Narratori del Nuovo Millennio – Demetrio Paolin

Nell’appuntamento di oggi incontriamo Demetrio Paolin, un narratore che con generosità rivela la sua esperienza di scrittura come luogo di incertezza e di prova tra mestiere e necessità espressiva.

… inizio con una ammissione, quando Monica mi ha chiesto di scrivere il pezzo, che spero leggerete adesso, ovvero il pezzo che sto scrivendo ora, ho accettato di buon grado, ma infine sono arrivato a ridurmi a scriverlo molti mesi dopo, rispetto a quello che avevo promesso a lei, Scusami!, ma da un lato questa parentesi temporale tra il sì, wow, che bello e la consegna del pezzo in sé potrebbe essere interessante per capire il mio percorso di scrittore e il mio percorso di scritture, perché insomma ho durato tanto tempo, accampato impegni, inventato improbabili influenze, distruzioni del pc prima di scrivere questo pezzo?, perché dovrei ammettere che il motivo principale della mia scrittura avviene sotto il segno della vergogna: provo a spiegare. Spiego: parto da una faccenda che mi è accaduta proprio qualche giorno fa, che quando mi è accaduta mi son detto Ecco questa la scrivo, la sto scrivendo ora; ero a fare una lezione, in una classe non mia a scuola, la collega mi aveva invitato per parlare di Primo Levi, Non capita tutti i giorni, mi dice, di avere uno scrittore come collega, Ok, ho detto, vengo. Il giorno della presentazione sono lì, lei mi fa una breve presentazione e dice ai ragazzi, che sono soliti vedermi come un prof, che insomma io faccio altre robe nella vita e tra le cose che faccio c’è che ho scritto dei libri, che uno di questi è finito nella dozzina al Premio Strega (Conforme alla Gloria), che giornali e critici importanti hanno parlato dei miei libri (Anatomia di un profeta e Il bisogno e la necessità), che io scrivo per giornali importanti (Corriere della Sera), che faccio parte di redazioni di riviste (Lettera Zero) etc etc, che mentre diceva tutte queste cose, vere per carità, ha aggiunto che collaboro con la La Ricerca della Loscher e appunto che faccio parte di Piccoli Maestri, insomma mentre diceva tutto questo io mi sono chiesto a) Quando trovo il tempo per fare tutte queste cose insieme?, b) Era questo che sognavo quando ho iniziato a scrivere?, c) Reggerò e per quanto tempo?; d) Arriverà il giorno che mi sentirò un fucile scarico appena esploso il colpo?; e) Come smetterò di essere quello che sono?, ovviamente non ho detto nulla di tutto ciò ai ragazzi, ma ho abbozzato un sorriso, ecco la vergogna che arriva, ho detto una frase del tipo Pare che faccia di tutto tranne insegnare al biennio, ma vi giuro che lo faccio!, risa generalizzate, l’autoironia, l’autoriduzione di me stesso sono le due armi che hanno tenuto a freno l’altra grande “auto” che mi possiede anima&corpo ovvero l’autodistruzione. Insomma ho fatto lezione, un’ora e mezza su Primo Levi. Levi credo che sia lo scrittore che mi ha deciso di scrivere, volevo sempre scrivere ma fino a quando non ho letto Levi non mi sono deciso, Levi è entrato nella mia vita intorno ai 20 anni nel momento delle mie letture più importanti (Joyce, Dostoevskij, Pavese, Dante, sono tutti uomini lo so), volevo fare una tesi sulle scritture coatte: lager, prigione, manicomio, volevo lavorare su Levi, Gramsci e Basaglia (chissà che non sia questa l’ultima cosa che scriverò un enorme tomo su questi tre ambiti della costrizione); il mio prof quando gli dissi cosa volevo fare rispose Beh una idea ambiziosa (oddio l’ambizione, tutte le volte che presento un romanzo o l’idea di un arriva sempre uno a dirmi È molto/troppo/piuttosto ambiziosa come dire non ce la farai mai: è proprio uno stigma del mio scrivere: l’essere troppo ambizioso) iniziamo da un piccolo pezzo, di un piccolo pezzo della prima parte di questa tua idea; quindi fece una pausa e Se questo è uomo, disse, e dissi Ok e debbo dire che un po’ aveva e ha ragione dacché non ne sono venuto a capo ancora adesso. Insomma Primo Levi a 20 anni: io cercavo una voce per dire le cose che avevo dentro: intorno ai 17 anni avevo sentito il bisogno di dire parole sulle cose che avevo dentro la testa, che erano come ragni che facevano/fanno la loro tela, piccole tarme che mordicchiavano e tuttora mordicchiano i miei poveri neuroni, avevo/ho insetti che volavano dentro la mente, uccelli che