La natura delle riviste militanti
La storia di una rivista militante si fa non solo sui contenuti, ma soprattutto rileggendo gli editoriali, il “luogo” cioè dove si annida il pensiero estetico e pratico del gruppo che fa capo ai direttori, i quali aprono orizzonti di lavoro per coloro che intendono partecipare al progetto culturale.
Il Novecento letterario potrebbe essere definito, a buon diritto, il “secolo delle riviste”. Nel periodo seguente, il quarto Novecento, che possiamo far decorrere dal 1967, le riviste scontano un’enorme difficoltà a farsi largo, con una funzione e uno spazio riconosciuti, nel mare magnum delle comunicazioni di massa, affollato come non mai e monopolizzato dai nuovi media. Perché questa, alla fine, è la situazione in cui si è venuta a trovare la cultura militante negli ultimi decenni, indipendentemente dal numero delle pubblicazioni periodiche che hanno continuato la sfida.
Le riviste del quarto Novecento partecipano di quella che Ferroni ha definito la “condizione postuma” della letteratura. «Quindici» (1967-1969), una delle due riviste che, tenute a battesimo giusto nel 1967, segnano il terminus a quo della nuova congiuntura, punta subito il dito, a chiare note, contro la congiura del silenzio che ha colpito la cultura come una damnatio memoriae: «Lo sciopero è compatto e unanime; anzi, è una serrata, il primo indizio del regime che è nell’aria». Vittime di questa serrata, le riviste sopravvivono, bensì, ma ridotte al lumicino, senza più voce in capitolo, relegate nella riserva indiana delle specie in via di estinzione. Rispetto ai best seller, ai rotocalchi, ai record d’incassi dei film di successo, alle cifre iperboliche dell’audience televisiva, le riviste, anche le più fortunate, restano prodotti di nicchia, non escono dal circuito più o meno ristretto della tribù o del clan, degli addetti ai lavori o dei pochi simpatizzanti. Obtorto collo o di buon grado, esse devono ammettere che il quadro venutosi a creare è per loro assai sfavorevole. Il secolo delle riviste, partito di slancio coi migliori auspici, conosce così questo malinconico tramonto. Una testata come «Carte Segrete» (1967-1980; 1986-1987) suggerisce in partenza l’idea di un lavoro defilato, tanto amorevole quanto lontano dai riflettori: «ci interessano la letteratura e l’arte “dietro le quinte”, in tempi di divismo e di invasione di pocket-books». E su questa “linea d’ombra” dei risvolti, dei perdenti, degli ignoti, o degli esclusi, si muoveranno, quale più quale meno, anche gli altri periodici, a cominciare dal «Lettore di Provincia» (in vita dal 1970), il cui editoriale, d’altronde, sottolinea in positivo anche i vantaggi e l’utilità di questa dislocazione periferica: «Oggi, con la cultura e la letteratura assediate dall’industria, leggere in provincia può significare atto di difesa e di indipendenza. […] Può persino esistere e sussistere un impegno alla conoscenza e al giudizio soltanto assolvibile in una dimensione provinciale del leggere, o dell’analizzare».
Analogamente, un’attenzione non rousseauianamente nostalgica, ma vigile a dialettica, alle «identità culturali» minacciate dalle «logiche perverse della colonizzazione / omologazione / folclorizzazione / colpevolizzazione», e alle realtà periferiche in quanto «luoghi, fra i più parlanti, della trasformazione e della fragilità», dimostrerà «In Oltre» (1988-1998). Ma va detto, altresì, che un simile sforzo di elaborazione progettuale è diventato rara avis nelle ultime stagioni. «Linea d’Ombra» (1983-1999) si era affacciata con la precisa convinzione che invece quello presente non sia più «tempo di manifesti o di battaglie di corrente», e un certo disarmo programmatico si coglie tra le righe di presentazione di diverse altre testate. Le più, anzi, non si sono mai date la pena di formalizzare, almeno in maniera esplicita, un programma: si pensi soltanto a «Poesia» di Crocetti (fondata nel 1988). Ma sottraendosi a questo patto preliminare, è come se avessero rinunciato a priori ad assolvere a un compito militante: non, probabilmente, per mancanza d’idee, ma per sfiducia nelle residue potenzialità del veicolo. Lanciare proclami da una rivista, pronunciare solenni giuramenti, tranciare giudizi, esternare fulminanti strategie d’azione, è sentito ormai gesto velleitario, grottesco, fuori luogo: meglio evitare… La congiura del silenzio ha vinto. Ma, mettendo a tacere le riviste, ha ucciso anche, per asfissia, la cultura militante. Se la letteratura creativa annaspa e, in attesa del capolavoro che non viene, i tanti titoli che il mercato quotidianamente rovescia nelle librerie finiscono per confondersi in un tutto caotico e indistinto, è anche perché nell’ultimo trentennio le riviste sono state espropriate della loro storica funzione di stimolo e di filtro. Si lamenta poi, non a caso, la scomparsa degli intellettuali: non pensando, tuttavia, che essa è la conseguenza, prima di tutto, dello sfratto dato alle riviste. Ogni cultura inventa i suoi luoghi di produzione e il suo sistema circolatorio: la cultura militante ha inventato le riviste. Saprà mai risorgere in altre forme? Se dobbiamo credere al teorema di McLuhan, secondo cui medium is message, c’è poco da sperare.
