noi e danno per scontato quello che tutti danno per scontato. Per quanto l’uomo possa cercare di coltivare i propri tratti personali, è la sua epoca il suo marchio di fuoco.

Nato nel mese dei fuochi delle patate.
Da figlio di contadini senza terreni agricoli, costretti al lavoro stagionale nella zona della Ruhr, in Olanda e a Berlino. Ogni primavera si formavano piccoli gruppi di uomini che fino all’inverno successivo vendevano la propria mano d’opera nelle grandi fabbriche e imprese edili, mentre donne e bambini continuavano a occuparsi della magra agricoltura domestica: una mucca, spesso solo una capra, nel migliore dei casi un maiale e minuscoli appezzamenti di terra dove si coltivavano patate, cavoli e rape. Queste erano le condizioni in cui si svolgeva la vita in campagna nella sua forma più elementare. Una fatica quotidiana che assicurava appena la sopravvivenza.

Sperare che il capo famiglia non si facesse male, che la capra non scappasse e che la giornata finisse con un piatto di minestra calda: vita di gente di paese, abituata a non chiedere di più di quello che gli veniva concesso: una zuppa di bucce di patate, una tazza di caffè di ghiande che i bambini raccoglievano in autunno. Per chi non conosceva gusti più raffinati, andava bene così.

Tempi lontani.
Mi raccontava mia nonna della fatica di pascolare una capra ribelle e della noia di accudire il crescente numero di fratellini affidati a lei perché sua madre preferiva lavorare nei campi piuttosto che prendersi cura delle piaghe, come si chiamavano i figli in dialetto, nati soltanto perché non c’era alternativa. Tutto era destino: matrimoni senza amore, figli venuti male, incidenti e malattie mortali. Per chiunque avesse, in un rigido inverno, dovuto seppellire un bambino, la parola destino era l’unica capace di attribuire al dolore il posto giusto nell’ordine prestabilito nel mondo che non veniva interrogato.

Allora, quando in inverno il buio scendeva già nel primo pomeriggio.
Quando di notte i bambini che di giorno andavano per la propria strada, si rannicchiavano insieme nell’unico letto loro assegnato. Di cosa erano fatto i loro sogni, allora, prima che le intime immagini dell’uomo fossero sostituite da quelle della pubblicità?
Non lo so.
Posso soltanto chiamare alla memoria alcune impressioni colte in viaggio, come quelle del villaggio abbandonato di Sostila in Valtellina, dove negli anni del boom economico ci si era dimenticati di costruire una strada che collegasse il paese con la modernità. Ricordo ancora le pareti delle casette, nere del fumo dei camini e i delicati fazzoletti di pizzo trovati nel cassetto di un vecchio mobile nella casa del prete.
Mondi lontani dove la prospettiva che un bambino sopravvivesse all’infanzia non era affatto scontata, dove una comune malattia infettiva poteva essere mortale e dove la vita di tutti i giorni nascondeva una quantità di pericoli incalcolabili.
Tuttavia, immagino che i nostri antenati non vivessero diversamente da noi: cioè come se fossero stati immortali.

Finita la scuola dell’obbligo, mio nonno era stato mandato a Lemgo, in Vestfalia, per imparare un mestiere che potesse garantire un minimo di sicurezza in tempi alquanto insicuri. Non lo vedo quindicenne, ma vedo i ragazzi di oggi e per quanto apparentemente imparagonabili, percepisco chiaro ciò che unisce tutte le generazioni: quella sensazione megalomane che la vita appartiene a me soltanto. Che sono invincibile.

Cavoli e patate.
Stufato di rapa.
Plocken per colazione: pane nero sgranocchiato nel caffè di cicoria, mangiato a cucchiaiate. Questa era la colazione di mia nonna fino a quando non le fosse servita la colazione standard nella casa di riposo, l’ultima sua dimora: pane bianco e marmellata in piccoli contenitori di plastica.
Vaghi ricordi di odori di cucina.
I puntini blu sulla confezione del caffè di cicoria.
Grosse salsicce grigie delle macellerie e quintali di patate in cantina che dovevano durare dall’autunno fino alla successiva primavera.
Chi ha fame non disprezza alcun cibo, per quanto grossolano.
Chi ha fame, non si preoccupa di tovaglioli e posate.
Chi ha veramente fame.
Io non ho mai avuto veramente fame. Ho letto soltanto da qualche parte che prima di morire di fame si impazzisce.

