[Mc 14, 12-26]
?La festa del Corpus Domini è l’occasione per ripensare l’Eucaristia.
Poche feste, come questa, hanno inciso nella cultura popolare e devozionale.
Da quando è stata istituita in epoca medievale, ha segnato ritualità e comportamenti devozionali tali da restare ancora vivi. Specialmente in Italia, non c’è regione che non abbia una sua festa del Corpus Domini segnata da figure e infiorate, che, come spesso accade, hanno finito per prendere il sopravvento sul senso ultimo della festa stessa.
L’intimo legame di questa festa con il Giovedì Santo deve restare il filo conduttore che possa guidarci, oltre i sopravvenuti appesantimenti misticheggianti e devozionali, alla ricerca del senso intimo della festa.
La lettura del vangelo proposto oggi ci porta subito nell’ambito di origine di quanto stiamo cercando: l’ultima cena di Gesù con i suoi. Qualunque altro discorso che non parta da qui corre
il rischio di fraintendimenti. La celebrazione della Pasqua, che Gesù compie con i discepoli e gli apostoli, è l’inizio della sua Pasqua. Dunque, lo spezzare il pane e il bere il calice sono, nel contempo, compimento e inizio. Compimento della prima Pasqua di liberazione e inizio della Pasqua di risurrezione.
Sono gli stessi gesti che ogni ebreo compie nella celebrazione della Pasqua. Si benedice e si spezza il pane azzimo (cioè senza violenza) e si benedicono e si bevono le coppe del vino, fino alla terza, concludendo con : “Quest’anno qui, l’anno prossimo a Gerusalemme”. Così la memoria della Pasqua di liberazione diventa concretezza di storia presente sostanziata da una speranza di realizzazione. È una dilatazione temporale in cui il futuro irrompe nell’oggi, vivificandolo e liberandolo.
Nel racconto di Marco, Gesù compie gli stessi gesti e conclude con : « …lo berrò nuovo nel regno di Dio». Questa conclusione traspone i gesti in una atemporalità che troverà consistenza nel “regno”.
Quello che cambia sono i significati che le parole di Gesù danno ai gesti. Il pane spezzato diventa “corpo” e il vino diventa “sangue versato”. Si instaura subito un legame fra quello che si sta compiendo e quello che accadrà di lì a poco.
Le immagini erano note a tutti i presenti, il senso delle immagini lo stanno scoprendo adesso, a mano a mano che si procede verso il compimento.
Unico e irripetibile questo spezzare il pane e bere il vino di Gesù con apostoli (e discepoli?), perché unico e irripetibile è il suo darsi, definitivo e definitivamente liberante, per molti, a compimento di una Alleanza che costituisce il nerbo della Storia.
Se unico e irripetibile, che cosa ha in comune con questi gesti quello che noi facciamo nelle nostre eucaristie? Se unico e irripetibile, non c’è il rischio di compiere riti semplicemente nel ricordo di un fatto passato, che appartiene al passato?
Quello che unisce (e differenzia) i due momenti, quello che unisce ( e differenzia) la Pasqua di Gesù con i suoi apostoli e la nostra realtà a noi contemporanea è la Pentecoste. Ciò che rende possibile per noi “fare” l’eucaristia è che Gesù è presente nella comunità attraverso il suo Spirito.
“Una relazione si instaura fra la morte del Signore, evento unico, e la cena comunitaria, rito che si ripete. Ma se si può ripetere è perché la comunità ha consapevolezza che il Cristo è presente in essa con il suo Spirito. Il pane spezzato e il calice condiviso manifestano questa presenza, non la creano. Il memoriale non ha significato se non perché il rito è compiuto in una comunità, in cui lo Spirito di Cristo risorto fa di essa un corpo in comunione con la sua vita presente. Ciò che è unico non si ripete. La cena del Signore non è la riproduzione dell’ultima cena. Il rito deve essere semplice, perché, col tempo, la nostra attenzione non sia distratta da questo: per la fede, la presenza di Cristo è il suo stesso donarsi” (B. van Meenen, 2024, in Atelier Evangile).
Se riusciamo a sgombrare l’orizzonte dal folklore e dalla vuota ritualità di certe abitudini (penso a certe Prime Comunioni, che sono il trionfo dell’individualismo familiare), ma anche se riusciamo a liberarci di sentimentalismi e intimismi fuorvianti, resta, al cuore della comunità, un mistero di offerta di sé da parte di Gesù, che diventa realtà di condivisione e di provocazione per la comunità.
Condivisione di ciò che si è e di ciò che si ha. L’offerta di sé da parte di Gesù deve diventare l’offerta di sé da parte della comunità e di ognuno, nella comunità e fuori di essa. C’è un’esigenza di concretezza nell’oggi del mondo. Il pane spezzato e il calice condiviso sono la concretezza che ci obbliga a considerare il “qui” e l’ “ora” in cui siamo situati. Ci viene chiesta una “intelligenza” della situazione che aprirà spazi sempre nuovi di fedeltà, che è, nel contempo, a Cristo e all’uomo. L’amore è concreto, non ideale. Non fa chiacchiera, ma costruisce la Storia, nella concretezza delle nostre mani, deboli e inesperte, ma concretamente capaci di operare la meraviglia che prende forma attraverso di esse.
L’offerta di sé da parte di Gesù è anche provocazione a ciò che siamo chiamati ad essere. L’intelligenza della situazione non si esaurisce in una analisi del vissuto, assumendolo come unico orizzonte conoscitivo ed esistenziale. Essa apre ad un “verso dove” della comunità e di ognuno, con desiderio e umiltà. Desiderio che coinvolge e osa l’inosabile. Desiderio capace di portarci lì dove lui nasce e dove lui osa. Umiltà, perché solo chi ha i piedi ben piantati nell’humus può svettare verso il cielo senza paura di venire abbattuto dal primo venticello di primavera. Come cipressi che affondano nell’humus profondo la propria radice, osiamo guardare al cielo, non come un altrove indeterminato, ma come la nostra unica realtà, questa che stiamo vivendo qui ed ora, fatta di “già e non ancora”.