Giuseppe Langella
(dalla prefazione alla pubblicazione Le riviste letterarie dell’Italia Moderna, a cura di Giuliano Ladolfi e di Carmelo Palumbo, edita nel 2007 dalle edizioni Atelier).
Quando si raggiunge una certa età, si corre il pericolo di guardare indietro. Mi ricordo che la maggior parte degli eventi capitati ai miei cari durante gli anni dell’infanzia, della giovinezza e della maturità, mi sono stati raccontati soltanto durante a età avanzata. Considero una tale attitudine caratteristica della stipe umana: di fronte alla prospettiva della fine, soltanto il passato assume una dimensione di senso.
È proprio così? Non credo. Esiste anche in noi, in qualsiasi momento dell’esistenza, l’esigenza di fermarsi per meditare sul punto del cammino raggiunto. Anzi è consuetudine anche nel contemporaneo sistema di management, stabilire un bilancio in itinere sia per valutare gli obiettivi conseguiti sia per porre rimedio a eventuali mancanze.
Questo lavoro, nel ventinovesimo anno di attività della rivista «Atelier», si propone di rimediare alla frammentarietà degli interventi, propri di una rivista letteraria militante che trova nell’attualità la spinta e l’energia di riflessione e di scrittura, e di delineare in modo organico i princìpi che hanno guidato l’opera di studio e di direzione durante questo periodo.
Non intendiamo operare alcun bilancio e neppure tracciare le linee dell’intera attività. Lo scopo va ricercato nella necessità di sistematicità e di organicità di pensiero maturata su una serie di scelte epistemologiche e critiche, già chiare e distinte fin dal primo numero.
Chi si accosta alla rivista per la prima volta o da poco tempo non può non provare un sentimento di relativo disorientamento, dal momento che non vi trova applicati schemi o criteri appresi sui banchi di scuola o nelle aule universitarie consuete, per cui si rende necessario fornirgli la struttura basilare del pensiero della rivista al fine di metterlo nelle condizioni di esprimere una valutazione documentata.
Giuseppe Langella ha colto nel segno quando delinea la sostanziale emarginazione delle riviste nel panorama culturale italiano, eppure noi crediamo ancora che possa presentarsi una generazione capace di vincere la “congiura del silenzio”, di nutrirsi di strumenti critici e di lottare per una “poesia a misura d’uomo”.
Intendiamo, pertanto, presentare suddivisi per argomenti i nostri editoriali, seguiti da un gruppo di approfondimenti su diverse questioni affrontate in questi anni.
Non intendiamo affatto proporre soluzioni, ci proponiamo unicamente di suscitare domande e di prospettare angolature da cui osservare il mondo della cultura italiana nella speranza che la poesia ritorni a occupare nella società massmediatica un posto di primo piano.
Il lettore troverà in alcuni punti una puntuale ripresa di una serie di concetti: si tratta di un’operazione resa necessaria per chiarire di volta in volta elementi epistemologici fondamentali che, dopo diversi anni, non potevano essere presenti al lettore, a causa della frammentarietà di una pubblicazione trimestrale.
Giuliano Ladolfi