Lavoro e pane.
Fino alla fine mia nonna mi chiedeva sempre di queste due cose quando andavo a trovarla nella casa di riposo. Ed era contenta soltanto quando le dicevo che stavamo lavorando tutti e che avevamo abbastanza da mangiare.
Lavoro e pane.
Soltanto quando questi due minimi requisiti alla sopravvivenza sono garantiti, si può pensare a dare una forma alla propria vita. Permettersi una passione e dei gusti personali.
Per i nostri antenati, questo era tutt’altro che scontato.

Gli anni ’20 del secolo scorso nella mia cittadina natia: con le sue case a graticcio e gli eleganti frontoni rinascimentali. Le strade strette e le chiese protestanti austere. Come erano stati vissuti i cambiamenti politici che negli anni dopo la fine della Prima guerra mondiale avevano sconvolto la vita? Come immaginava la gente di provincia le metropolitane, un teatro di varietà, un evento sportivo di massa? Con che occhi guardavano le fotografie sui giornali? Era desiderabile quel mondo imparagonabile alla propria quotidianità: l’odore di cavolo sulle scale e lo sporco sotto le unghie dopo un’interminabile giornata di lavoro?

Sebbene la giornata di otto ore sia stata ufficialmente introdotta nel 1923, ancora il lavoro del sabato era rimasto la regola. Per la maggior parte, le uniche ore di libertà erano quelle della domenica pomeriggio.
Sul campo sportivo davanti alla Schützenhaus, dove le ragazze di servizio vanno a guardare i ragazzi giocare a calcio, riconosco improvvisamente i due giovani che sarebbero diventati i miei nonni. Ecco la storia di August e Anna che si erano innamorati in una domenica pomeriggio di sole o di pioggia e che erano una bella coppia senza un soldo in tasca, ma cosa importava il denaro quando si aveva tutta la vita davanti a sé, quando la vita vera non era nemmeno iniziata.
La vita vera.
La vita vera erano le nozze improvvisate perché c’era un bambino in arrivo, una femmina che avrebbero chiamato Irmgard, un nome moderno per tempi moderni.
La vita vera era una abitazione in una vecchia casa in un vicolo malfamato.
Problemi di lavoro e di soldi.
La domanda costante: come facciamo arrivare alla fine della settimana?
Per un cesto di patate, qualche uovo e forse un pezzo di pancetta, mia nonna va a lavorare dai suoi parenti in campagna. Nel giro di pochi anni nascono due altre figlie: Ilse e Gerda. Su minuscole foto con bordi seghettati si vedono le tre sorelle, sempre vestite uguali. I fiocchi nei capelli e i grembiuli con ricami e balze mostrano un senso di bellezza che mia nonna poteva esprimere soltanto quando si metteva alla macchina da cucire.
La vedo davanti a me, donna anziana ormai, sempre con una camicia bianca e una collana di perle finte intorno al collo. Nonostante quello che le era successo, alla bambina che sono stata io, aveva trasmesso la sensazione che nulla di male le sarebbe mai successo.

Fare tutto quello che doveva essere fatto per rimanere a galla.
A me, invece, interessa quello che l’uomo fa oltre lo stretto necessario.
Ho avuto questo pensiero, per la prima volta, in occasione di una mostra sui gulag sovietici. In una vetrina ero rimasta a lungo davanti a un elegante cappello lavorato all’uncinetto con dei colori accuratamente coordinati che testimoniava molto di più del bisogno di proteggersi dal freddo. Piegando il ferro a uncinetto e tirando pazientemente i fili dagli stracci, il prigioniero senza nome si era riappropriato della sua dignità umana. Invece di aspettare la liberazione, si era liberato da solo.

Come si viveva, come si poteva vivere nel senso pieno della parola, quando gli impegni quotidiani assorbivano completamente le proprie forze? Rassegnandosi o combattendo? Nonostante le difficili condizioni economiche e politiche, proprio in quegli anni, gli operai avevano raggiunto una coscienza di classe inimmaginabile oggi. Cultura era la parola magica. Con l’aiuto della teoria marxista, per la prima volta nella storia, si poteva comprendere la propria condizione nella sua dimensione politica e quindi sviluppare una reale prospettiva di cambiamento. In questo clima fiducioso, gli operai aderirono in massa al Partito Comunista che sembrava l’unico garante dell’antico sogno di una società egualitaria.

