In questi tempi di buio profondo, l’arma che può salvarci è l’anima, il suo percorso spirituale e l’amore, soprattutto la nostra capacità di darne. Dare attenzione alla nostra interiorità, ascoltare la voce del fuoco sacro, è la direzione che possiamo intraprendere. Dobbiamo scegliere, siamo chiamati a farlo costantemente, tutti i giorni, attraverso tutti i respiri. Siamo tutti responsabili perché tutti abbiamo la possibilità di scegliere, godiamo del libero arbitrio, anche quando siamo vittime del torpore e della disperazione. Ascoltare il fuoco sacro è permettere al divino di cantare in noi: “la mente diventa del tutto pacificata e salda, invita tutte le parti dell’anima alla ricerca di Dio e non è attratta da nulla di esteriore” (Diadoco, Vescovo di Foticea, Filocalia).
Scegliere l’anima, in un’epoca in cui tutta la materialità viene venduta come pillola di felicità, è una missione difficile, ad alcuni sembra impossibile e, soprattutto, inutile. Cosa posso rispondere ai miei studenti quando mi dicono quotidianamente che l’obiettivo della loro vita è fare i soldi e diventare “manager” per avere tutto ciò che gli passa per la testa? Cosa si deve dare a questi ragazzi per aiutarli a non dimenticarsi dell’anima, e a tutte quelle persone che credono che il possesso di una macchina nuova sia la felicità? Cosa ci portiamo nel momento del trapasso? Ecco, ai miei ragazzi cerco di dare amore. Alle persone cerco di dare amore, anche quando fallisco e non ne sono capace. A chi amo (eros) cerco di dare àgape, trovandomi spesso nel constatare che il percorso è difficile, ma possibile. Sì, siamo tutti fallibili e tutti incapaci di amare veramente, di dare àgape invece di eros. Dobbiamo imparare a trasformare eros in àgape. L’amore è quella energia che “vede” l’altro, e se io ti vedo, tu mi vedi e ho possibilità di comunicare con te dal canale dell’anima. Allora forse, dico forse, un filo di luce può entrare da quella crepa dimenticata e un germoglio può accadere. Se il modello unico è l’illusione della macchina capitalistica, del sorpasso del prossimo, come facciamo a scegliere di adottare nella nostra vita un altro sistema? Eppure c’è, esiste, ed è sotto il naso di tutti. Tutti, o quasi, hanno però dimenticato come si guarda la vita, credendo nell’illusione dell’identificazione con il profitto, la produzione sfrenata, il possesso di beni materiali come prolungamento dell’esistenza. Certo, perché l’esistenza – vista da lì – ha un sapore breve e amaro, ha il gusto della perenne insoddisfazione e la si riempie con l’inutile. Non siamo più abituati al “combattimento interiore”, alla sacra possibilità di scelta davanti al bene e al male, abbiamo perso il senso del sacrificio e del dono, abbiamo invertito la scala dei valori essenziali mettendo l’individualismo al primo posto a discapito dell’altruismo. Siamo persi, illusi, confusi e convinti che una macchina ci dia gioia. Abbiamo perso la concezione che la vita è un percorso attraverso tappe e non una gara alla quale arrivare in prima posizione. Anche Dante, dopotutto, ci ha fatto vedere come superare gli ostacoli infernali in quel meraviglioso percorso dell’homo viator alla ricerca di redenzione.
Che fine ha fatto l’uomo?
Ecco che la poesia diventa mia compagna di crescita spirituale, lo è sempre stata, ma mai come ora. La uso per i miei combattimenti quotidiani, per riflettere e fissare il sacro della vita, per gli attimi di luce e quelli di nebbia, per il vento della rabbia davanti all’ingiustizia, per fissare le parole che tentano la via dell’indicibile e per ogni respiro che si espande nei miei occhi davanti alla bellezza del creato. La poesia è la mia chiamata alla ribellione in questi tempi bui.
Piccola chiamata alla ribellione
Andate via quando la noia
pervade la luce, la voce e il sacro.
Abbandonate le sedie, correte
quando il sonno vince sul cuore.
Quando le parole sono rumore
girate le spalle alla superbia
alla lussuria dell’ego che grida.
Andate via da chi vi dice cosa fare.
Chi sa tutto non sa nulla. Chi sa poco
sa tutto quello che non sa e di più.
Colorate i vuoti delle veloci lingue,
attaccate al muro le loro spoglie.
Marciate col silenzio tra i denti,
udite la voce della fessura che s’apre.
Non ti curar di loro, ma guarda
e passa.
*
C’è solo un fuoco
sacro.
Non resta che amarci.
*
Stella mia,
luce mattina, mia
voce soffiata a largo.
Cosa pensi del mondo
delle sue increspature
dei tagli pieni di vita e
luce. Stella, mia unica
sapienza di vita terrena,
mia luce anima furibonda
guida della sera preghiera.
Dove mi porti se non qui,
presente che ascolta l’eterno
voci della sera e dell’alba
quando il mio nome
vive ancora di respiri
sa di essere vivo
tra i vivi.
*
Quando il sole scolora
e volta il cielo in addio
perdo te, luce possente,
le lettere del mio nome.
Ritrovarti nel contrasto,
in lame nere d’orizzonte
ha senso: è centro.
Siderali cime di silenzio
mi annunciano la sera.
E supina attendo lieta
un sospiro d’elegia.
*
Stai nel silenzio del corpo.
Non sappiamo nulla dell’eterno,
se non che dobbiamo vivere
per morire e vivere
nuovamente dopo.
Ma io e te lo troviamo nel corpo
l’eterno, nelle pianure del ventre
nostro, nei dirupi della carne.
Qui l’eterno lavora da secoli
nella tua bocca, nella mia
quando prego, e nelle spalle
che portano l’orizzonte.
E tra i tuoi denti
a stringere la mia vita.
*
Proteggimi
ovunque i miei piedi
passino silenti, lenti.
Proteggimi
dinnanzi al chiasso
che castiga
al buio che non parla
al vuoto che non cede
spazio. Proteggimi.
Tu grande, tu maestoso
ventre d’acqua e verde
riflesso nelle più fonde
disuguaglianze umane.
Tu infinito perpetuo
che poggia come lava
il suo suono d’esistenza
sulle nostre menti di polvere.
Tu, proteggimi,
ovunque le mie mani
sfiorino spine nella notte.
*
Piccoli, siamo.
Che non basta
quel filo di pioggia
a legarci al cielo
in eterno.


Complimenti, per questi generosi pensieri e parole.
Grazie Professore