Intervista a Pietro Russo

di Luca Pizzolitto

1) Se dovessi riassumere in poche frasi come è nata e perché è nata questa tua raccolta poetica, come lo faresti?

È nata vivendo. L’ho sentita, la canzone del titolo, l’ho pedinata, ho visto da dove veniva e mi sono unito al coro. Devo però essere chiaro su due aspetti: a) io sono stonato; b) il mio cantare è tangenziale, nel senso che il canto sarebbe andato avanti comunque, anche senza di me, come del resto accadrà un giorno. C’è sempre un canto da cantare: è privilegio esserne parte e accorgersi di questo. Un’esperienza di grazia, se così posso dire.

2) Che ruolo ha (se ha un ruolo…) la poesia nella contemporaneità? La parola poetica, secondo te, dove conduce? Quali strade percorre?

La poesia è il canto-vento del mondo, di questi tempi come in passato. Nessun angolo del mondo gli è estraneo. Se la ascolti bene ti porta in un posto di silenzio e verità di incomparabile bellezza, come quando ti sporgi a guardare un paesaggio mozzafiato e lì davanti, invece di prendere il cellulare e scattare una foto, pensi: “Eccomi, ci sono”. Una cosa non deve fare la poesia: compiacere e compiacersi. 

3) Quanto tempo occupa, nella tua giornata, la lettura/scrittura/studio della poesia?

Da qualche tempo a questa parte, non troppo, per fortuna. Alla pratica-esercizio della poesia preferisco “abitare poeticamente il mondo”, il che si traduce in una veglia quotidiana molto impegnativa: essere presente, o cercare di esserlo, in ogni contesto della vita di relazione.


4) Tre autori (e tre opere) che consideri imprescindibili, all’interno del tuo percorso poetico di questi anni. 

Mahmoud Darwish. I Salmi. E un Ur-Cantore che non esiste realmente ma, quando mi volgo ad esso, mi guarda indulgente con le sembianze incrociate di Leonard Cohen e Nick Cave. 

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