Nell’ottobre del 1930 mio nonno, all’epoca ventiquattrenne, era entrato nel Partito Comunista.
I tre anni tra l’adesione al partito e l’ascesa al potere dei nazionalsocialisti devono essere stati i suoi anni migliori. Improvvisamente si era aperto un campo d’azione che faceva emergere in lui delle qualità che non sapeva nemmeno di possedere, come il talento di parlare davanti ad una platea.
La forza della parola – forse una prospettiva futura al di fuori del lavoro in fabbrica?
Ancora i dadi non erano tratti. Ancora c’era la speranza che il Partito Comunista, in un prossimo futuro, avrebbe potuto occupare posizioni politiche a livello nazionale.

Nel suo romanzo-saggio L’estetica della resistenza, una cronaca letteraria del movimento operaio prebellico, lo scrittore Peter Weiss riflette sui complessi processi di appropriazione culturale di un gruppo di giovani comunisti che, all’indomani dalla partenza per la guerra civile in Spagna, visitano il Pergamon Museum di Berlino. Davanti all’altare cercano di individuare un messaggio controcorrente della storia: La nostra concezione di una cultura solo raramente corrispondeva a ciò che si presentava davanti a noi come un immenso serbatoio di beni, di invenzioni represse e di illuminazioni. Come dei paria ci avvicinammo a questo accumulo. In principio timorosi finché non ci rendemmo conto che eravamo proprio noi a dover vivificare tutto ciò con le nostre interpretazioni, per comprendere meglio cosa avevano, queste opere, da dire a noi, oggi.
Vividamente, Weiss descrive la vita quotidiana delle famiglie operaie nei quartieri più poveri di Berlino, che si svolgeva in caseggiati fatiscenti e nella costante paura di perdere quel poco che si aveva bisogno per sopravvivere. Nonostante le situazioni disperate, però, i protagonisti non vengono mai vittimizzati, ma appaiono, al contrario, pronti a combattere per salvare la propria dignità umana: Per noi, i mobili erano solo un bene accidentale, comprati a buon mercato e trasportati da luogo in luogo su un carretto, a mano e rivenduti prima di trasferirsi in un’altra città. Possedevamo una selezione delle poesie di Majakovskij, alcuni scritti di Mehring, Kautsky, Luxemburg, Zetkin, Lafarge, alcuni romanzi di Gorky, Arnold Zweig e Heinrich Mann, di Rolland, Barbusse, Bredel e Döblin. Invece di una trapunta di pizzo e un vaso di porcellana, i miei genitori compravano sempre questi piccoli blocchi di carta, fittamente stampati che contenevano conoscenze, suggerimenti e istruzioni che ci potevano servire, e anche quando i soldi erano pochi, poteva succedere che mio padre o mia madre tornavano a casa con un nuovo libro di Toller o Tucholsky, di Kisch, Ehrenburg o Nexö, e la sera ci sedevamo sotto la lampada della cucina, leggevamo a turno e ne discutevamo il contenuto.
In un’atmosfera di disprezzo per tutto ciò che era frivolo, si viveva poveri, ma non miserabili. Non chiedendo l’elemosina, ma solo esigendo ciò che spetta ogni essere umano: lavoro, pane, casa e il diritto all’istruzione e alla partecipazione politica.

Al primo anno di liceo c’era, nella mia classe, un ragazzo biondo dalla pelle ruvida che portava un nome all’antica e che ogni mattina arrivava in pullman da un paesino sperduto. Mi ricordo del giovane insegnante di lettere che lo utilizzava come esempio di una persona per la quale non era fatto il liceo. Vedo ancora quel ragazzo alla lavagna cercando invano di recitare una poesia e vedo ancora il viso trionfante dell’insegnante: questo non è uno dei nostri. Nell’anno scolastico successivo il piantagrane non c’era più, o forse già dopo le vacanze di Natale, non ricordo esattamente. Il breve viaggio di un ragazzo di campagna nel mondo dei colti era finito, senza che nessuno si fosse alzato per prendere la parola per lui.
Era l’anno 1970.
Per andare a scuola i miei genitori mi avevano regalato una bicicletta pieghevole arancione ed era soltanto la fermezza di mia madre che aveva deciso che sua figlia sarebbe stata la prima a prendere la maturità a impedire che anche io, eventualmente, fallissi alla lavagna.

Di quel periodo, di grandi speranze, è rimasto soltanto la tessera del Partito Comunista con le marche da bollo contributive accuratamente incollate. Importi minimi che, tuttavia, avevano creato un forte senso di appartenenza: attraverso la teoria marxista, si poteva finalmente comprendere il corso della storia.
Le pietre avevano cominciato a parlare.
Quello che dicevano era terribile.
Tutto doveva cambiare.
E tutto sarebbe cambiato: era questo il senso della storia.

