di Pasquale Vitagliano

Il gaslighting è la manipolazione psicologica di una persona. La parola ha acquistato questo significato (meno in Italia, per la verità, visto che il film di George Cukor del 1944 prese il titolo di Angoscia) a seguito del successo di un film in cui Paula (Ingrid Bergman) viene portata alla follia dal marito. Si tratta di uno dei pochi casi in cui il remake ottiene più fortuna dell’originale che porta lo stesso titolo, Gaslight, uscito nel 1940 e diretto da Thorold Dickinson, film a sua volta derivato da un’opera teatrale. Consiglio di vedere entrambi i film e poi passare ad altri due altrettanto angoscianti. Il primo è il più famoso di tutti, Rebecca, la prima moglie (1940) di Alfred Hitchcock e l’altro è stato girato dal maestro dell’espressionismo tedesco, Fritz Lang, nel suo periodo americano, Dietro la porta chiusa del 1948. Con questi titoli si traccia un percorso completo di comprensione delle relazioni tossiche, alla base delle quali si scoprono i primi, sotterranei squilibri di genere, dove, però, le donne molto spesso sono le “peggiori nemiche si se stesse”.
Centrale, per esempio, in Rebecca è la figura di Mrs. Danvers, la governante. Cosa la legava alla prima moglie e cosa non accetta della nuova moglie de Winter? Le figure maschili restano dominanti solo in superficie. In realtà, ancora una volta, grazie ad un effetto Vertigo (focalizzo mentre mi allontano), le figure femminili in tutti questi film si prendono la scena per intero, anzi, tanto più ci si sforzi di manipolarle. In Persona (1966) Ingmar Bergman adotta lo schema narrativo del thriller sentimentale per sperimentare come si può tradurre in cinema un crudele percorso di autoanalisi. Le due protagoniste mettono in scena un duello psicologico che le porterà ai limiti estremi della coscienza. Sembra evidente il legame del film di Bergman con May December (2023) di Todd Haynes, pur ispirandosi ad una vicenda realmente accaduta (con la curiosità del tema dissonante preso in prestito dal film Messaggero d’amore di Joseph Losey del 1971). Forse, l’unica differenza è data dal contesto storico in cui le due opere sono nate. Nella prima residua una qualche resistenza umana alla perdita di senso che le relazioni minacciano, nel secondo sembra che la falsità venga definitivamente accettata come necessaria, così come lo impone il set delle nostre vite.
A svelarci l’orrore che si nasconde sotto il tappeto dell’indagine psicologica è un altro film degli anni ’60. In Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) di Robert Aldrich il duello mortale è tra due sorelle-attrici. L’effetto è altrettanto disturbante ma è non un prodotto della narrazione. Promana direttamente dalla dura realtà della follia e della finzione. Per uscire fuori da tutta questa angoscia bisogna vedere Thelma & Louise (1991) di Ridley Scott, con la coppia Susan Sarandon e Geena Davis. Ci lascia beati, malgrado l’epilogo. Dopo una fuga rocambolesca, ci si può suicidare sorridendo.
