Frammenti di Cinema # 69

 

Accanto al cinema trash c’è il cinema folle. Il capolavoro del genere è Hellzapoppin’ (1941), diretto da H. C. Potter. La sua stravaganza è esplicita, persino dichiarata dalla coppia di protagonisti Ole Olsen e Chic Johnson, i quali ammettono che il pubblico farà fatica a definire film quello che stanno vedendo.  L’ambientazione è teatrale, infatti, si ispirava una omonima rivista di successo in quegli anni a Broadway. Folle ma con un tono tutt’altro che comico, anzi gotico e cupo, è Freaks diretto da Tod Browning nel 1932, dedicato ai fenomeni da barraccone e ai freak-shows. È curioso che entrambi furono riscoperti dal magnifico Fuori Orario televisivo di Enrico Ghezzi. Bizzarro e surreale già nel titolo è Animal Crackers – biscotti a forma di animale (?) di Victor Heerman con i fratelli Marx, geni del nonsense. Ma qui rientriamo nel canone più tradizionale, anche se la comicità linguistica e demenziale è irraggiungibile.

Negli anni ’70 anche questo genere di film risente dello stato di grazia del nuovo cinema americano. Arrivano così altri capolavori come Frankenstein Junior nel 1974 e Animal House nel 1978 che lanciano due grandi della follia, Mel Brooks e John Landis. In anni più recenti, invece, sono stati gli attori a fare da perno. Primo fra tutti Jim Carrey, il quale si consacra nel ruolo di picchiatello, prendendo l’eredità di Jerry Lewis, nel 1994 con Ace Ventura – L’acchiappanimali di Tom Shadyac. Anche se aveva già esordito nel ruolo del marziano rosso Wiplock ne Le ragazze della Terra sono facili di Julien Temple nel 1988. Lungo questa linea, nel 2001 arriva Ben Stiller con Zoolander. Sia Carrey che Stiller, tuttavia, hanno un talento che presto permetterà loto di staccarsi di dosso la maschera demenziale. In parte diverso, influenzato dai format televisivi e dal meta-realismo dei social, che deforma il confine tra realtà, finzione e menzogna, è Borat (2006) con Sacha Baron Cohen. Insuperati, tuttavia, legati alle migliori tradizioni del nonsense ma anche profetici rispetto alla forza permeabile e allucinogena della comunicazione, restano i Monty Python, di cui non bisogna perdersi Brian di Nazareth (1979).

In Italia il maestro di questo genere è stato Renzo Arbore, con due film esemplari come Il pap’occhio del 1980 e nel 1983 FF.SS. – Cioè … che mi ha portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?  La fortuna televisiva, tuttavia, non è stata pari al cinema. Mattatore di questi veri e propri eventi dello spettacolo era Roberto Bengini che di questa demenzialità è stato l’interprete più geniale. A confronto I soliti idioti (2011), che portato al cinema il successo di una sit-com televisiva senza ripeterlo, marca l’inizio di un lento ma inesorabile processo di involuzione della specie. Sarà per questo che poi Benigni si è dato alla lettura della Divina Commedia.

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