“… Italiani impauriti e inerti come sonnambuli…”
(dal Rapporto Censis 2023)
Che cos’è la “nostalgia del futuro”? Più facile è descrivere la nostalgia per un passato che non tornerà; più fattibile è il provare nostalgia per ciò che è irreversibile ma che abbiamo comunque toccato, conosciuto, vissuto… Che razza di nostalgia si può mai provare, allora, per qualcosa che ancora deve accadere e che forse non accadrà mai? Sarebbe più corretto parlare di desiderio dell’irrealizzato; tirando in ballo, invece, la nostalgia si presume una quasi certezza per quel che andremo a realizzare a breve e a vivere in prima persona, al punto che possiamo permetterci di trattare il non realizzato come qualcosa che non c’è ancora ma che sicuramente ci sarà e di cui cominciare addirittura ad avere nostalgia. Proiettarsi in una vita che ancora non esiste, ci rende nostalgici di ciò che è potenziale, ovvero ci rende nostalgici di noi stessi perché le potenzialità sono contenute in noi, non giungono dall’esterno, non sono instillate miracolosamente da un’entità metafisica… In quel caso sarebbe più corretto parlare, appunto, di desiderio perché il termine desiderio, etimologicamente, descrive la condizione di chi “vive in assenza di stelle” (“de”, particella privativa, e “sidus, sideris” = stella; plurale “sidera”) ed è in attesa di ricevere qualcosa “dall’alto”, di rivedere comparire nuovamente le stelle che sono assenti, la loro luce che dona speranza. Chi ha nostalgia del futuro, invece, ha solo nostalgia di se stesso (di un altro se stesso), di quel se stesso che è già lì, presente, che non deve discendere dal cielo sotto forma di stella, ma che ancora non brilla in qualità di essere umano pienamente realizzato. Si ha nostalgia del futuro perché avendo pregustato le premesse, sappiamo già o possiamo concretamente prevedere come sarà il seguito della storia. Non si tratta di una storia di fantasia ma di un racconto realizzabile, realistico, di cui già conosciamo l’incipit. Praticando la nostalgia del futuro “amiamo” un noi che sta per arrivare, che è dietro l’angolo e quindi ancora non visibile, ma sappiamo che esiste, c’è. Potrebbe trattarsi di un atto di fede, ma la concretezza della possibilità ci allontana dal mistero, dall’ignoto.
Ci sarebbe anche un’altra teoria intorno al fenomeno della “nostalgia del futuro”: tutti noi sappiamo che parallelamente all’esistenza che viviamo ce ne sono altre decine o centinaia: si tratta delle “vite potenziali”, ovvero di quelle vite che avremmo potuto vivere ma che per una serie infinita di motivazioni, di scelte o di casualità non abbiamo cominciato a vivere. È un po’ la teoria delle “sliding doors”: basta perdere una metro, un aereo, un’amicizia, un’opportunità irripetibile; basta trovarsi nel punto B anziché nel punto A, nell’ora X anziché nell’ora Y, per provocare o condizionare una sequenza a cascata di eventi. La volontà non c’entra niente perché per applicarla c’è bisogno di un piano, di un progetto: quando crediamo di usare la nostra forza di volontà per piegare il destino al nostro piano, in realtà stiamo anche in quel caso assecondando un piano casuale, un piano che era destinato a capitarci sotto il naso. Questo significa che siamo foglie al vento? No di certo, ma dobbiamo accettare il fatto che anche quelle che noi crediamo essere delle nostre scelte illibate e incondizionate, in realtà sono il frutto di una serie di influenze di cui non siamo sempre, anzi quasi mai, consapevoli. Si ha nostalgia quindi di vite parallele che intravediamo dall’altra parte del vetro, come quando siamo fermi in una stazione e vediamo attraverso i vetri del nostro treno, e quelli del treno sul binario parallelo al nostro, altre persone simili a noi ma che viaggiano in direzione opposta oppure nella nostra stessa direzione, solo che a un certo punto i binari inizialmente paralleli divergono portando i due treni in direzioni diverse. Per un attimo ci siamo immedesimati nelle persone dell’altro treno, abbiamo colto qualche loro gesto che ce li ha resi anonimamente simpatici, ma non si tratta di noi riflessi, bensì di altri individui, diversi da noi, diretti in un’altra stazione di arrivo. Si può avere nostalgia di quella vita vissuta da persone che però non siamo noi; saremmo potuti essere noi, ma non lo siamo. Noi restiamo noi, nel bene e nel male.