In seguito alle elezioni del 1933, il Partito Comunista fu vietato e i suoi membri furono arrestati. Tra loro, il consigliere comunale August Schrader.
Qualche volta mia madre aveva menzionato questo fatto, senza, però, entrare nei dettagli che probabilmente lei stessa non conosceva.
Non so se mia nonna in quelle settimane di incertezza e di pettegolezzi avesse avuto qualcuno al suo fianco. Mi ricordo di una amica di famiglia che da bambina chiamavo la strega. Tra le carte di mio nonno ho trovato una breve lettera che questa donna aveva scritto dopo la morte di mio nonno al sindaco. Firmato con una formula insolita, un saluto silenzioso invece dell’allora obbligatorio Heil Hitler.
Nella mia memoria, la strega aveva dei lunghi capelli bianchi ed era vestita interamente di nero.
Non mi piaceva e avevo paura di lei.

Ci sono delle streghe.
In ogni epoca.
Anche alle loro incomprensibili apparizioni tra la folla è dedicato questo testo.

Il marito in prigione.
Nel caso di mio nonno, non il peggiore dei casi, si torna a casa dopo qualche settimana. Non so se avesse parlato con sua moglie di ciò che gli era successo nel carcere della Gestapo a Hamm o se aveva taciuto, perché era stato quello il prezzo per la sua scarcerazione.

Immagino.
Marito e moglie.
Lei ai fornelli, lui, seduto al tavolo della cucina, immerso nella lettura.
Due mondi uniti in uno spazio minuscolo.
Non possiamo permettere che ci trattino così!
Pane e patate, è quello che conta!
Ma è tutto collegato. Perché non lo vuoi capire!
Non lo capisco. Non ti capisco.

Il potere delle parole.
Ma il tempo delle parole era finito ormai.
Quando se ne rese conto, mio nonno aveva ventotto anni. Ora si combatteva con i pugni. Il suono dei pugni era sordo.
I tempi nuovi erano così.
Non erano più i suoi.

Pensa alle tue figlie. Pensa a me.
Questa è la voce di mia nonna.
Voce delle donne di tutti i tempi.
Voce del pane quotidiano.
Quando il produttore di detersivi, l’azienda Henkel, aveva organizzato dimostrazioni di lavaggio pubblico nelle piccole città come parte di una campagna pubblicitaria, anche mia nonna si presentò con l’asse per lavare sulla Schützenplatz. A fine mattinata, il bucato era bianco immacolato e si aveva pure guadagnato quale marco e un pacchetto di Persil.

Ecco, da dove vengono i soldi! Non possiamo permetterci di essere presuntosi.
Invece, dobbiamo permettercelo! Se no, non cambierà mai nulla.
Ecco, non cambierà mai nulla.

Si era vergognato, a volte, mio nonno di sua moglie?
L’avrebbe desiderata diversa? Interlocutrice a suo livello?
Aveva letto forse da qualche parte di questa variante di una storia d’amore?

Non possiamo permettercelo!
Dobbiamo permettercelo!

In un volantino del Partito Comunista del gennaio 1933, conservato negli archivi della città di Lemgo, la drammaticità della situazione e l’urgenza di agire sono espresse con la massima chiarezza: Lavoratori! I quattro anni che sono trascorsi dalle ultime elezioni sono stati anni senza precedenti. Nel vortice della crisi che stiamo vivendo, le innumerevoli promesse che la socialdemocrazia e gli altri partiti capitalisti hanno fatto più e più volte ai lavoratori della nostra regione sono andate in frantumi. Che fine ha fatto la promessa di “industrializzare la regione”? L’alternativa al lavoro stagionale? Dov’è la terra che dovevano prendere i piccoli contadini e braccianti? Quel che rimane è la fame e la disperazione. Nove milioni di disoccupati senza lavoro e senza pane. Ventimila suicidi nel 1931! Un esercito di senza tetto e mendicanti che popola le strade di campagna. Le tasse rendono il cibo sempre più costoso e sempre più diffusa è la mortalità infantile. Inoltre si nota un progressivo aumento dell’impoverimento di ampi strati della classe media. Queste sono le conseguenze della politica capitalista.

