20 righe (per niente) facili

di Pasquale Vitagliano

Sicuramente non è un anacoreta. Anch’io, qualche volta, sono un mistico (Università della poesia J. R. Jiménez, 2023) è una piccola perla di Daniele Giancane. Dieci poesie che sono un distillato essenziale  ci lasciano il succo di una poetica intera.  La mistica qui richiamata (anche con un granello non blasfemo di autoironia) non è monologica ma invocativa. Non è liturgica ma metafisica, prospetticamente inserita nel vuoto; in un vuoto che non è assenza ma vacanza e dunque avvento. Un mistero, alla fine, che noi/ in tutto questo ci siamo,/ ci siamo. Come ha scritto nella nota finale, Giancane ha già pensato alla propria epigrafe: “Visse per la poesia – E fu un’esistenza esaltante”.

Questa ironica dichiarazione esprime in realtà una testimonianza e infine un lascito importante. E’ vero che si può impegnare un’intera esistenza per la poesia, leggendola, scrivendola, insegnandola, promuovendola, diffondendola. Egli ne è testimone. Incarna, infatti, un poeta-comunità, che si definisce e qualifica nella relazione con chiunque voglia vocarsi alla poesia. Ha fondato gruppi, comunità e riviste storiche come la Vallisa. E’ riuscito (e riesce ancora) a tenere lontana la poesia dall’autismo, senza, tuttavia, cedere all’intrattenimento sociale (e social). Perciò penso/ che l’avarizia/ sia una patologia,/ una distorsione del reale.// Va curata, serve uno psichiatra.

Ciò che più mi colpisce, infine, della militanza poetica di Giancane è la consapevolezza di rappresentare la versione adriatica, orientale e marina, del pensiero meridiano. Sento questa identità molto vicina e sorgente di energie culturali ancora inesplorate. Mare/madre, perdi così/ la coscienza di te stesso per divenire anche tu onda,/ alga, orata, scia della nave, vento, sogno. E Dio, nel frattempo? Come la poesia è sempre presente. Anche se il Suo nome restò/ indecifrabile, non lo è la parola.

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