La vita desta, di Giovanni Scarafile. 5

Il dolore del mancato ascolto

Quante volte abbiamo parlato e ci siamo accorti che le nostre parole rimbalzavano come su una parete di vetro, senza mai raggiungere davvero l’altro? Cosa accade dentro di noi quando, in mezzo a una conversazione, realizziamo improvvisamente che siamo diventati invisibili e che al nostro posto potrebbe esserci chiunque altro?

L’inaudalgia – questo dolore del mancato ascolto – è quella sottile ferita emotiva che si apre quando ci rendiamo conto di non essere veramente ascoltati, ma semplicemente uditi. Non è la semplice frustrazione per un’incomprensione passeggera, ma un’esperienza più profonda di estraneità: è il riconoscimento che, per l’interlocutore, siamo diventati interscambiabili, sostituibili, ridotti a una funzione all’interno di uno schema comunicativo prestabilito. Nel mio libro La spina nella carne. Cinque lezioni sul dialogo l’ho definita una «forma di invalidazione esistenziale».

Lévinas ci invita a considerare come l’incontro con l’Altro sia fondamentalmente un’esperienza etica, un essere chiamati in causa dal volto altrui che ci precede e ci costituisce. Ma cosa succede quando questo incontro viene meno, quando il dialogo diventa monologo parallelo? La coscienza che sperimenta l’inaudalgia vive una peculiare contraddizione: è simultaneamente iper-presente a se stessa – avvertendo con dolorosa lucidità la propria unicità ignorata – e assente nell’orizzonte dell’altro. È come se le parole, anziché creare ponti, scavassero solchi più profondi di separazione. Non è solo una questione di vanità ferita; è una crisi ontologica in miniatura, in cui vacilla la nostra certezza di esistere pienamente nel mondo relazionale. I vissuti associati all’inaudalgia hanno una qualità quasi spettrale: si è presenti fisicamente eppure si avverte un’evanescenza, come se parti essenziali di sé diventassero improvvisamente trasparenti, attraversate dallo sguardo altrui senza essere viste.

Forse potremmo iniziare a prestare attenzione ai segnali dell’inaudalgia nelle nostre interazioni quotidiane – non solo quando ne siamo vittime, ma anche quando inconsapevolmente la infliggiamo. Provare a creare spazi di silenzio in cui le parole dell’altro possano risuonare completamente. Chiederci, di tanto in tanto: sto veramente ascoltando questa persona nella sua irripetibile singolarità, o sto semplicemente aspettando il mio turno per parlare?

L’inaudalgia ci ricorda una verità scomoda: possiamo riempire il mondo di parole, ma se nessuno le accoglie, restiamo comunque in silenzio. E forse, in questa era di voci che si accavallano, il gesto più rivoluzionario è proprio quello di fermarsi ad ascoltare davvero.

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