nidificavano e ancora adesso nell’ipofisi, sentivo qualcosa agitarsi dentro il cervello, uno psicologo l’avrebbe definita adolescenza, ma per me erano cose che spingevano per prendere la forma di parole: così a 17 anni mi trovai con il desiderio di dire cose tramite le parole, avevo le parole, erano lì belle e pronte, quelle del vocabolario, quelle che m’aveva insegnato la maestra, quelle che avevo appreso dalle medie e che stavo apprendendo alla superiori, ma non si armonizzavano, non stavano insieme, mi mancava la sintassi, ma non quella che t’insegnano sempre scuola, no!, quella la sapevo: ero bravo in analisi logica, analisi del periodo e grammaticale, anche se nutrivo dei dubbi sulla struttura della frase, soprattutto sulle frasi negative: la negazione si lega al soggetto o al verbo o al complemento?, Demetrio non magia la mela: questo “non” dove ha più peso?, a cosa si lega?, insomma ho sempre avuto dei dubbi sulle frasi, anche quelle più semplici, che mi facevano cadere in un baratro di dubbio. Credo che questo fosse dovuto al fatto che da piccolo la mia leggera dislessia mi aveva portato a scoprire il mistero della combinazione delle parole. Comunque fu intorno 20 anni che Levi si saldò con Joyce e mi venne in mente che potevo scrivere certe cose, usando un linguaggio limpido, facile, comprensibile, ma nello stesso tempo ambiguo, oscuro, e opaco; mi saldò la mia idea di poter scrivere della vita, dell’impurezza del vivere, del guazzabuglio (oh Manzoni!, che ho scoperto dopo per il grande che è: chiunque voglia scrivere in italiano deve passare e sudare e stare sopra Manzoni, e pure su Moravia e Gadda, che per via di negazione e di esagerazione sono i due più interessanti epigoni di Don Alessandro), Levi mi forniva un’idea semplice: si possono dire cose complicatissime, cose limite, cose ineffabili, cose che Madonna come si fa a dirle, con parole normali. Insomma senza Levi e senza Joyce non sarei qui. Ah giusto la lezione, quando l’ho finita ho detto Ci sono domande?, un bel silenzio indicava che avevano ascoltato, ma che non vedevano l’ora che fosse l’intervallo, e infine quando stavo per dire Ragazzi grazie, uno ha tirato su la mano e mi ha chiesto Ma come si fa a pubblicare un libro?, e io sul momento ho risposto con ironia e leggerezza, ma ecco a ripensarci non ha chiesto Come si fa a scrivere un libro, Perché si scrive un libro?, no e no, ha chiesto preciso limpido, nei suoi 17 anni, Come si fa a pubblicare un libro?. Io non lo so come si fa, gli avrei dovuto dire, ho avuto alcune persone che per motivi di cui ignoro profondamente la ragione logica hanno creduto in me dall’inizio penso a Giulio Mozzi, o che continuano nonostante tutto a credere in me penso a Daniela Di Sora. Penso a loro due in particolare, ma non ho fatto niente per meritarmi il piccolo pulpito da cui parlo ora, nulla veramente, non ho nessuna dote maggiore di nessun’altra persona che adesso mi sta leggendo; il pulpito o il piccolo rialzino da cui parlo è meritato?, guardate non lo so, in questi giorni lo sapete tutti meglio di me, sono uscite, trapelate, messe bell’apposta lì alla visione di tutti, le vendite dei 12 dello Strega, insomma tranne pochi casi, minimi, i libri vedono pochissimo, Sai che novità!, io non ho mai pensato a vendere né poco né tanto, ho pensato sempre a trovare le parole per dire le cose che mi mangiavano il cervello, il giorno che il mio cervello smetterà di essere mangiato prenderò le dovute e opportune misure, fino a che qualche cosa mordicchierà al mio interno proverò a dar forma a questa “cosa” in “qualche” modo. Insomma non c’è niente di speciale a scrivere un libro, non c’è niente di speciale a essere uno scrittore che scrive un libro, non c’è niente di speciale scrivere su un giornale, non c’è niente di speciale, certo è bello se qualcuno, quanti? 300/1000/1500/2500 (più o meno questo è il massimo a cui io possa ragionevolmente aspirare come scrittore in termini di vendite), compra il tuo libro e viene a vederti a una presentazione, ma è simile a un colloquio casuale con uno sconosciuto alla macchinetta del caffè: parli, dici tre cose, lo saluti, ti saluta, pensi Dai era una persona interessante e finisci nuovamente nella tua zona di buio e solitudine. Mi vergogno anche di questi pensieri, dalla mia insensibilità rispetto alla gente.
