l’urgenza delle tue domande mi mette davanti la vanità di quanto spesso facciamo con le parole. Per questo ti dico grazie. La difficoltà non è degli interrogativi che giustamente (a mio avviso) sollevi, ma nelle loro conseguenze. Smuovere la terra su cui poggiamo i piedi è rischioso, e allo stesso tempo abbiamo bisogno di essere smossi, di verificare quanto fatto e cosa stiamo facendo. Il piede che rimane attaccato al suolo e fa da perno per l’altro piede che si stacca ed è pronto a compiere il passo è stabile, regge? Così interpreto le tue domande a cui, con molta gratitudine, mi accingo a tentare una risposta.
La poesia c’è, i poeti ci sono. Non è nuovo sotto il sole, è un fatto primordiale. La creazione dei poeti ci riguarda: in questo momento, ancora, a dispetto di. Molto bella l’immagine dello “strumento”, divenuta iconica grazie a un poeta da me molto amato come Vittorio Sereni, ma credo che, seppur non volutamente, possa generare equivoci. Non si tratta, in questo caso, di un utensile funzionale a uno scopo, per quanta nobiltà esso posso prefiggersi. La poesia è una condizione di natura, la nostra specie lo sa bene, ma devo altresì riscontrare il sospetto che, in modalità diverse dalla verbalizzazione umana, tutte le forme del creato partecipino a questo processo creativo. Se ci pensi, la faccenda ha un aspetto paradossale: siamo fatti di cellule che con il tempo si disfano, e tuttavia produciamo qualcosa che non è soggetta alle leggi della materia. Qualcosa che contraddice la morte. Vista così, come può la poesia lasciarci indifferenti o, peggio ancora, tiepidi se essa ci ricorda continuamente chi siamo e le infinite possibilità di stare al mondo? Sì, la poesia ci insegna come stare al mondo. A scuola, invece di studiare la poesia come “fatto” letterario, si dovrebbe educare al fenomeno della poesia e alle sue declinazioni, cioè alle fondamenta di un discorso che ci esalta e ci addolora, frustra le ambizioni più ottuse e ci consola nella caduta; nella poesia gioiamo, piangiamo, ci innamoriamo, divorziamo, siamo a lutto, rinasciamo. Ecco, è questo che chiedo alla poesia, ciò che voglio trovare ogni volta che mi relaziono per mezzo della parola con i miei simili e con il battito del cuore con la creazione tutta; nient’altro che la traccia di quel secret chord che genera il canto della vita, per dirla con il “salmista” Leonard Cohen. Non voglio assolutamente, con ciò, negare lo scandalo del male, della violenza più efferata, dei motivi di rancore che possono sorgere tra due persone e che su larga scala portano alla guerra tra nazioni. La poesia non può nascondere tutto questo, e anzi è chiamata a risponderne in prima persona, così come di tutto ciò che appartiene al mondo. Dico solo che è proprio di fronte a questa ferita, a questa contraddizione all’apparenza insanabile che occorre un maggior senso di responsabilità, di ethos della parola. È qui che occorre zittire il chiacchiericcio degli ego a favore del concerto della poesia. Di questi tempi il logos dell’algoritmo blandisce le nostre vanità, ci fa credere che, in quanto simili a dèi, non abbiamo bisogno dell’umanissima poesia che, per di più, non è oggetto di consumo. La poesia non si consuma, a differenza di quasi tutto quello che circonda il nostro evoluto mondo contemporaneo. L’istantaneità e l’effimero delle comunicazioni odierne – laddove il mezzo è evidentemente il contenuto – separa il qui dall’ora che invece nella poesia sono il binomio della creazione, l’affermazione di una presenza, di un essere presente proprio qui, proprio adesso. Vana, allora, è quella parola che non ci riporta al cuore della creazione, perché, contrariamente a quanto la nostra epoca pare suggerirci, noi desideriamo la durata e la resa del cuore, il suo ritmo binario di sistole e diastole (non di 0 e 1!), di aria che entra ed esce usando il nostro corpo come cassa di risonanza della canzone dell’universo.


