
di Pasquale Vitagliano
Quello che sta succedendo in questi giorni in Palestina, Israele e la Striscia di Gaza può farcelo capire persino Hollywoood. Basterebbe recuperare Exodus, film di Otto Preminger del 1960 con Paul Newman. Da quel momento abbiamo assistito ad una escalation che ha visto prima l’Occidente, ora complice indiretto del disastro, ora testimone impotente. Una curiosità: la nave che trasporta i profughi ebrei in Palestina, che nella realtà si chiamava President Warfield, era salpata nel 1947 dal porto di La Spezia.
Tutti abbiamo sperato che la stretta di mano tra Rabin e Arafat dopo gli accordi di Oslo, avesse sancito per sempre il principio Due Popoli – Due Stati. È accaduto l’opposto. Alla fine, hanno prevalso gli estremismi: Rabin è morto per mano di un estremista israeliano e Arafat è morto in solitudine, isolato da Hamas. Un film che incarna bene questo ottimismo della civiltà è un film italiano, girato da Roberto Faenza, e tratto dal romanzo, L’amante di Abraham B. Yehoshua, L’amante perduto (1999). Il marito aiuta la moglie nella ricerca del giovane amante arabo. Da un altro libro dello stesso autore è tratto l’omonimo film Il responsabile delle risorse umane (2010) di Eran Riklis, che racconta lo sforzo di trovare una memoria comune e un orizzonte condiviso. Sono trascorsi venti anni è lo stato d’animo è radicalmente mutato. Nel 2019 Crescendo – #makemusicnotwar del regista israeliano Dror Zahavi, mette in scena lo scontro di due impotenze: quella araba ad accettare e quella israeliana ad accogliere. Neppure la musica, all’interno di un’orchestra mista, riesce alla fine ad unire e dichiarare pace. Frustrazione e pessimismo prevalgono ormai nello sguardo del cinema su questa terra e su queste vicende. Condividere è fondamentale per cercare di capire le radici profonde, drammatiche, ancestrali, di un conflitto rispetto al quale, invece, rischiamo di provare uno stupore ingenuo e una compassione strabica e intermittente. Ecco, un altro film dell’israeliano Eran Riklis, Il giardino di limoni (2008) davvero ci mette in crisi e ci fa capire che anche i nostri condomini, in un brodo di coltura diverso, potrebbero diventare delle fonti permanenti di conflitto armato. Così come L’insulto (2017) del libanese Ziad Doueiri, ci interroga e mette in crisi la nostra mansueta perché ammansita convivenza delle differenze. La visione di questo film andrebbe abbinata a quella de La donna che cantava (2010), il film che ha fatto conoscere il regista Denis Villeneuve. Capiremmo come sia potuto accadere che la Svizzera del Medio Oriente, il Libano, si sia trasformato nel suo campo di battaglia.
Eppure, non manca l’ironia in queste visioni. Disincantata ed estroversa quella araba con Intervento divino (2002) di Elia Suleiman o Tutti pazzi a Tel Aviv (20189 di Sameh Zoabi; introversa e allucinata quella israeliana con Foxtrot – La Danza del Destino (2017) di Samuel Maoz. Un luogo e un modo di convivenza ci potrà mai esistere? Di nuovo mi viene in mente la domanda che la madre di Albert Camus rivolge al figlio, che la vuole portare in Francia dalla Algeria, dove ha sempre vissuto, nel film di Gianni Amelio, Il primo uomo (2011): “Ma in Francia ci sono gli Algerini? Chissà forse un giorno solo la nostalgia gli uni degli altri permetterà di farla finita.
