Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


Come se

[1Cor. 7,29-31]

Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

Esiste un Ultimo ed esiste un Penultimo.Quanto il primo è lontano, il secondo è vicino. Quanto il primo è presente solo nelle riflessioni, tanto il secondo è il nostro pane quotidiano.

Verrebbe da dire che solo le cose ultime hanno valore, perché sono le cose che restano. Il penultimo è passeggero, quasi non lascia traccia. Ogni esperienza di morte ci ripropone questo.

Noi viviamo nel penultimo ma amiamo l’ultimo (Bonhoeffer, Lettera a E. Bethge).

Ma come si fa ad amare l’Ultimo se non si ama il penultimo che ci appartiene?

Nella lettera  ai Corinzi non sembra evidente la volontà di condannare le attività umane, qui elencate a mo’ di paradigma  di tutte le altre. Piuttosto, Paolo sembra voler evidenziare la provvisorietà e la relativa non assolutezza di queste attività. Non si condanna l’uso dei beni del mondo, solo (e non è poco), si sottolinea che questi beni non possono rappresentare l’orizzonte ultimo dell’ umanità. Sembra un bellissimo invito all’ ironia nell’uso di questi beni, dove ironia rappresenta lo scarto fra una apparente evidenza e una meno apparente sostanza, intuita e sottesa. Nulla è definitivo, dunque tutto è provvisorio, anche quello che vorrebbe imporsi come definitivo e che, certamente, ha un peso notevole nella conduzione delle vicende umane. Anche la gestione delle emozioni e della partecipazione ad esse, nel loro essere condivise, risente di questa posizione. Pianto e gioia non sono da evitare, ma semplicemente da relativizzare. Viviamo la pienezza del presente, con tutto quello che questa pienezza implica (impegno, bellezza, ricerca, desiderio di migliorare, condivisione), ma con la chiara consapevolezza che non è qui il punto di arrivo. Quanto potrebbe migliorare la relazione umana, se fosse vissuta con ironia? Quanti conflitti potrebbereo essere evitati? E quando si parla di conflitti, non ci si riferisce solo a quelli evidenti e roboanti fra i popoli, ma anche (e soprattutto) a quelli, più silenziosi e pervadenti, fra persone e all’interno di ognuno di noi. Quanti sensi di colpa sarebbero vissuti con leggerezza e non sarebbero devastanti e castranti come spesso si rivelano. Se tenessimo presente quel come se paolino, probabilmente la storia di ognuno sarebbe più vivibile, più amabile; le cose di tutti i giorni diventerebbero interessanti senza essere ingombranti e anche la fatica quotidiana sarebbe più feconda. Non è una fuga dal mondo che ci viene proposta, quanto piuttosto una totale immersione in quello che stiamo vivendo, ma con leggereza, con ironia, appunto. Il come se non solo non ci distoglie dal mondo, ma ci permette di viverlo fino in fondo, assaporandone tutto il gusto di umano, tutta la bellezza del provvisorio, che accendono il desiderio di ulteriorità, nel gusto e nella Bellezza.

Con levità, con leggerezza.  

 

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