Didattica della poesia, di Enrico Grandesso

Musica suoni  e ritmo

Dopo una rapida introduzione in classe, una poesia va letta. Come?  A VOCE. 
Chiariamolo una volta per tutte: la lettura muta delle poesie va bandita! E’ l’uovo di Colombo, certo: ma come nel celeberrimo racconto di Achille Campanile, sembra essere rimasto per lungo tempo nel cassetto del comandante. Chissà a chi mai, tanto tempo fa, è venuta in mente una turpitudine simile: a un pigrone? A chi soffriva di raucedine cronica? A un ipersensibile che avrebbe singhiozzato a dirotto leggendo “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”? O è stata l’opera nascosta di un satanasso versicida?  
Comunque sia: no, NO, NO!!! La lettura muta va definitivamente espulsa da qualsiasi pratica di insegnamento della poesia. Magari lo stato prevedesse severe sanzioni per Grave Oltraggio alla Musa per chi la esegue: ma non abbiamo governi così passionali, né così colti. E la Musa non produce P.I.L…. 
Ritornando all’ambito riflessivo, la lettura muta è quanto di più adatto per sabotare la ricezione di una poesia, il suo soffio, la sua essenza. (Su internet e su qualsiasi medium si può ascoltare di tutto, dal “Pulcino Pio” al trap; e a scuola non si ascoltano i versi di Dante, di Shakespeare o di Goethe???).
La poesia è in primis musica: suoni, ritmo, assonanze e consonanze, crescendi e decrescendi. NON E’ CONTENUTO: è una forma d’arte – o, se vogliamo, di finissimo artigianato: sto pensando alle sculture in vetro di Murano, che vanno dalle lievi miniature alle statue di rilevante altezza. 
Eugenio Montale (cito anche qui a memoria) un giorno scrisse: “Se si volesse dire qualcosa, nessuno scriverebbe  versi”. Ed è ovvio: se devo chiedere a una collega che ora è, o se dopo viene a prendere un caffé con me al bar, non compongo una quartina: glielo chiedo a voce o le mando un whatsapp. Questo ci conduce ad un altro concetto fondamentale: il poeta non scrive – né un saluto, né la nota della spesa, né un tentativo di insurrezione. Il narratore e il critico scrivono; il poeta canta. E’ la dicitura classica: e valga per sempre – nonostante qualche possibile ironia che potreste incontrare sul cammino – l’immagine degli aedi che nell’antica Grecia si accompagnavano con la cetra. 
Ora il punto successivo: la lettura della poesia in classe. Il suggerimento per l’unità didattica più usuale è: leggete voi, dopo una breve introduzione iniziale – e senza mezz’ora per illustrare la biografia del poeta: due minuti con gli eventi salienti bastano. Fate seguire la vostra lettura ai discenti sul testo, con l’antologia aperta o proiettandolo sulla lavagna luminosa. Poi, divideteli in gruppi, da due o tre (massimo quattro), e fate loro leggere e rileggere la poesia, con interventi individuali e corali.
Inizialmente ci sarà qualche punto più… fragile o più ostico; un po’ di timidezza, qualche errore di pronuncia con parole antiche o non ben conosciute. Ma soprattutto i discenti dovranno, singolarmente e in gruppo, dare il loro accento di lettura ai versi: effettuare la pausa alla cesura del quarto verso oppure no? Fare pausa a fine quinto verso o leggere con l’enjambement?
Ho avuto una recentissima esperienza di ciò con una mia classe seconda – vivacemente giovane ma in virtuosa crescita d’ascolto – con la lettura di tre poesie di Umberto Saba: “Trieste”, “Città vecchia” e “Ulisse”. Dopo qualche primo errore e tentennamento (dove va l’accento di “dalmate”? Che significa “la femmina che bega”?) la classe alla fine ha letto molto bene; ogni gruppo ha svolto la sua interpretazione ritmica e di senso complessivo dei versi; e, nel dibattito, gli studenti hanno pian piano analizzato, con sottili osservazioni, l’immagine della città che il poeta porge insieme a quella di sé – con una leggera preferenza complessiva per “Trieste” e la sua visione dall’alto e un accostamento iniziale del cantuccio sabiano con l’ermo colle del grande recanatese.
Va da sé che alla verifica orale i voti sono stati ottimi: e che in queste lezioni nessuno si è annoiato.

Enrico Grandesso

(fine seconda parte)

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