Non è possibile andare avanti così. Il dialogo politico tra i partiti è finito da tempo. Ora si combatte con tutti i mezzi, propri ed impropri. Alla fine vincerà il più forte. Quello più furbo che, generosamente finanziato da potenti industriali, riesce a fare la propaganda migliore.
Poiché nelle zone rurali non ci sono delle sale adatte a raduni di massa, i nazionalsocialisti in breve tempo organizzano enormi tende riscaldabili, progettate per un massimo di mille partecipanti. La promozione dei loro eventi è professionale, la coreografia ritualizzata. Per entrare nell’atmosfera, una banda suona musiche militari e canti di battaglia, bambini con in mano mazzi di fiori accompagnano gli oratori all’entrata. È facile immaginare l’effetto che questi moderni eventi di massa faceva alle persone che vi partecipavano. Di fronte a una visione semplicistica che divideva il mondo in buoni e cattivi, in amici e nemici, l’appello dei comunisti di diventare il soggetto della storia non poteva non soccombere.
Essere comunista era impegnativo, per diventare nazionalsocialista non ci voleva nulla.
Chiunque lo poteva diventare in ogni momento.

Pensare come pensano tutti.
Parlare come parlano tutti.
Ma questo non era vivere, ma vegetare.
Esperanto, letteratura e musica.
Da autodidatta mio nonno aveva imparato a leggere la musica e a suonare il violino. Leggeva e scriveva poesia. Con tutti i mezzi che aveva a disposizione cercava di fuggire la ristrettezza della piccola città.
Pensare fuori dagli schemi.
Ecco cosa rappresentava l’ideologia comunista allora.
Era impossibile immaginare nella primavera del 1933 che presto i funzionari del partito, nell’Unione Sovietica, avrebbero trasformato gli ideali iniziali in una dottrina di stato, eleminando i presunti nemici con spietata sistematicità.

Pensa ai bambini!
L’ultima parola era sempre quella del pane e dell’affitto.
Davanti a questi due argomenti, tutti gli altri perdevano immediatamente d’importanza.
Ecco la vita vera: l’odore della minestra sulle scale e la biancheria appesa sopra i fornelli.
Pensare fuori dagli schemi.
Nel giro di poche settimane la visione utopica di una società egualitaria si era spenta.
E ora?

Chi poteva, chi avevi i mezzi, la cultura e gli amici giusti si precipitava a lasciare la Germania. L’emigrazione non era buona. Il Terzo Reich era peggio, diceva Klaus Mann, uno dei più illustri cronisti dell’esilio. Per le persone del suo ambiente, era una questione morale.
La morale, però, bisogna potersela permettere.
Ciò che per gli uni era una prova di carattere, per quelli che non avevano né i mezzi, né le conoscenze, era una scelta impossibile.
A loro non rimaneva altro che adattarsi alle circostanze, senza vendere la propria anima.
Questa era la sfida.

Immagino.
L’impegno di stare vigili, di non farsi sfuggire una parola sbagliata.
Vivere nella costante paura.
Vivere, perché non era possibile diversamente, una doppia vita.

Immagino.
L’urgenza di trovare un lavoro. Ma chi avrebbe assunto, in una piccola città dove tutti conoscevano tutti, un comunista? Per fortuna, nelle grandi fabbriche di biciclette a Bielefeld si cercava operai. Con una moglie e tre figlie a carico, non c’era altra scelta.
La nuova vita era la vecchia vita: senza, però, la fiducia che consente all’uomo di sopportare anche le situazioni più difficili.

Allora o adesso.
Tu o io.
Una volta individuato l’invisibile filo che lega tutti i nostri destini, in realtà, non fa più nessuna differenza.
Il mio è il tuo tempo e il tuo è il mio tempo.
È così che incontro l’uomo che era mio nonno: in una giornata di primavera quando l’aria del mattino contiene in sé già tutta l’estate.
L’estate.
Perché l’uomo non può vivere senza una parola magica.

Desiderio di vacanze è il titolo di un disegno a matita che ho salvato dopo la morte di mia nonna e che da allora è appeso nella mia stanza. Il motivo è un binario delle ferrovie che si perde all’orizzonte, fiancheggiato da alberi in fiore. È un lavoro dilettantesco, eppure c’è qualcosa in esso che lo carica di un sentimento universale: come se quel desidero di vacanze esprimesse il desiderio, molto più grande di un’altra vita.
Lo sapeva, il pittore? Non lo sapeva? Poco importa. È il tempo stesso che ha aggiunto a quel modesto disegno tutto ciò che non potrà mai essere esaudito in una vacanza all inclusive.

1937.
Quattro anni erano trascorsi da quando il mondo era stato capovolto. Quattro anni in cui si aveva dovuto assistere ad un crescendo di violenza e volgarità. Nel frattempo, la vita di ogni giorno era andata avanti come prima: con i problemi di soldi e di salute, le torte della domenica, le pagelle dei bambini e le poche parole vere che ci si permetteva soltanto in situazioni eccezionali.

Alla ricerca di testimonianze di vita quotidiana ho trovato nei diari berlinesi della giornalista Ruth Andreas-Friedrich il seguente passo: I giorni passano, il lavoro continua. Tutto sembra essersi calmato meravigliosamente. Ogni giorno beviamo il nostro caffè da Schmitt, ci arrabbiamo per le solite sciocchezze, perdendoci più che volentieri nelle faccende di tutti i giorni.

Rumore di cucina.
Rumore di bambini che giocano.
Rumore delle macchine in fabbrica.
Rumore degli stivali delle SA.
Rumore degli slogan urlati in tutte le orecchie.
Per quanto il mondo fuori si facesse sempre più minaccioso, c’era pur sempre un altro mondo: quello della musica, della letteratura, del libero pensiero.

Solo! è il titolo di una poesia – forse la prima – che mio nonno aveva scritto il 10 settembre 1933. Il tema è il congedo dalle proprie speranze e illusioni giovanili: le sue e quelle di tutti gli uomini. Non è certo un capolavoro letterario, eppure, in queste cinque brevi strofe, composte nel tipico stile della sua epoca, si era iscritto in una tradizione che non gli apparteneva.
Una volta che la porta dell’altro mondo si era aperta, tutto era lontano e vicino allo stesso tempo e nella stessa misura.

Poco è rimasto di mio nonno, ma non nulla.
In un documentario che ho visto recentemente si narra la storia di una famiglia ebrea che proveniva da un paesino nel sud della Germania e i cui membri hanno lasciato ancora meno tracce. Alla ricerca di testimoni oculari, il regista incontra una donna anziana che si ricorda di una delle figlie, Dora o Rosa, non ricordo più il suo nome. Una sola frase era rimasta nella memoria di questa donna: quando la sua compagna di giochi, tornando da scuola, chiamava la madre con le sempre stesse parole: Sono io.

Sono io.
E non bastano, forse, queste due parole per giustificare l’intera ricerca?
Sono io.
Anch’io sono vissuta.
Anche io ho sofferto la mia parte.

La curiosità di mio nonno che spingeva le sue letture in molte direzioni.
Il testo più lungo che ho trovato tra le sue carte è un trattato sulla biologia, scritto a mano e cucito insieme, dando l’impressione di un piccolo libro.
Sebbene nei suoi documenti si dichiari atteo, questo scritto del 1937 non è soltanto motivato da interessi scientifici, ma prova una forte inclinazione alla spiritualità. Biocentrico è la parola chiave e, infatti, l’amore e la fascinazione per la vita in tutte le sue forme attraversa il testo dall’inizio alla fine.
Anche la polvere ha il suo significato.
Non posso immaginare con chi abbia potuto condividere tali pensieri.

1937.
Fu l’anno in cui l’artista Ernst Barlach, in seguito alla rimozione del suo Angelo della pace dalla cattedrale di Güstrow, creò la sua scultura L’anno terribile. Nel suo libro Barlach a Güstrow, lo scrittore Franz Fühmann descrive la solitudine dell’artista bandito dal regime che rifiutava di piegarsi, rimettendoci la salute e la reputazione.
Il 20 settembre dello stesso anno, lo studioso ebreo Victor Klemperer annotò nel suo diario: Sono sempre più convinto che Hitler è davvero il portavoce di quasi tutti i tedeschi. E Ruth Andreas-Friedrich, sotto l’impressione di un raduno nazista presieduto da Hitler a Berlino, scrive laconico: Non c’è dubbio che Hitler voglia la guerra.

La realtà esiste?
O non ci sono solo delle realtà?
I protagonisti della Estetica della resistenza che uniscono le forze davanti all’altare di Pergamo.
La sarta ebrea Klara Durau, che abitava nella mia stessa via e che si tolse la vita prima che le fosse tolta.
Mio nonno August, chinato sui suoi taccuini e mia nonna Anna seduta alla macchina da cucire.
Ancora oggi nessuno sa cosa sia la vita, aveva scritto nel suo saggio sui misteri dell’essere, e anche a distanza di quasi novant’anni anni non ne abbiamo la minima idea.
Eppure siamo vivi e camminiamo su questa palla di fuoco, nostra dimora, con i piedi giganteschi delle statue di Giacometti.
Noi vivi, noi morti.

