Non saprei dire esattamente da dove venga, ma c’è in noi una forma di stupore che non ci ha mai del tutto abbandonati. A volte, basta poco: un gesto spontaneo, una domanda che ci sorprende, una frase ascoltata per caso. Non è nostalgia. È, piuttosto, qualcosa che insiste dentro di noi. E forse resiste nel tempo, nonostante tutto.
L’infantile non è l’infanzia. Non è questione di età o tempo. È una crepa nell’armatura, una
disponibilità a lasciarsi toccare da ciò che non è ancora formato. In fondo, è quella parte di noi che si rifiuta di adattarsi al mondo circostante. Simile al margine, è ciò che rimane in disparte, che non si conforma, che non si rassegna. Ed è lì che si gioca, a volte, la possibilità di cambiare prospettiva.
Benjamin ne parla, ma senza mai renderlo concetto chiuso. Lo lascia affiorare nei frammenti, nei piccoli dettagli che sfuggono allo sguardo addestrato. Non c’è eroismo in questo sguardo infantile. Piuttosto una forma di disobbedienza quieta, che prende le distanze dall’utile, dal funzionale, dall’ovvio. Una crepa nel tempo, forse. O solo una pausa. Ma quella pausa basta a mettere in discussione il ritmo dominante.
Non si tratta di restare eternamente bambini. Ma neanche di diventare adulti a tutti i costi. Il punto è un altro: riconoscere il valore di ciò che rimane incompiuto. Accettare che esista in noi uno spazio non colonizzato, dove l’identità respira, dove il senso non è già stabilito. È lì che si nasconde, a volte, la libertà.
Chi riesce a custodire quell’apertura — non con ingenuità, ma con lucidità — forse intuisce qualcosa che sfugge a chi si è consegnato del tutto alla logica della prestazione: forse la maturità non è un traguardo, ma un equilibrio difficile tra il sapere e il non sapere, tra il costruire e il lasciare aperto.
E allora, torno a chiedermi: cosa resta in noi di quell’infantile?
Forse nulla di evidente. Solo quella piccola esitazione che spezza l’automatismo, quel momento di stupore che ci salva dalla tirannia dell’abitudine. Qualcosa si muove ogni volta che ci perdiamo, ogni volta che smettiamo di sapere troppo bene dove stiamo andando.


Bellissimo spunto di riflessione.
Grazie
Spiraglio
Nei miei momenti oscuri
in cui in me non c’è nessuno,
e tutto è nebbie e muri
quando la vita dà o tiene,
se, un istante, alzando la fronte
da ove in me sono atterrato,
vedo il lontano orizzonte
pieno di sole occiduo o sorto,
rivivo, esisto, conosco,
e, ancor che sia illusione
l’esteriore in cui mi oblio,
nulla più voglio e chiedo.
Gli consegno il cuore.
F.Pessoa