«In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?».
Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto:
“Questo popolo mi onora con le labbra,
ma il suo cuore è lontano da me.
Invano mi rendono culto,
insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.
Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». [Mc 7,1-23]
Troppo facilmente abbiamo ridotto il concetto di purezza (o, meglio, di “purità”) ad una categoria morale o ad un comodo giudizio moralistico. Nel nostro mondo pronto a semplificare tutto, anche ciò che è per sua natura complesso, come, per esempio, il cuore umano, la categoria di purità si riferisce quasi esclusivamente a ciò che attiene alla sfera sessuale. Candidi gigli, spose in bianco, ampollosi abiti per la prima comunione delle bambine (quasi sempre questo concetto è riservato alla componente femminile della società) hanno privato il concetto di purità di tutta la sua carica vitale, relegandolo ad atti, pensieri o comportamenti ben ristretti; così ristretti, da lasciare comodamente fuori tutto il resto, a cui il concetto di purità non si applica. Non è così nella Bibbia.
Puro e impuro sono concetti che riguardano prima di tutto la relazione dell’umanità con il divino. È tutto l’essere umano ad essere coinvolto da questo problema, perché tutto l’essere umano è coinvolto nella relazione con Dio. Soprattutto, sono gli atti cultuali ad essere interessati dal rischio di impurità, ma anche tutti gli atti che hanno a che fare con la vita, tutta intera. Così, il mangiare il pane (il testo greco del vangelo di Marco non parla genericamente di cibo, ma usa il termine “àrtos”, cioè “pane”) diventa momento simbolico di tutto ciò che riguarda la vita umana. Troppo importante è la carica simbolica del pane per non associare questo alla sostanza della vita. Il pane è il sostentamento per la vita (non si dice forse”portare il pane a casa”, per indicare il sostentamento della famiglia?). Non a caso il racconto del vangelo di Marco è inserito fra due capitoli che parlano del pane moltiplicato e donato a tutti. Se tutto questo è vero, si spiega come i Farisei si scandalizzino del fatto che qualcuno possa magiare il pane senza essersi lavato le mani. Nelle Leggi di purità di Levitico 11, il fine ultimo è la “santità”: « Siate santi perché il Signore è Santo»; le prescrizioni, cioè, riguardano la relazione con il Signore ed impediscono idolatrie fusionali (in cui non c’è distinzione) che possono portare il cuore dell’uomo a mettere altro al posto di Dio.
Per lo stesso motivo, però, si spiega anche la libertà con cui Gesù reagisce. Il suo radicamento nella Legge e nella Tradizione è talmente forte che dal didentro egli può permettersi di chiarire il vero significato delle prescrizioni.
A ben guardare, il concetto di purità tendeva a preservare l’interno da ciò che avrebbe potuto contaminarlo dall’esterno. Preservare la propria integrità vuol dire preservare la propria identità, intesa come nucleo sclerotico immutabile ed inattaccabile.
Non è troppo diverso l’atteggiamento di chi evoca purezze razziali minacciate da invasioni esterne, straniere. Ciò che viene da fuori è pericoloso, esige cautela perché può contaminare e minare l’integrità della propria supposta identità. È un atteggiamento tutto difensivo che finisce con l’essere esclusivo. La salvaguardia di sé è ciò che più importa. L’integrità presunta va difesa contro attacchi esterni, dato che il pericolo non può venire dall’interno ma solo dall’esterno. In questo ragionamento, è solo ciò che è fuori che può rendere “impuro” ciò che è dentro. È la sclerosi di ogni agire umano che perde così la propria vocazione alla libertà, di cui deve essere, al contempo, attuazione e promozione.
È contro questo atteggiamento che si pone Gesù.
Ciò che può rendere “impura” la relazione con Dio è ciò che io riesco a mettere al posto di Dio. Prima di purificare gli atti, ci si chiede di purificare il “cuore”.
Il cuore, sede di fine intelligenza che accomuna tutti, uomini e donne, è la sede della relazione, con Dio e con gli uomini. Non è un caso, infatti, che tutte (tranne la prima) le “ipotesi di male”, riguardano la relazione fra essere umano e essere umano. Non vuol certo dire che il cuore umano è sede elettiva di malvagità, ma dice semplicemente che il cuore umano è capace di bene come di male, di chiarezza come di estrema confusione, di purità e di tutto ciò che è impuro. Tutta la linea profetica si pone nella stessa posizione di Gesù, ove il profeta è colui che non si accontenta di dove si è giunti, ma pone sempre oltre il punto di arrivo. Comporre una lista di comportamenti, reca sempre con sé il rischio di limitarsi all’osservanza precettistica senza andare al più complesso senso della prescrizione, che non è mai esclusiva nel suo intento ma sempre inclusiva delle possibili alterità che costituiscono l’orizzonte umano, soprattutto nella sua relazione con il divino.
“In interiore homine habitat veritas” (nell’interno dell’uomo abita la verità) diceva s. Agostino (De vera religione, XXXIX, 72) e questa verità va amata così come va amato ciò che di questa verità è espressione.
Ecco restituita al cuore umano la libertà che lo costituisce e lo rende, in tutta la sua complessità, sede di relazione, con se stesso, con gli altri, con Dio, origine prima di ogni relazione.

