La parola ai poeti. Raoul Precht

Siamo nati e probabilmente moriremo in un paese di eroi, santi, navigatori nonché, ahinoi, poeti. Se per le prime tre categorie, tuttavia, si può almeno presumere che occorrano delle qualità o delle abilità specifiche, a seconda dei casi un cursus honorum o almeno un curriculum, dispiace dover ammettere che per la quarta, invece, non sembra richiesto alcun requisito. Ragion per cui tutti coloro che siano in grado di esprimere, frantumando opportunamente la frase e andando a capo in modo irregolare, un pensierino da quinta (o talvolta prima) elementare sono pressoché sicuri di poter essere promossi poeti, se possibile con la maiuscola, perché – fateci caso – nelle loro autorappresentazioni, siano esse tronfie o si ammantino di falsa modestia, poeta e poesia sono sempre scritti con una P intimidatoria.

Sto scherzando, naturalmente, ma neanche troppo. Leggendo i diari di Witold Gombrowicz, uno scrittore che è stato assai più narratore che poeta (se tali distinzioni hanno un senso), a un certo punto ci si imbatte nell’annotazione seguente (traduco qui liberamente dal francese, lingua in cui possiedo questi sui due volumi): “Perché non c’è niente di peggio, in termini di stile, né di più ridicolo, del modo in cui i Poeti parlano di se stessi e della loro Poesia?” (E notate come, pur di far loro il verso, Gombrowicz non arretri di fronte all’esecrato uso della maiuscola, appunto.) Già, perché? Perché, se si parla di poeti e poesia, anche ai massimi livelli e con maestri riconosciuti, il ridicolo sembra sempre all’erta e pronto ad assalirci? Non dipenderà forse dal fatto che il termine è ormai abusato, ossia usato impropriamente, arrivando a coprire uno spettro espressivo quasi infinito, dall’oracolo delfico alle canzonette?

Una possibile risposta la dà un’altra poetessa – o poeta, fate voi, perché pare che il termine “poetessa” sia irrimediabilmente antico – che stimo molto, Ingeborg Bachmann, la quale in Letteratura e utopia ha riconosciuto con un certo acume che “…in nessun luogo la gramigna del dilettantismo è così rigogliosa come nel campo della poesia lirica e in nessun luogo è più difficile stabilire, per la maggior parte dei lettori, se questo o quell’autore valga veramente ‘qualcosa’ oppure no”. Parole sante. Mette il dito sulla piaga, ma non ci dice come uscire dall’impasse. Un tempo ci si sarebbe potuti rifare alla padronanza dei mezzi tecnici, pur rischiando di non riconoscere l’originalità e di premiare versificatori puramente accademici. Ma oggi? Oggi che ognuno è libero di fare e disfare le sue regole come vuole, o di teorizzarne l’assenza, qual è la cartina di tornasole, qual è il modello, quale il tertium comparationis? (A dire il vero poco più avanti un indizio la poetessa austriaca ce lo dà, identificando il poeta autentico con colui che segue coerentemente una sua ineluttabile direzione o traiettoria; ed è solo, aggiunge, “un unico e irripetibile universo di parole, figure e conflitti ciò che può indurci a riconoscere un poeta come inevitabile.”) 

A queste domande, lo ammetto, non sono in grado neanch’io di fornire una risposta precisa, tranne quella, implicita, che deriva dal mio stesso fare poesia, da quanto (non sempre e non sistematicamente, anzi con una certa ritrosia) produco in versi. Con qualche regola – sì, regola, non bisogna aver paura della parola – che mi autoinfliggo: a) non scrivere singole poesie, ma libri poetici, ovvero badare all’architettura di un supposto, intero volume di poesia, e promuovere, ove possibile, rimandi ed echi fra componimenti della stessa serie; b) scegliere di scrivere in versi solo quando ciò sia congeniale a quanto intendo esprimere; c) servirmi della poesia come veicolo di sensi ed esperienze da esprimere in modo altro rispetto alla comunicazione umana tradizionale, alle convenzioni della saussuriana langue, per dirla in un modo che piaccia ai linguisti; d) fare della poesia un luogo di verità e di armonia confinate all’interno di quanto si è scritto, nella forma prescelta, che dovrà apparire al lettore necessaria e inevitabile; e) ritagliarmi, ancor più che al momento di scrivere in prosa, uno spazio dominato da una disciplina ferrea, perché quando la poesia è il prodotto di arbitrio o mera follia non consente di avanzare e di crescere, ovvero ripiega su se stessa (e la follia, alla lunga, stanca); f) evitare, per quanto possibile – e questa è la regola forse meno importante, ma più salutare – di frequentare il cosiddetto ambiente poetico, fatti salvi quei pochi amici poeti e scrittori che incrociano il nostro cammino e con la loro ci allietano quasi nostro malgrado l’esistenza.

