
“Con quale vigore della mia anima solitaria ho scritto le mie esiliate pagine, vivendo sillaba per sillaba la falsa magia di ciò che credevo di scrivere e non di ciò che effettivamente stavo scrivendo! Con quale incantesimo di un’ironica stregoneria ho creduto di essere il poeta della mia prosa, nell’aureo momento in cui essa nasceva in me, più veloce della penna, come una riparazione fallace agli insulti della vita! E alla fine, oggi, rileggendo, vedo i miei pupazzi che si rompono, vedo la paglia che esce dai loro strappi. Ed essi si svuotano senza essere esistiti….“
Questi versi meravigliosi di Fernando Pessoa (tratti da “Il libro dell’inquietudine“) risultano centrali ed essenziali, per indicare cosa possa essere la poesia, per descrivere quale sia la sensazione da cui si viene attraversati dopo averli scritti. Quale, e quanta strada, i versi, possano compiere, dopo essere usciti da quegli strappi.
Perché la poesia è il frutto, il risultato, della più profonda ed impenetrabile lacerazione umana (o dell’anima). Quella lacerazione interiore che spinge l’essere ad individuare una piccola via di fuga, che riesce a trovare forma ed espressione, che spesso rappresenta un’ancora di salvezza, una direzione che allontana dal baratro della disperazione.
Eppure la poesia sembra – dopo essere fuoriuscita – consegnarsi in pasto ad un oscuro oceano ignoto, o più esattamente, ad un campo di sterminio della parola, dove i versi giacciono decomposti, dispersi, come l’alito da cui sono sorti. Tutto quindi è destinato a perdersi, a non trovare memoria.
L’uomo, che così ingenuamente si pone al centro di quel minuto spazio che gli appartiene, per così poco tempo, e che miserabilmente cerca di rendere unico ed immenso, prova ad esprimere il peso e la consistenza della propria esistenza (mondo=io), riuscendo però, il più delle volte, non a creare, bensì a cercare di tradurre la sua singola dimensione della vita, con il triste risultato di rivelarsi spesso, alquanto miope, o limitata.
Una vita che sorge da un punto (nascita), che si dirige inesorabilmente verso un altro punto, segnandone la fine (morte), che al contempo provoca l’apertura di uno scenario ad egli sconosciuto (l’aldilà). L’inquietudine è dunque sempre presente, direi una costante, tornando a generare quel peso che schiaccia l’individuo, portandolo ad elaborare e ad esprimere un pensiero, quasi fosse una reazione, in cui egli cerca di codificare la visione che ha del mondo tramite lo strumento poetico (“Il vero poeta crea, poi comprende…qualche volta.” H. Michaux).
Ma spesso tutto è soltanto un mero tentativo che rimane incompiuto, un percorso che viene interrotto, un embrione che viene espulso; così la vita diventa una specie di macigno per chi cerca di scoprirla, di descriverla, un peso tale da divenire insostenibile. La vita difatti, sceglie spesso ed inspiegabilmente le anime più belle e fragili, per potersi descrivere (i poeti, gli artisti).
Fragilità e solitudine appaiono i due elementi fondanti che costituiscono il sedime sopra cui, a mio avviso, nascono le reali premesse per la poesia.
La parola, in tutto questo, ha il compito di avvicinarsi il più possibile al senso che l’autore intende dare al contenuto dei versi, parola che però non può rappresentare il fine ultimo di una ricerca letteraria, arrivando talvolta al suo uso esasperato. Questo svuoterebbe totalmente la poesia di significato, di sostanza, e diverrebbe fine a se stessa, mancando di comunicabilità per il lettore.
La stesura di un verso dovrebbe tendere ad un intenso lavoro di “sottrazione” anziché di “addizione“, fatte sempre salve le “zone di passaggio” attraverso le quali un autore deve transitare, per delineare il suo individuale percorso di sperimentazione, ricerca e crescita.
Poesia da intendersi come linguaggio più che mai personale, autentico, al fine di riuscire a descrivere, in parole, la propria interiorità, il dolore, che spesso ha provato per via del comportamento altrui – vivendo dei veri e propri “tradimenti” – o inflitto dalla vita in generale, anche se è pur vero che: “non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente” (Pavese).
Da questo insieme, si individua l’elemento che porta ad avere consapevolezza di sé, a conoscersi giungendo fino al punto più profondo, divenendo questa la vera caratteristica e la vera potenza del poeta. Egli è venuto in possesso di una luce che arriva al lato più buio e nascosto del proprio animo, e che resiste al soffiare forte di una corrente che vorrebbe spegnerla. “Ti impediranno di splendere. E tu splendi invece” (Pasolini).
Scrivere poesia deve significare esprimere, nella forma più alta, la propria interiorità ed il mondo circostante, narrare la totale sfera dell’esistenza, in cui possono essere compresi i più svariati elementi: natura (quale mondo esteriore-circostante), sentimenti, relazioni, accadimenti, visioni, abbandoni, fede, amore. Il poeta può parlare di tutto quello che comprende l’esperienza della vita (ed empaticamente quella degli altri, in cui può rifugiarsi), ma non lo deve fare per erigere un monumento a se stesso, al fine di compiacersi, bensì per offrire all’umanità il tentativo di spogliare e di far vedere l’anima, come attraverso un proiettore, di capire cosa sia l’uomo, cosa egli non debba mai essere e/o diventare, denunciare la direzione da lui intrapresa, il più delle volte autodistruttiva, o deleteria.
