Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

XI Domenica T.O.

«dorma o vegli»

« Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa.» [Mc 4,26-34]

La voglia di fare è spesso proporzionale alla voglia di possedere.


Non basta aver gettato il seme: si pretende di controllarne la crescita, magari anticipandola e accelerandola. Vorremmo che i tempi della crescita non fossero i tempi del seme gettato nel terreno, ma i tempi del seminatore. Sappiamo, invece, che il seminatore che si comportasse così non solo non  sarebbe in grado di anticipare i tempi del raccolto, ma correrebbe il rischio di non avere affatto un raccolto.

Non è facile rinunciare al controllo dei tempi della crescita. Soprattutto, è difficile rinunciare al calcolo legato ai frutti del raccolto. Si fa per ottenere qualcosa, possibilmente in tempi rapidi. Così, in politica, non si è capaci di fare ciò che ha tempi lunghi di fruttificazione, anche se si sa che questo sarebbe il meglio per tutti. Si ha fretta di raccogliere per ottenere il massimo dalla propria azione.

Così anche nella Chiesa, spesso si elaborano programmi improntati più ad una efficienza che possa fruttificare in fretta che a gettare il seme che porterà frutto a suo tempo.

Il desiderio di possesso è tale che ci impedisce il tempo dell’attesa. Proprio in questo spazio, però, nello spazio dell’attesa, si compiono le meraviglie che sono tali proprio perché non derivanti dalla nostra efficienza, dal nostro saper fare, dal nostro essere bravi operai.

Saper attendere è riconoscersi poveri, è sapersi poveri del possesso del frutto delle nostre azioni. Ciò che accadrà al seme seminato non ci appartiene. Il frutto non sarà la conseguenza diretta di ciò che abbiamo saputo fare. Il frutto sarà puro dono. E per ricevere un dono, per comprenderlo come dono, per gioire del dono ricevuto, è necessario essere poveri, rinunciare al controllo, uscire dalla logica economica. Il  mio compito di seminatore è gettare il seme. Una volta gettato, il seme non ci appartiene più, né ci appartiene il raccolto che ne verrà e, soprattutto, non ci appartiene il tempo della crescita.

Verranno i fiori dai semi gettati e verranno i frutti, ma altri raccoglieranno ciò che abbiamo seminato. A noi resta la gioia della semina, con tutta l’ansia e la preoccupazione, ma, anche la serena consapevolezza che, “sia che dormiamo sia che vegliamo, il seme germoglia”. E non sappiamo come. E non sappiamo quando.

Ho visto aiutare chi sta male
Sperare in un mondo più civile
Ho visto chi si sa sacrificare
Chi è sensibile al dolore
Ed ho avuto simpatia

…………

Ma non ho visto mai nessuno
Buttare lì qualcosa e andare via

(G. Gaber)

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Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. giuliana rocchi

    Nelle tue riflessioni molto spesso ricorre il tema del possesso, in tutte le salse, per quanto riguarda la famiglia e oggi per quanto riguarda la semina. Questo ripetersi non può passare senza lasciare traccia e, infatti, mi interroga molto sul mio modo di pensare di agire e quindi di affrontare le situazioni che la vita inevitabilmente ci propone, mi interroga e mi irrita perché in fondo in fondo devo riconoscere che credevo , supponevo che dopo tanti anni di di esperienza sul campo (della vita) me ne fossi liberata o quanto meno fosse la parte più piccola del mio ” negativo” ed invece oggi o comunque in questo periodo mi rendo conto che in qualsiasi situazione questa forma sottile di appropriazione del mio io esiste ed è vegeta e soprattutto produce effetti perché ci si accorge di non essere liberi, di quella libertà Dono che ci è stato dato, non si è liberi di accettarlo e di donarlo , la frenesia di vedere di toccare i risultati del nostro operato ci impedisce di godere del tempo dell’attesa che è poi il tempo che ci è dato per vivere, che peccato! e allora grazie, chissa’ se alla fine di questo percorso l’abbraccio finale sarà solo un rendimento di grazie….

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