
di Pasquale Vitagliano
Il tempo dei poeti,/ è l’anarchia della parola. Sembra questo il crinale della poesia sorgiva di Giansalvo Pio Fortunato, il quale giovanissimo esordisce con Civiltà di Sodoma (RP, 2024). Colpisce immediatamente il furore escatologico di questa scrittura. Stentorea perché tutta giovanile (e non è un difetto), la voce dell’autore attacca direttamente e senza sconti il balbettio intellettuale del minimalismo. Gli stessi poeti “prestatisi” vengono additati al “giudizio apocalittico della corte marziale della storia”.

L’intenzione poetica di Fortunato è dichiarata. La sua poesia vuole dilatare a dismisura la parola, sconfinare in territori vastissimi, portare le sensibilità di chi scrive e di chi legge ad incontrarsi in uno stato di quasi allucinazione. Questo è il “cosmo sociale” di cui egli stesso scrive e dal quale intende scappare verso una dimensione onirica di salvataggio e di salvezza. La poesia è la freccia che ci getta oltre. Alla civiltà della sopraffazione, l’autore contrappone un’arcadia oniricopsichedelica, che non sappiamo se ci precede o sta oltre. A questo punto, non sono sicuro se l’autore voglia abbattere la foresta della tradizione o intagliare il legno. E’ notte, dunque,/ e le rose non sbocciano/ poiché la linfa arida/sa di cenere. Dal canto suo, dichiara di voler “decantare un necrologio”. In realtà, la sua poesia è un rovente stato nascente. Ove i Numi riposano ciechi/ alle angherie della coorte/ e del suo lupo,/ sì vorace da distruggere/ il vivere cupo/ d’una società da rifondare. Tuttavia, ulula troppo questa civiltà alle nostre spalle. Facciamo fatica a liberarcene e brucia ancora la tentazione di girarsi indietro. Ecco, Fortunato dovrebbe fino in fondo seguire l’esempio di Lot. Togliere la polvere dai calzari. Scrollarsi di dosso il peso ingombrante di un’intera civiltà di idee e di parole. Non girarsi indietro. Lasciarsi andare al piacere della poesia. Lingua ignifuga/ diserta/ il dialogo col mondo/ ed eremita/ si abbevera/ della sua stessa immagine;/ sicché, viziosa,/ le sue stesse parole/ infettano/ ogni qualvolta penetri/ in un nuovo anfratto,/ ove l’iride dimora. Finalmente, non ci sarà più alcuna civiltà da fondare. Ci basterà ascoltare la voce naturale di un nuovo mondo.