Una decina di poesie.
Alcuni spartiti musicali.
Una fotografia dai bordi seghettati scattata a Osnabrück, dove mia nonna era andata per salutare suo marito prima che fosse spedito in Russia: lui, una spanna più alta di lei, in uniforme, lei con un colletto di volpe sopra il tailleur scuro.
Immagino: qualcuno aveva fatto un business di queste ultime foto.
Allora, nella tarda estate del 1943.
Immagino.
Dentro di sé si sapeva che questa sarebbe stata l’ultima foto.

Non ho mai chiesto a mia nonna di quel giorno.
Non so se il treno che l’avrebbe riportata a casa era stato puntuale.

1943.
Dopo la battaglia di Stalingrado, per la Germania, la guerra era di fatto persa. Tutto era successo come previsto. La storia aveva funzionato come un orologio.
Nel maggio del 1939, mio nonno fu dichiarato idoneo dal comando del distretto militare di Detmold. Nel 1940 fu arruolato e trasferito a Varsavia dove era stato formato un battaglione di guardia. Dopo che questo fu sciolto all’inizio del 1941, era tornato a casa.
Immagino.
E questa volta non è nemmeno difficile immaginare il sollievo di mia nonna. Il calcolo che probabilmente non avrebbero più chiamato alle armi un uomo della sua età.
Infatti, un destino misericordioso concesse all’operaio August Schrader due anni di pace nella guerra, prima di ricordarsi di lui. Nel marzo del 1943 fu dichiarato nuovamente idoneo, in maggio fu trasferito a Osnabrück e da lì in Russia.

Immagino.
Ma non voglio nemmeno immaginare le ultime settimane. L’interminabile viaggio nelle viscere dell’est. Il paesaggio ostile e i nomi impronunciabili. Questo non era il paese del futuro. Questo era il paese nemico e ciò che attendeva i soldati, di entrambe le parti, era una carneficina.
Cinque milioni di soldati tedeschi e tredici milioni di soldati russi persero la vita nella seconda guerra mondiale.
Uno di loro era mio nonno.

Mia madre si ricordava che il messaggero della morte veniva verso sera a portare la terribile notizia. Reduce della Prima guerra mondiale, aveva una gamba di legno e quindi lo si sentiva arrivare da lontano. Non c’era più bisogno di dire nulla quando finalmente bussò alla porta.

Taci, tu non c’eri quando c’era la guerra.
Con questa formula mio padre era solito stroncare ogni tentativo di dialogo.
La guerra come linea di demarcazione: tu non c’eri quando c’era la guerra.
Questo dilemma ha avvelenato le atmosfere della mia infanzia.
Rancori silenziosi e traumi non elaborati impedivano la comunicazione non solo tra genitori e figli, ma anche tra chi trasformava la propria sofferenza in una specie di competizione. La frase che aveva guastato irrimediabilmente il rapporto di mia madre con sua suocera era stata: Tu hai perso solo tuo padre, noi, invece, abbiamo perso la nostra terra.

Zoppicando, con l’aiuto di un grosso bastone, per le due stanze di casa sua, così ricordo mia nonna paterna: una vecchia donna diffidente e piena di risentimento che dopo la fuga dalla Slesia aveva deciso di non uscire più di casa.
Una nonna che aveva perso il marito, l’altra che aveva perso la sua terra.
Dov’era la solidarietà nel dolore?
Nella mia memoria quella solidarietà non c’era.
Tu hai perso solo tuo padre, noi, invece, abbiamo perso la nostra terra.
Come si avrebbe mai potuto perdonare una simile sentenza?

Nel suo libro Autunno tedesco, lo scrittore svedese Stig Dagermann cattura l’atmosfera spettrale nella Germania del dopoguerra: una terra desolata, popolata da uomini senza anima che combattevano spietatamente per la mera sopravvivenza. La guerra non li aveva affatto resi migliori, semplicemente la vita era andata avanti come prima: sporca, ingiusta e crudele.

Intorno al 1933 la comunità ebraica di Lemgo contava una sessantina di membri. La metà di loro era riuscita a mettersi in salvo prima dello scoppio della guerra, gli altri, nel 1942, furono radunati sulla piazza centrale ed in seguito deportati a Theresienstadt. Tra loro c’era la famiglia Frenkel, con i quattro figli. Soltanto Karla, una compagna di scuola di mia madre, era tornata a Lemgo.
Ho chiesto più volte a mia madre di quella epoca, ma non ne volle mai parlare. Diceva che la sua amica d’infanzia non era rimasta a lungo dopo la guerra e che presto era emigrata in Palestina.

