Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

La Visione e l’Ascolto

[Gn 22, 1-2.9a.10-13.15-18; Mc 9,2-10]

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli.
Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro.
Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
All’uomo che ha operato la conversione, che ha riorientato il suo cammino, che si sente parte di una alleanza, viene chiesto di più.
Non basta aver compiuto una scelta, accettato un patto. Ora viene chiesto di esserne all’altezza.
La Legatura di Isacco, come la chiama la tradizione ebraica, o il Sacrificio, come la chiama quella cristiana è l’oltre verso cui siamo chiamati.
“Abramo, Abramo”
“Eccomi”
E’ qui che si gioca la storia. Tutto in quell’Eccomi.
Ai tre apostoli sul monte, avvolti dalla nube, viene chiesto di ascoltare.
Oltre al parallelismo, che molti vedono, tra la vicenda di Isacco, figlio unico e amato, e quella di Cristo, Figlio unico, l’amato, vittime offerte, c’è un secondo livello di lettura che ci piace intravedere.
Ad Abramo viene chiesta l’obbedienza. Ai discepoli, viene chiesto di ascoltare. Non sono due cose diverse.
Obbedienza viene da ob-audire, cioè ascoltare, stando davanti, chi ci sta davanti. Non c’è obbedienza senza ascolto e non c’è ascolto che non produca obbedienza.
L’obbedienza di Abramo non è frutto di passività di fronte alle richieste assurde di un dio che si pasce di assurde voglie.
Ogni volta che Dio parla ad Abramo, lo fa per indurlo ad andare: “va’”. Anche stavolta, l’invito è :”Va’”. E Abramo va. Dura tre giorni il suo viaggio. Il suo “Eccomi” dura un tempo, non è il frutto di una decisione improvvisa proveniente da emozioni o sentimenti religiosi. Ha tempo, Abramo, di rimuginare il suo “Eccomi”, di digerirlo, di fondarlo sull’alterità assoluta che gli chiede obbedienza. Ha tempo di ascoltare, in piedi, davanti al suo interlocutore. Solo la totale alterità di questi è garanzia che il suo “Eccomi” non sia semplice frutto di esperienza o di paura. Di fronte all’altro che parla, è possibile solo l’obbedienza, l’ascolto attivo, adulto. Ogni tentativo di cattura è falso, quasi satanico, perché tende ad annullare la differenza e, con essa, l’ascolto.
I tre discepoli, sul monte, sono presi dalla voglia di cristallizzare la bellezza. Quasi che il loro rapporto con Gesù fosse destinato a far sorgere emozioni edificanti: “è bello per noi stare qui”.
E’ comprensibile, ma è una tentazione. I discepoli, come ognuno di noi, sono eredi di una promessa fondata sul “Va’” rivolto ad Abramo. Non ci si ferma. E non ci si ferma non per un atto eroico di chi

va fino in fondo, costi quel che costi, convinti delle proprie idee. Non è la coerenza che ci viene chiesta, ma l’ascolto, l’entrare nel dinamismo e nell’autonomia dell’ascolto che si fonda sulla relazione di alterità reciproche.
Come l’alterità fra padre e figlio. Nella sua obbedienza, Abramo trova la sua nuova paternità. Trova la verità del suo rapporto con il figlio. Solo essendo disposti alla rinuncia totale del figlio, lo si ama davvero. Solo rinunciando al figlio, Abramo trova la maturità della propria paternità.
Sul Moria si compie la Giustizia. Sul Tabor si annuncia nuova Bellezza.
“E’ bello per noi stare qui”. E’ la bellezza la via della comprensione? Per un istante i tre discepoli hanno capito, per un istante.
Hanno creduto di aver compreso, di essere entrati nel cuore di Dio, di essere approdati al sicuro porto che accoglie. Ma questo porto si annuncia come porto di partenze. Tutta la bellezza viene oscurata da una nube che ripropone ancora la non conoscenza, la non comprensione. E, scendendo dal monte, resta una domanda.
L’Amore può uccidere? L’Amore può legare? Che è “uccidere”? Che è “legare”?
Si uccide l’oggetto posseduto, se amore è possesso. Si lega chi si rende schiavo, se amore è tenere legati a sé. Vero padre è colui che si priva dell’oggetto del proprio amore. Ama davvero chi fa offerta dell’oggetto amato. Restituire all’altro la sua propria identità, questo è amore, questo è catena di fedeltà che garantisce: solo l’Amore può garantire l’amore. “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”
Ogni altro tentativo di ricerca di garanzia è possesso che uccide e che lega senza restituire l’altro a se stesso.
Se la Bellezza si fa conoscere, se solo per un momento balena e innamora, mai più, mai più sarà possibile dimenticarla. Mai più sarà possibile farne a meno. Mai, sarà possibile confonderla con altre bellezze, che non saranno semplicemente meno belle o meno affascinanti; saranno piuttosto di quella Bellezza scrigno prezioso, che, esso stesso, assume valore da quanto contiene.
E’ un destino di Bellezza, il nostro. E Bellezza non si lascia raggiungere sopra il monte, ma solo scendendo da esso, non dimenticando ciò che si è lasciato vedere dai nostri occhi, ma seguendo il cammino che ci indica ciò che abbiamo ascoltato.

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2 pensieri su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Giuseppe Impastato

    Il brano di Marco è ricco di spunti e fonte di domande.
    “Nessun lavandaio” è capace di rendere così bianche le vesti; quindi Gesù, riconosciuto in Mc 8 come Messia, è lo splendore e la Luce, cioè Dio.
    Il bianco è la somma di tutti i colori, e quindi anche del violetto, che richiama momenti dolorosi e tristi. Alla gioia si giunge anche attraverso il dolore.
    Perché appaiono Mosè (che dei fuggiti dall’Egitto ne fa un popolo) ed Elia (che riporta a Dio gli Ebrei che si erano allontanati) ? E perché parlano solo con Gesù e cn gli apostoli ?
    E se tutti aspirano alla positività della vita, perché dire di Pietro che non si rendeva conto di ciò che dicesse ?

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