Mentre vaghiamo attraverso strade illuminate e addobbate per la festa imminente, diluiti in una folla apparentemente spensierata perché distratta dalla forza del numero, ci accorgiamo in un istante di essere diventati (o forse lo siamo sempre stati) dei “fantasmi”; ci percepiamo come anime sospese in strani limbi sottoposti alle stesse regole fisiche della realtà materiale in cui dimoriamo. Eppure ci sentiamo trasparenti, invisibili, irreali, immateriali, inesistenti e irrilevanti, estranei al mondo, vivendo per inerzia al di sopra delle nostre possibilità ma fuori dai giochi che contano; senza un passato e un futuro, senza un peso nella storia, prigionieri di un presente in cui non siamo ancora ciò che vorremmo essere ma siamo costretti a essere ciò che possiamo, ad accontentarci di “piccole gioie quotidiane”. Lasciati in attesa nell’anticamera di noi stessi: è il prezzo da pagare durante l’incontro tra la bellezza della festa che ci circonda e la realtà precaria che non ci abbandona e ci riporta costantemente sul terreno dei fatti. Ed è in quel preciso istante che si comincia a provare una certa “nostalgia del futuro”, da non confondere con la speranza che è tutt’altra cosa, forse più ingenua e fatalistica: siamo fermamente convinti che il nostro futuro sarà diverso, soddisfacente, sicuro come il sole che sorgerà domani mattina. E quindi ci sentiamo autorizzati ad averne già nostalgia come se quel tempo non ancora giunto fosse stato vissuto in anticipo, immaginato; come se lo conoscessimo alla perfezione perché in fin dei conti sta lì, a portata di mano, dobbiamo solo avvicinarci e prenderlo; ci sentiamo autorizzati a chiederci “come sarà questo mio presente visto con gli occhi del futuro?”. Non si tratta di un futuro lontanissimo, utopistico; è un futuro prevedibile, progettabile, tangibile. Eppure ancora non ce l’abbiamo tra le mani: è un dopodomani che intravediamo tra le ultime nebbie dell’insicurezza e quindi a maggior ragione proviamo rabbia per questa vicinanza irriverente e dispettosa. Forse basterebbe solo allungare un braccio, aprire una mano, stendere per bene le dita, per toccarlo. Pregustiamo gli scenari, rubiamo il mestiere a chi ci passa accanto, viviamo di rendita captando i dialoghi degli altri; compiendo ridicoli gesti apotropaici simuliamo compagnie accodandoci alla massa, assecondando il flusso per sentirci parte di esso. Come gli angeli berlinesi di Wenders assistiamo alle altrui esistenze, senza essere visti. Eppure, per rompere l’incantesimo, basterebbe che qualcuno ci rivolgesse la parola, nominando il nostro esserci tra la data di nascita e quella di morte, nobilitando il nostro essere al mondo, dando valore al nostro nome e al nostro cognome, geolocalizzandoci grazie a precise coordinate esistenziali. “Tu sei qui!” vediamo scritto su alcune mappe urbane con tanto di freccia ad indicare il punto esatto della storia in cui il nostro corpo dovrebbe essere individuato anche dagli altri intorno a noi. O forse sarebbe meglio scrivere “Tu saresti qui!”.
Chissà che cosa proveremo quando saremo dall’altra parte, nel nostro futuro; chissà se avremo nostalgia — ironia della sorte — del noi di oggi, di noi che abbiamo nostalgia del futuro. Chissà se avremo abbastanza memoria per fare un confronto onesto con il nostro passato e apprezzare così il domani che sarà il nostro nuovo presente; chissà se ci ricorderemo di noi. Sarebbe un peccato perdersi nel tempo: il fatto di essere prigionieri di un nuovo presente — solo spostandolo più in avanti nel tempo — è un po’ come cambiare cella restando nello stesso penitenziario.
Solo con la poesia si può cristallizzare l’esistenza in tutte le direzioni temporali senza farle perdere dignità; solo con la poesia possiamo affrontare il tempo senza paura, perché la poesia — se è valida e lascia tracce nel nostro animo anche a distanza di anni — è passato, presente e futuro contemporaneamente. La poesia rende impossibile il fenomeno della nostalgia del futuro perché essa vive in tutti i tempi (anche in quelli paralleli non vissuti dal poeta); e non solo nel nostro tempo ma anche in quello degli altri che non ci sono più e in quello di chi esisterà domani. La poesia è. Sempre e ovunque. Non ha bisogno di proiettarsi in avanti perché vive già nel futuro di tutti (non solo in quello del poeta); non ha bisogno di rivangare il passato perché contiene in sé tutti gli eventi dell’universo. E non ha bisogno di descrivere il presente perché non sa che farsene del nostro misero presente. La poesia oltrepassa il presente precario, fallace, impotente, e ridà forza al sogno, alla progettualità che nasce dall’anima prim’ancora che dalla razionalità: tutto ciò è possibile perché la poesia è un’onda creatrice che non si lascia intimidire da maggioranze politiche, borse, poteri finanziari, rapporti statistici… Essa riconsegna all’unico vero timoniere dell’esistenza il governo della nave-vita ovvero all’uomo che sogna e vuole fortissimamente vivere senza più provare nostalgia per un futuro che si realizza nel presente: la parola che scardina il destino, però, non attecchisce nella vita di chi non crede con fermezza nella suprema azione della poesia sul caos. La poesia ha il potere di creare perché è la parola a possedere questo potere: nominare le cose significa crearle prima di tutto in noi, materializzarle nella nostra anima. Il fatto di trasmutare i pensieri in oggetti concreti, al netto dei molteplici fattori che possono impedirne un’immediata apparizione, è una conseguenza quasi automatica e casuale; il tempo per realizzare i sogni è solo un’unità di misura a cui è sottoposto l’essere umano nella sua condizione terrena, finita, limitata; a volte il tempo diventa una tortura che scoraggia, morde i talloni e condiziona la libera azione: pensiamo che certi traguardi debbano per forza essere raggiunti entro una precisa età, soddisfacendo determinate condizioni demografiche… Si tratta di auto-limitazioni inventate da una cultura errata che segue i tempi della commercializzazione di un prodotto, la sua “scadenza” rispetto alla sua effettiva vivibilità che è data dall’autodeterminazione e dalla libera autogestione dei propri passi sulle strade del mondo. È la legge capitalistica applicata ai desideri: il tornaconto deve rientrare nei tempi di un andamento borsistico deciso da altri, sennò il prodotto si svaluta, perde valore, non è più appetibile sui mercati…
Chi ha la poesia, ha già cominciato a vivere. Ma è solo che non lo sa ancora…
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Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta, diventati nel frattempo, in linea con il precedente prodotto, “Poesie sospese” distribuite gratuitamente sull’home page del blog “Pomeriggi perduti”. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo.



Grazie per l’ospitalità… ?