Queste le prime consegne che mi vengono in mente, e di sicuro ce ne saranno altre che seguo istintivamente, come privilegiare la minuscola quando si parli di letteratura (e anche d’altro). Poi, certo, ciascuno di noi può avere i suoi temi fondativi, le sue fissazioni, le sue idiosincrasie: quel che conta è che siano (almeno da noi stessi) ritenuti centrali e alacremente perseguiti…

Ecco qui, nei versi che seguono, tratti da A capo della congiura, il tempo (2015), una delle mie, di idiosincrasie, il tempo:

(…)

II

Il tempo, d’altronde, è pieno di sé,
si crede importante, gioca tranquillo
a dadi con la provvidenza.
Tra le pieghe del suo scorrere indisturbato
è l’arduo compito di ritrovare
il punto dove la catena
non tiene o rischia di sforzarsi troppo,
lo strappo inevitabile,
la tenia che lenta corrode e infesta;
accerchiarlo, braccarlo,
è questo che ci attende adesso,
e sottrarsi, dici serena, all’incombenza
sarebbe peccato mortale
magari perfino un mistero.

III
Quanto più piccolo l’errore
tanto più preciso sarà
lo strumento adottato
per la misurazione.
A certe regole d’oro credere è giusto
e anche se è per questo all’orologio atomico
che il suo tactus batte impassibile
all’unisono con quelli dell’universo;
irrilevante ci parrà l’abbaglio,
pure in agguato come un predatore
al quale nulla manchi, e men che meno
(mentre guardingo avanza
nella savana dei nostri rimpianti)
il tempo di colpire.

(…)
IX
Un piano inclinato d’alabastro – così
m’immagino l’amore, che vive di macchie
e peccati, di ritorsioni
noia e tradimenti, non certo
di stucchevoli melodie.
Non trippa per anime belle, temo,
né panacea;
non si sfugge all’imperfezione, alle tensioni
d’ogni giorno, all’agguato del raggiro.
Il resto è musica di scena.
E qui immancabile entra in gioco il tempo
che tutto consuma e sovverte
e tutto rapido fa scorrere
sul liscio piano d’alabastro.

(…)
XII
Immagina: se il tuo futuro fosse
il mio passato e rivivendo
la mia vita tu ripristinassi quanto ho gettato
al vento e al fuoco, risollevando
il portato del mio agire, tachione
misericordioso per forza
o per amore, gioco o sprezzo,
e ribaltando il corso delle cose
mi salvassi dall’ira e dall’errore –
immagina dunque: che sfregio
sarebbe per l’invalido che tutto
governa, quale terribile ingiuria
dovrebbe mai passivo sopportare,
il tempo, con le sue armi gabbato…

*

Raoul Precht ha al suo attivo diversi saggi, romanzi e raccolte di poesie. Ha curato per varie case editrici opere di letteratura spagnola (Calderón de la Barca, Quevedo, García Lorca) e tedesca (Schiller, Sternheim, Handke). Ha inoltre pubblicato Kafka e il digiunatore (Nutrimenti 2014) e Stefan Zweig. L’anno in cui tutto cambiò (Bottega Errante 2022, finalista al Premio Comisso). Tra i suoi ultimi lavori il romanzo in cinque racconti Quintetto romano (Bordeaux 2023), l’antologia di poeti francesi e tedeschi della Grande Guerra dal titolo Sulle rovine d’Europa (Ares 2024) e il volume di poesie La bellezza al suo apparire (Arcipelago Itaca 2024).

Il suo sito è  https://www.raoulprecht.com/

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