Dicevo la vergogna, ad esempio, se venite a casa mia, non trovate i miei libri, cioè io non ho in casa nessuno dei miei libri, le copie che gli editori mi mandano le do via ad amici, parenti, a chi me le chiede, perché mi pare un segno di vanità e una cosa inutile, il libro l’ho scritto, lo conosco, se vado a presentarlo la libreria ne ha una copia e ciao, qualche volta il problema è se mi chiedono di fare una lettura da casa o così, e allora debbo aprire il pdf dell’impaginato, perché ecco quando finisco di scrivere un libro butto via ogni cosa, appunti, brogliaccio, stesure intermedie, il fatto di aver studiato filologia mi ha aiutato a capire quanto gli studiosi possano essere curiosi, e io non voglio destare nessuna curiosità, così butto via tutto: mi dico che è vanità, che lo faccio per non essere vanitoso, ma in realtà è perché mi vergogno di quello che faccio, perché non sono a mio agio, e vivo la strana tensione, e lo strano destino, di saper fare quello che non mi mette a mio agio: certe volte mia madre mi dice ma come fai parlare tutti i giorni davanti a tante persone, a fare presentazioni etc etc se quando eri piccolo non volevi neppure fare la “pianta” o il “cespuglio” alla recita di scuola, se l’unica volta che ti hanno dato la parte con una battuta, ti sei fatto venire la febbre?, ecco ha ragione come faccio?, con uno sforzo e un autocontrollo che spero che duri finché deve: ma dentro di me mi vergogno, dentro di me odio queste cose, e non le vivo mai con gioia: mi ricordo che una volta sono esploso, era durante una presentazione dello Strega, e sono finito sotto le grinfie di Vergassola, bravissimo, abile, ironico, tempi perfetti e io ne sono uscito a pezzi, quando sono tornato in albergo e avrei voluto smettere tutto, smettere di scrivere, smettere di fare i premi, smettere: mi sentivo inadeguato e nessuno se ne era accorto, Siete stati divertentissimi insieme, quanto ho riso, e io Aha ahhaha, sì bellissimo. So fare una cosa che non mi mette a mio agio, che non mi dà agio, forse questa cosa produce in me la mia postura che ad alcuni può sembrare “lamentosa”, io spesso sembra che mi lamenti degli altri, ma in realtà mi lamento di me, lamento me stesso che non riesce a smettere di fare questa cosa, lamento che potrei smettere e nessuno con buona pace dei pochissimi se ne accorgerebbe, ma non riesco perché è l’unica cosa che so fare: quindi vivo questa frustrazione, che mi porta disagio e questo disagio arriva perfettamente alla vergogna. Quindi parlare della mia scrittura è come parlare della mia vergogna, parlare della mia carriera da scrittore mi provoca riso e quindi no, negli ultimi tempi mi hanno chiesto spesso delle bio-bliografie, quelle righe che dai a un editore che pubblica un tuo racconto o un tuo pezzo o un tuo libro, credo che anche qui ci sarà alla fine del pezzo, così per anticipare la richiesta la scrivo qui: Demetrio Paolin ha scritto alcuni libri, qualche romanzo e qualche saggio; vive a Torino.
Questo è quanto, grazie.

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2 pensieri su “Narratori del Nuovo Millennio – Demetrio Paolin

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