Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Unità e Differenza

 

«In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».
Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto».
A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.» [Mc 10,2-16]

[vedi anche Gn 2,18-24]

 

Il punto da cui partire per considerare ed esprimere un giudizio sulle vicende umane è sempre l’origine. Più ci avviciniamo ad essa e più sarà possibile per noi comprendere il contemporaneo.

Spesso ci limitiamo a considerare la liceità dei nostri comportamenti o delle nostre esigenze: è lecito? Sembra che ciò che ci interessa davvero sia una sorta di manuale pratico che ci aiuti a districarci nelle nostre, a volte difficili, decisioni.

Emerge una cultura legalista che ha come sua origine, ma anche come esito, un “indurimento del cuore”. Un cuore accogliente non si preoccupa della liceità dei comportamenti, ma della salvezza e della libertà degli altri e nostra.

La via di Gesù è via di liberazione ed è espressa tutta in quel « Ma» (“dall’inizio della creazione…”). È vero che la norma consente, “ma” la realtà è un’altra. Non si pone la questione della solubilità o dell’indissolubilità al centro. Al centro è la creaturalitàdell’essere umano, nel suo essere uomo e donna, con situazione di assoluta parità fra loro. Entrambi, uomo e donna, sono responsabili allo stesso modo delle relazioni che stanno vivendo. Entrambi, uomo e donna, non sono i termini ultimi della loro relazione, ma rispondono ad una ulteriorità che li provoca a guardare oltre i termini di un dualismo di coppia.

La chiave per comprendere è l’accettazione della “differenza”: «li fece maschio e femmina» .

“La differenza fra i sessi appartiene ad un altro ordine che la differenza dei sessi (sia essa anatomica, biologica, psicologica…). La differenza fra i sessi è di un ordine ancora più grande: se, creando l’uomo a sua immagine, Dio ha creato la differenza, è perché è proprio di Dio essere differente. Questa differenza, però, nello stesso tempo in cui ci fonda, ci sfugge” (B. van Meenen, DesEcritures à l’Evangile, coll. Connaitre la Bible 14).

Possiamo sempre dire che ognuno è differente dall’altro, ma “non siamo in grado di dire ciò che fa davvero la differenza. Ognuno è pienamente umano ma nessuno è, per sé solo, il tutto dell’umano” (van Meenen ibid.).

Già Platone, nel Simposio, aveva parlato dell’essere umano come risultato di una divisione. Ne derivava la ricerca affannosa della metà perduta. Ogni metà aveva come proprio scopo il ricongiungersi ad un’altra metà (qualunque essa fosse), per ricostituire l’intero. Il racconto biblico, però, pone la questione su un altro piano. “L’altro non è mai un umano a cui manca qualcosa che io vado a completare, perché ciò che fa differire l’uno dall’altro, l’uomo dalla donna, è precisamente ciò che non possiamo piegare alle nostre idee, alle nostre immagini o alle nostre abitudini” (van Meenen ibid). La vera differenza non risiede tanto in ciò che a noi manca dell’altro, quanto nel fatto che questa differenza, voluta da Dio (assolutamente differente), diventa ciò che ci fa diventare, lungo tutta la nostra vita, umani fra noi. Il racconto di Genesi mette in risalto tutto ciò. Il taglio, l’interruzione, sono i segni del fatto che la consapevolezza della differenza passa attraverso una perdita di sé.

È attraverso questa, che l’uomo percepisce l’altro che gli è simile. La “carne” di cui si parla non è la cancellazione della ferita originaria, non è la ricomposizione di una unità perduta. La “carne” diventa segno di una mancanza attraverso cui si entra in relazione. L’uomo (‘YSh in ebraico) e la donna (‘YShH) hanno nelle loro lettere la presenza del  Nome divino (YHWH): “nel primo tentativo umano di dire due, somiglianti e differenti, c’è il ricorso al Nome divino” (Atelier Evangile 27a,  B, CathoutilsBrux.).

Non c’è il tentativo di una legislazione matrimoniale. C’è invece la proposta, per il cuore che vuole farsi accogliente, di accogliere prima di tutto la differenza fra sé e l’altro, che non si pone come riempimento di mancanze, ma come alterità costitutiva, che, non solo non impedisce un’unità, ma la fonda, non come ricerca personale, ma come spazio riservato a chi, solo, è Uno. In altre parole, essere “una sola carne” non è possibile a partire dai propri bisogni, ma solo dal desiderio di unità che ha in Dio (Amore) la propria origine e il proprio fine. In questo senso, ben si comprende come nessuno possa dividere ciò che Dio unisce (non con un atto giuridico, ma con una creazione in divenire, che corre lungo la storia); ma si comprende anche come nessuno possa pretendere di considerare unito da Dio ciò che le logiche umane hanno creduto di unire.

13

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *