di Emanuela Sangalli
Il nome
La mente, l’anima, l’io… il mio nome.
Quello che altri conosce è guscio d’uovo.
“Antonio”. E cadrà, in qualche modo. Ma nessuno
vedrà quel giorno un pulcino di cenere
o un pigolìo di chiarore. Quel giorno
mi saprò. Io
sarò interamente quel nome che oggi
sulla porta del sonno o dell’abissata orazione
va di lontano lampeggiando. Raramente.
Né mai ricordo.
Proprio in questo giorno, 16 novembre 2023, un anno è trascorso e davvero Antonio Bonchino è un nome, un nome che è al contempo suono e senso (per citare il titolo di una sua raccolta), perché nella poesia il suono porta con sé il suo significato, crea un ritmo, una melodia da cui il significato scaturisce. Identificare con un nome, con la parola una persona, un mondo vuol dire creare anche la sua esistenza letteraria: Beatrice, Laura, Lucia sono presenti nella nostra memoria grazie al loro nome.
Antonio ora non è qui con noi, ma rimane il suo nome che risuona in questi versi, di lui si è perso l’involucro esclusivamente esteriore, il suo «guscio d’uovo», ma possiamo con lui e per lui abbandonarci nella fiducia che ora finalmente possa conoscersi. Colpisce infatti quel perentorio e lapidario: «Quel giorno/mi saprò» seguito da un «Io». Bonchino, in anni in cui è ormai consolidata la polemica contro ogni «io» che si possa accampare nella prosa o nella poesia, ha il coraggio e la forza di scrivere quel pronome e di manifestare anche la sicurezza che arriverà per lui il momento di conoscere sé stesso e di approdare a un compimento.
Questa incrollabile fiducia nasce dalla fede, che è il lampo che compare in questi versi come in altri del nostro caro Antonio: nell’esistenza comune può essere un «pigolìo di chiarore», una bellissima sinestesia dal sapore pascoliano, che coglie l’intermittente luce che ha illuminato la vita di Bonchino.
La sua umanissima fede è esplicitamente al centro di Tra noi.
Tra noi
Ora è possibile alle nostre labbra
sfiorare i tuoi piedi di viandante,
polvere, asfalti, prati di stoppie, qualche
rosso fiore di grani.
Ma tu conosci gli urli, gli stupori impietrati
Il fondo del nostro nulla. Tu hai lasciata
la gloria più profonda. Fratello, se queste
schive mani ti vorranno. Io
di te penserò. Nel rullio
della barca hai dormito. Le lunghe
ondate della lontananza. Infine
il lenzuolo di lino, sullo schianto
dell’ultima Thule. Tu dunque
conosci la carne squarciata, i capelli
riversi della morte, la peluria sui visi spirati, la bimba
stroncata. Conosci, o primizia o fratello
di sonni, i nomi perversi, gli oscuri (non voglio
anch’io noverarli)… Io
figura sbarrata, occhi che non disperano,
ti aspetto. Nell’iride tentata
accenditi, angelo chiaro, fa’ lampeggiare le foglie
i cristalli che nasceranno. O Luce di Giovanni,
carne dei nostri ragazzi, o carne
di dolcissima Madre, l’oscuro respiro
dei poveri più poveri, lo sputo
sui drogati, lo spregio del sangue, il diverso
colore della pelle. Nessuno
nessuno, o Signore, al tuo corpo di gloria
nessuno, quel giorno, chieda atterrito: dove, Signore,
dove ti abbiamo veduto tra noi.
In Tra noi Bonchino intreccia un dialogo con Cristo che è, appunto, non una lontana entità metafisica, non la gloriosa figura divina della credenza religiosa più diffusa al mondo, ma chi cammina «tra noi».
È innanzitutto il «viandante» che nel «rullio/ della barca» ha dormito: Antonio non poteva certo preconizzarlo, ma ora l’immagine evoca ai nostri occhi barconi gravidi di un’umanità disperata. È inoltre colui che ha conosciuto la morte nelle sue diverse forme: la «carne squarciata», la «peluria» forse di un giovane, la «bimba/stroncata» sono tragedie che pensavamo di non dover più sperimentare, eppure ancora oggi possiamo immaginare, lasciandoci guidare dalle parole di Bonchino, che Cristo sia là, prima in terra israeliana il 7 ottobre, ora a Gaza dove ormai le stragi tra i bambini non si riescono più a contare.
È più in generale il Cristo che è a fianco degli ultimi, dei diseredati, degli emarginati: non bisogna mai dimenticare che Cristo è tra noi, tra loro, tra i più bisognosi per non giungere al nostro ultimo giorno e farci cogliere dallo sgomento di non averlo riconosciuto.
Nell’umanità di Cristo Bonchino individua una dimensione fraterna e per questo, senza nessuna presunzione, di nuovo enuncia il pronome «io» per affermare il proprio orizzonte di speranza: «io/figura sbarrata, occhi che non disperano,/ ti aspetto.» Oltre al nome, al suono, lo sguardo diAntonio riporta nei suoi versi lo sguardo di chi attende, di chi confida nella presenza di un Cristo vicino all’umanità in cammino. Infatti se un lampo traluce tra le foglie ci deve essere un’«iride tentata» che lo coglie.
[Su segnalazione di Lucio Brandodoro]


Sangalli, grazie per aver scritto questo bellissimo ricordo di mio padre Antonio. Le due liriche che ha scelto sono esemplari e definitive. Per lui l’atto poetico era davvero atto d’essere, preghiera, responsabilità. Di tutto questo resterà traccia anche grazie al vostro blog. Le sue parole mi hanno colpito molto, lei lo ha capito davvero profondamente.
Ho letto con piacere le stupende parole e ricordato con sorriso malinconico il mio prof di Italiano e Latino nel lontano 1984/85 con il quale leggevamo e commentavamo le poesie in modo indimenticabile.