Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro


«…mio fratello, sorella e madre»

[Mc 3.20-35]

« Ecco tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle…Ma egli rispose loro:- Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?

-Chi compie la volontà di Dio , costui è mio fratello sorella e madre»

?C’è un altro modo di essere fratello, sorella e madre che non sia per parte di sangue?

C’è un altro modo di appartenersi che non sia l’appartenenza familiare?

Abbiamo costruito recinti e ci abbiamo messo dentro cose e persone. A questi recinti abbiamo dato un nome e abbiamo trasferito ad essi e ai loro contenuti la nostra identità. È la miafamiglia, sono le mie cose, è mio figlio, mia figlia, mia sorella, mio fratello, mia madre, mio padre. Sembra avere maggiore importanza l’aggettivo possessivo dei soggetti a cui si riferisce. Ciò che conta è che sia mio.

Ciò che conta è che tutto il mio mondo sia bene identificabile e difendibile da tutto ciò che possa rappresentare una minaccia che, in ultima analisi, diventa una minaccia a me.

Ci sentiamo protetti e tranquilli solo nei nostri recinti etnici e culturali, in cui non è ammesso l’estraneo, che, in quanto straniero, rappresenta una minaccia alla omologata stabilità del sistema, sia esso familiare, di gruppo o di patria.

Che dire, poi, se proprio coloro che dovrei ritenere “miei” mi considerano “fuori di me” solo perché non omologato al loro sistema culturale o religioso o etico?

Il vangelo di oggi ci prospetta un’altra appartenenza. «Mia madre e i miei fratelli e le mie sorelle sono- piuttosto- coloro che compiono la volontà di Dio.»

Non è esclusa l’appartenenza biologica, semplicemente la si dichiara insufficiente a rappresentare l’intero universo di appartenenza di un essere umano. È proprio dell’animale difendere la prole e non è sbagliato in sé, come non è sbagliato in sé l’affetto umano per la famiglia. Non è sbagliato, ma non basta. L’ambito di realizzazione della persona umana non può essere semplicemente la famiglia. Né quella di origine, né quella elettiva. Anche tra moglie e marito, che non si appartengono per consanguineità, ci deve essere un ordine di appartenenza che vada oltre l’ambito affettivo. Sembra  necessario riconoscersi in un oltre per dare valore al contingente. L’intero universo delle appartenenze affettive è subordinato ad un riconoscimento di sé che sappia andare oltre ciò che ci appartiene di diritto, che sia esso di sangue o di etnia, fino al punto di totale svincolo da ogni appartenenza affettiva per aprirsi ad un riconoscimento di sé che trova nell’Altro il suo punto di origine. Per poter dire “mio” devo arrivare a non saper più pronunciare la possessività. È “mio” solo quando non è più mio. Vale per la madre, per i fratelli, per le sorelle e per tutto l’orizzonte affettivo ed amicale. Tutti mi appartengono nella misura in cui non mi appartengono più.

Così, liberati da recinti, confortevoli e rassicuranti, perché facilmente identificabili, navigheremo in acque libere, in cui nessuno è estraneo, perché lo siamo tutti e in cui ognuno ci appartiene, perché ci apparteniamo tutti.

In questa appartenenza  siamo generati (essa è madre) e in questa appartenenza ognuno è simile, ma non uguale, all’altro (che è fratello e sorella) e in questa appartenenza che si intreccia e si rafforza la rete di relazioni che fa di me ciò che sono, nelladifferenza e nella contingenza dell’oggi e nel per sempre dell’amore.

“E’n la sua volontade è nostra pace:

Ell’è quel mare al qual tutto si move

ciò ch’ella cria o che natura face” (Dante, Paradiso III canto).

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