Le due ragazze Karla e Ilse.
Alla fine della guerra entrambe di sedici anni.
Una aveva perso l’intera famiglia ad Auschwitz.
L’altra aveva perso il padre in Russia.
In che lingua avrebbero potuto confessarsi il proprio dolore?

Alla fine del grande romanzo Essere senza destino, lo scrittore ungherese Imre Kertész narra il suo ritorno da Auschwitz a Budapest. In un tram affollato capisce di colpo che la sua esperienza non è condivisibile. Che non avrebbe mai potuto raccontare a nessuno quello che gli era successo.

Le due ragazze Karla e Ilse.
Solo molti anni dopo, da donne anziane ormai, si erano incontrate qualche volte nell’elegante Café Schmidt quando Karla, che nel frattempo era diventata cittadina onoraria di Lemgo, era in visita nella sua città natia. Non so di cosa si era parlato in quelle occasioni e, in realtà, non ha alcuna importanza. A modo loro e secondo quanto era consueto nella loro generazione, avevano ripreso il dialogo spezzato da quello che si dice storia.

Troppo tardi.
Poco prima di morire mio padre che proveniva da una famiglia di ferventi militaristi, mi aveva sussurrato all’orecchio questa frase: La guerra è la più grande merda. Una frase sorprendente e una dizione insolita per un uomo che aveva sempre salutato i miei amici domandando se avessero già prestato il servizio militare e per il quale l’obiezione di coscienza di mio fratello era stata la più grande vergogna.
Troppo tardi.
Una frase che avrebbe potuto trasformare una relazione morta in una viva se solo fosse stata possibile pronunciare al momento giusto. La guerra è la più grande merda. Con una sola frase, mio padre aveva revocato tutto ciò in cui aveva pensato di credere. Con una sola frase si era spogliato completamente nudo.
Aveva 93 anni all’epoca e sarebbe morto poco tempo dopo.

Quando la guerra era finita.
Quando la guerra era finita, mia nonna aveva trentanove anni e mia madre sedici.
Tutto era cambiato e nulla era cambiato.
I nuovi tempi erano i vecchi tempi.
Fare quello che si doveva fare senza lamentarsi e cercare di dimenticare il passato al più presto.
Mia madre aveva cominciato a frequentare le scuole commerciali, mia nonna aveva trovato lavoro da un fioraio e mio nonno era appeso sopra la credenza.
I nuovi tempi erano i tempi delle vedove e delle figlie orfane.
Erano i tempi del silenzio e della fede in un futuro migliore, sebbene non si sapeva come immaginarlo.
Erano i tempi delle madri invecchiate prima del tempo e delle figlie che avevano una gran voglia di vivere.
All’inizio degli anni ’50 i miei genitori si conobbero in una festa di ballo nella Schützenhaus. Il sabato sera si andava al cinema e durante le vacanze estive, con il treno notturno, in Baviera. Nel 1958, contro la volontà dei genitori di mio padre, che non approvavano il matrimonio tra un cattolico ed una protestante, dopo otto anni di fidanzamento, si sposarono. Nel giro di pochi anni nacquero, in questa famiglia che non sarebbe stata in grado di elaborare i traumi del passato, due bambini: mio fratello ed io.

Un amico mi ha raccontato di un cappotto vecchio stile che aveva visto, da sempre, in casa di sua nonna. Non gli era mai venuto in mente di chiederle a chi appartenesse finché scoprì, per caso, che era del fratello di lei, morto in guerra. Un giorno, mentre stava aspettando nel corridoio, l’aveva indossato per lei. Il tutto era avvenuto spontaneamente, senza una parola, e non se ne aveva mai più parlato.

Nella sua poesia Lucciole, mio nonno descrive una passeggiata con le sue tre figlie, durante la quale ognuna di loro inventa una storia su quegli animaletti che illuminano il loro cammino. Nell’atmosfera serena di una sera d’estate seguo il piccolo gruppo felice con il mio sguardo, finché non scompare nell’oscurità del bosco, del tempo.

Berlino, autunno 2022

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3 pensieri su “Uomo del suo tempo

  1. Johanna Häcker

    Grazie Stefanie, per condividere con tutti le orme di quelli che è stato. Che ci aiuti a riconoscerci e incontrarci.

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