Luca Vaglio, Cosmologie

di Diego Bertelli

«Gare Gand-Dampoort, / transito di suoni, di voci, / lettere diventano memoria, / fanno segni, tracce nella mente». Luca Vaglio sceglie un attacco sensoriale e nostalgico per aprire il suo ultimo libro di poesia, Cosmologie (Marco Saya, 2022). L’io poetico è proiettato in un luogo e in un’atmosfera che rimandano all’immaginario primonovecentesco delle stazioni ferroviarie, allora concentrato vitale della modernità, di un’idea di spostamento che fa attrito con la concezione contemporanea del viaggio, tutta a favore della centralità degli aeroporti (Calvino ha scritto che «volare è il contrario del viaggio») e, più ancora, proiettata a sancire il primato odeporico della virtualità. 

Il soggetto non è alla ricerca del tempo perduto («non il tempo inabissato e di illusioni / felici di un mio io lontano»), ma descrive una scena necessaria per affermare la propria presenza nel “qui e ora” («vale solo essere, ora, all’ombra / e senza pensare, qui, / vedere la luce del sole»). Attestando l’immanenza dell’io poetico che si trova a percorrere spazi circoscritti e sempre identificabili, Vaglio recupera e amplia una riflessione costitutiva della propria poesia, inaugurata con le raccolte Il mondo nel cerchio di cinque metri e Milano dalle finestre dei bar (Marco Saya, 2018 e 2013).
Cosmologie procede per deduzioni e induzioni, va dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso tra iperurani, spazi quotidiani e interiori, senza soluzione di continuità, lungo flussi di ipotesi, congetture e osservazioni sensibili. L’argomento del libro è ambizioso non tanto per il tipo di discorso agito (cosmologie come speculazione sull’origine dell’universo declinata, oltretutto, al plurale), poiché non è, questa, poesia didascalica. Parlare di cosmologie significa qui ammettere che i pensieri di chi guarda il mondo compongono una teoria della vita che apre a domande universali. Ne nasce un sentimento religioso che mette a reagire la spiritualità dell’autore con il presente, nel segno di una accettazione della propria condizione di transiente filosofico: «Sulla terra sia così come nel cielo, / dice la preghiera, e non è chiaro / se sia una voce lontana, profonda / e divina […] // è realtà percepita, conseguenza / di una coscienza, o sostanza che viene / da prima, e a modo suo significante?». Ogni domanda, nel perimetro percettivo del soggetto, nasce da eventi minori e si sviluppa nel tempo di quegli eventi, come durante una corsa in taxi:

Prendo il millesimo taxi
– so che non è vero,
ma così mi sembra –
dei miei viaggi europei,
della mia vacanza infinita
per il margine di occidente
in cui da anni, da decenni,
spero di perdermi,
di essere dimenticato,
anche soltanto per poco,
da me stesso, mi sposto
di meno di un chilometro,
a Lisbona, dal Rossio
a Praça do Comércio,
la luce solare è chiara,
l’aria oceanica dolce e fresca,
sono stanco, sfinito e felice,
come ogni volta, convinto,
o forse quasi immaginando,
di essere sul confine
del movimento decisivo,
dell’intuizione verticale,
dell’assoluto perpendicolare
al mio qui e ora
di assenza e distanza,
della sintesi
tra il retropensiero
delle cronache globali
e quello che rimane
fuori dal tempo.

Lo speaker in the poem rifugge il tentativo di formulare una legge a supporto della teoria, scegliendo di fermarsi prima della verifica; la sua non è indolenza o rinuncia al compimento finale di uno sforzo focalizzante e risolutivo ma appagamento empirico, procurato dal poter dire senza dimostrazioni. Le teorie elaborate sono sovente supposizioni intime di cose, emozioni e presenze di tutti giorni, come le «teorie delle finestre illuminate». L’autore ribadisce il piacere del semplice abbandono terrestre agli avvenimenti, alle occasioni, alle persone. È sufficiente, anzi è già molto, sostenere in questo senso una complementare «teoria della vicinanza», che contenga in sé tutte le altre, come si evince in una delle poesie più significative del libro:

Una bambina, forse quattrenne, gioca
a immaginare storie attorno a un tavolo
dell’Hemingway Cafè di Milano nord-est,
dove la sua mamma e un’amica, quarantenni
che paiono felici e in pace, bevono una birra
e si scambiano confidenze sull’amore,
sul lavoro e sui diversi casi del presente,
la bimba è vivace, veloce, dice le sue parole
e sembra un’undicenne geniale in un corpo
piccolo, agile, leggero: chissà se crescendo
avrà ancora questa luce, se sarà una scrittrice,
un’inventrice di cose nuove o se invece
qualcosa oppure qualcuno le farà pensare
che conviene diventare come gli altri,
che è meglio essere normale:

la mamma e l’amica la lasciano fare,
senza dire no, senza nessun rimprovero,
ascoltano le sue intelligenze, le parlano
e sorridono. Soltanto quando la bimba
dice che vuole andare via, la mamma
risponde che non le piace la parola subito.

Nella descrizione di questa scena, resa con la grazia leggera di uno sguardo privo di pregiudizio, si rivela l’autentica capacità di Vaglio, che è quella di osservare la vita degli altri, interrogandosi su di essa, con lo stesso, sincero stupore con cui il cosmologo si interroga sull’universo. Una tale, felice armonia di sguardi e speculazioni avviene, stimolata da una predilezione speciale per i suoi spazi e i suoi luoghi, nella città di Milano. Da suo attento e appassionato testimone, l’io poetico racconta e riflette su quei minimi sistemi che sono le persone, con i loro gesti e pensieri; a partire da loro sono possibili tutti i concetti e le astrazioni, e tutte le teorie. E Vaglio, nelle sue “cosmologie”, sa bene che senza gli altri saremmo infinitamente distanti e non esisteremmo, neppure nei pensieri. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *