In questo nuovo appuntamento, il quarto, con la Rubrica Postille alla poesia, ho ritenuto necessario divagare dalla lettura dei singoli poeti, per affrontare un discorso più generale che riguarda la voce dei poeti che ha sempre avuto una certa risonanza tra la gente nel corso dei secoli e queste voci si sono sempre fatte sentire e comprendere e quindi hanno appassionato e anche scosso i popoli.
Hanno urlato col canto, i poeti, più che le proprie ragioni, i propri sentimenti, questi sì. E le persone hanno sempre avuto maggior facilità a comprendere i poeti che non i filosofi e gli scienziati; e meno che mai i retori e i politici. Si pensi ad esempio al Cantico dei cantici, che con la sua voce poetica incanta ancora oggi il lettore con il rimando attraverso il canto al tema dell’amore colto nella sua più profonda dimensione antropologica.
Negli ultimi tempi, per il prevalere di un linguaggio tecnico e scientifico, che ha pervaso la quotidianità e ha straniato in qualche modo l’umanità e le sue modalità di comunicare – umanità fuorviata e distorta dal rifiuto della comprensione a favore della spiegazione che vorrebbe capire invece di comprendere – ha pressoché estromesso la poesia dalla comunità reale, lasciandovi una piccola nicchia per qualche devoto, che attualmente si è adattato anche alla società virtuale – ormai ben radicata nelle dinamiche sociali – nella quale la stessa nicchia ha trovato il suo nuovo habitat.
Come fare per riportare in auge la poesia tra la gente? Domanda difficile che implica una risposta ancora più difficile.
Azzardo una risposta. Sarebbe il caso di riportare il linguaggio su un piano più umano e meno tecnico, meno scientifico, meno pragmatico. Certo, la linearità e l’apparente semplicità del linguaggio scientifico con la sua apoditticità è preferibile rispetto a un linguaggio basato sulla dialettica e sull’argomentazione. E soprattutto i più giovani hanno fatto e fanno proprio questo linguaggio, seppure lo impoveriscano privandolo di quella concettualità che sottostà alla scienza stessa.
A scavare sulle motivazioni, la colpa è anche della lingua inglese – ormai così diffusa e fatta propria da milioni e milioni di persone che la usano a livello mondiale – lingua che, come sappiamo, è caratterizzata da una dimensione molto più pragmatica e molto meno concettuale. Mi verrebbe da dire, anzi lo dico, e con convinzione, che le cosiddette lingue morte, ovvero le lingue antiche del mondo classico come il greco e il latino sarebbero di gran lunga da preferire nella formazione dei giovani. Ma così non è ormai più, e il rischio è il facile approdo a un minimalismo sempre più spietato. Quel minimalismo ormai presente nel linguaggio quotidiano che con la sua sciattezza orienta anche i linguaggi delle arti e ancor di più il linguaggio e lo stile (se di stile si può ancora parlare) della regina delle arti, la poesia.
Ma intanto il mio invito è qui, in questa postilla di certo sui generis, rivolto a tutti i poeti.
Facciamo sì che la nicchia possa allargarsi e facciamo dunque sentire anche sui social la nostra voce, alziamo questa voce, se è il caso, a cominciare dalle questioni più cogenti che stanno sulla piazza e con tenore civile dimostriamo che la poesia ha molto da dire con la sintesi rispetto agli sproloqui che si sentono in giro da parte di molti giornalisti, politici, e altri, che con le loro mistificazioni mascherate di razionalità, spesso irragionevole, non portano da nessuna parte.
Noi puntiamo alla comprensione e non a capire e a far capire. Non pre-supponiamo di dare ragioni, ma solo vogliamo focalizzarci sula ragionevolezza di un sentimento.
Il poeta ha, dunque, la possibilità con la sua arte di fare qualcosa. Di arrivare dritto al problema e di toccare ogni persona e soprattutto di farsi comprendere al volo, per quanto il linguaggio poetico possa talora non essere così facile e afferrabile al volo e spesso alluda o si stanzi in un velato mistero che nonostante non sia colto dalla mente è bensì colto dal cuore.
In questi giorni si parla molto di guerra e si discute se la guerra sia giusta. Quale guerra possa essere giusta. Come se la morte anche di una sola persona, che scaturisce dalla guerra, possa considerarsi giusta. La guerra russo-ucraina come quella israeliana-palestinese. E le morti, a centinaia di migliaia, di militari, ma anche di civili inermi, uomini, donne, bambini, giovani e anziani. Al di là di quanto qualcuno o qualcosa possa essere giusto o ingiusto, è prioritario vedere in primis il bene o il male. E oggi parlare di bene e di male, a dir poco, scotta. Il bene ha la sua fragilità, come ci ha insegnato una delle filosofe più in voga nella nostra contemporaneità, ma questa filosofa ci invita in ogni suo scritto a perseverare nelle discipline umanistiche, come la poesia, col fine di formarci e indirizzarci al telos del bene, che fa da architrave alle virtù, come ci ha insegnato Aristotele, ripreso e attualizzato nel Novecento.
E dunque, anche la poesia può provare col suo linguaggio a dire in versi e a pronunciarsi su questioni davvero vitali.
Come in questo esempio, e mi sia concessa l’intrusione:
Non c’è altro
se la mattanza di un popolo
non trova giustificazione
è perché un Dio esiste
non c’è ragione né comandamento
né obbligazione e non c’è ideologia
né testi sacri o fantasticheria
a dimostrare giusta una nefandezza
per pura vendetta perché
non c’è un perché che stia in piedi
e non c’è legge e non c’è altro
che non sia amore a gettare
nel cuore lo slancio vitale
che condanni l’orrore di morte
di uomini e donne cancellati da terra
questa terra già di per sé così avara