Troppo spesso la sua voce non viene ascoltata, viene soprattutto ostacolata, rimossa, poiché ritenuta assai insidiosa, o pericolosa, in quanto la poesia deve sempre muoversi da un indomito senso di libertà. Una poesia artefatta, ruffiana, una poesia accondiscendente, non può – a mio avviso – essere ritenuta tale. Può dunque provocare, infastidire, opporsi, scovare, osare, a volte anche contraddirsi, arrivare laddove altri uomini si fermano per timore, o per convenienza.
Ma non esistono al riguardo “parole poetiche” (come sembrano essere grido, alba, tramonto, gabbiano, disperazione, orizzonte, volo…). Tutte le parole possono entrare nella poesia, le più impensabili, le più inusuali, nascoste, improbabili, inventate, desuete, cacofoniche, impronunciabili. Ogni parola, teoricamente, può essere utilizzata con oculatezza nella poesia, non essendoci limiti o regole prestabilite ad impedirne l’uso.
Per fare poesia credo occorra servirsi di molta audacia e coraggio, con il rischio di essere aspramente attaccati, di essere incompresi o fraintesi, di fare scelte apparentemente controproducenti, controcorrente, e tutto questo lo si può pagare a caro prezzo, vedendo talvolta davanti a sé molte ingiustizie, comportamenti scorretti.
Ma se ci si espone, si deve allora mettere in conto tutto questo. La poesia non ti regalerà certamente fiori, non renderà la tua vita ricca di danaro, non ti renderà famoso come credi…è qualcosa che si muove molto lentamente, che ha bisogno di molto tempo per arrivare ai suoi risultati. È l’arte della introspezione, e della pazienza. (“La poesia è un manoscritto deposto nel cavo di un albero” C. Milosz).
Necessita di onestà, in un mondo in cui vi è continua falsità, retorica, ipocrisia, sovraesposizione (dovuta ad un uso ormai compulsivo dei social), perché nell’immediato tutto ciò può sembrare che ripaghi, ma è nel corso del tempo che molte fortezze crollano, che molte maschere cadono.
Per me questo rappresenta l’idea di poesia, l’espressione di una solitudine in cui molti autori (dapprima uomini) sono caduti e lì sono stati lasciati, trovandosi in un isolamento a cui è stata data voce e valore nel silenzio. Che poi si viene plasmati da quell’isolamento, fino a diventare irrinunciabile, vitale, quasi un rifugio, per ritrovarsi come davanti ad uno specchio e rivedersi, riconoscersi, lontano dal fastidio urbano-umano. “Essere poeta non è una mia ambizione. È la mia maniera di stare solo“(Pessoa).
Così la vera poesia non teme nulla, e nel mezzo di tanta confusione, di tanta crescente distrazione, l’uomo necessita, oggi più che mai, di autori che parlino – a chi deve però essere pronto ad ascoltare – con il linguaggio dell’anima, con la sensibilità e la profondità delle parole (“Vedete, sulla carta sono trafitto con i chiodi delle parole“. Majakovskij), senza risparmiarsi nulla.
Essere-umano; ossia l’uomo deve tendere ad essere “umano“, per evitare di compiere quegli atti distruttivi che vediamo quotidianamente, quale risultato di un processo di “disumanizzazione” in atto, che lo vede ampiamente coinvolto. E la poesia, da che può sembrare inutile, superflua, può invece avere una funzione fondamentale in questo, perché parla direttamente all’essenza della persona, toccando le sue corde più sensibili e nascoste, i vari punti nevralgici. Tramite il sentire l’uomo può riuscire a tirarsi fuori – e salvarsi – dalla propria brutalità.
La bellezza è sempre ciò che la poesia deve prefiggersi di raggiungere (come l’arte in generale), anche laddove ci venga a raccontare delle nefandezze umane, del dolore della vita, della paura della morte, della malvagità, della fame, della miseria terrena e così via… perché per esprimersi attraverso l’arte, credo si debba più che mai amare immensamente la vita, e ricordarsi dopotutto, di avere una grandezza poco diversa da quella di un granello di sabbia nell’universo.
“Poeta affaticato dalla vita
le parole sono divenute solubili e mendaci,
le alture non mostrano più alcun segreto
dietro le nostre insonni clausure”.
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“Forse sono finito su questo grande barcone
del tempo, in mezzo al mare tempestoso,
e ho paura che ci ribalteremo…
Non so sotto quale cielo
sono finito a vivere, ma non certo
la terra è il mio grande viaggio”.
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(…)
“Aversi senza una ragione
e ricostruirsi nell’attesa,
prima di svanire annientati
dietro la resa di una luce inquieta.
Nella mia vita senza udito
ti ho veduta improvvisamente felice,
scintille di un torrente vivo
sotto al gelo, ma la mia carne
resta un corvo nero
che dimora nei varchi del vento”.
