Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Lasciar andare

 

Lucio Fontana

«In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]:«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato.

Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.
Avete udito che vi ho detto: “Vado e vengo da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate». [Gv14,23-29]

 

«Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado».

La prospettiva è tutta nella premessa: “Se mi amaste”.

È difficile concepire un amore che non desideri la compagnia dell’amato. Il tutto dell’amante si colloca nella presenza dell’amato. Stare qui. Stare con te. Adesso.

Come se tutto il desiderio si coagulasse in quest’atomo di presenza non negata. Promessa di eternità eppure fragile nella sua temporalità.

Che senso ha, allora, dire: “vi rallegrereste che io vado”?

Come ci si può rallegrare della partenza dell’amato?

Che amore è questo che è contento di un’assenza?

«Vado e vengo da voi». Se si accentuasse il valore futuro del presente, potremmo dire: “vado e tornerò”. In questo modo, però, si interporrebbe un intervallo temporale fra l’andare e il tornare; intervallo in cui l’assenza è vuoto di senso fra una pienezza originaria e una ritrovata. I punti di forza sarebbero i due momenti della partenza e del ritorno, in cui comunque l’amato è presente. In mezzo il nulla. La defraudazione di un amore che reclama lo stare con l’amato.

Se, però, si restituisce ai tempi verbali il loro proprio senso letterale, i due presenti (vado e vengo) coincidono. Il “venire” si attua nello stesso istante dell’ “andare”. Si esaurisce ogni intervallo temporale, l’assenza coincide con la presenza. Anzi, è proprio l’assenza a rendere presente la presenza.

L’essere “qui” dell’amato è il suo non essere qui. Il suo essere qui è reso possibile dalla sua partenza.

Il suo “andare” è il suo “venire” a noi.

L’amore di cui parliamo non reclama il possesso della presenza dell’amato, perché l’amato è sempre altro rispetto a qualunque  possesso. Se amore è amore dell’altro come altro, la sua alterità si rivela e si fa presente soprattutto nella sua assenza, nel suo essere altrove rispetto ad una qualunque collocazione. Vale per il tempo e vale per lo spazio. Dunque, è quando non è qui che l’amato svela la sua alterità e ne scopre il volto. Ed è volto di altro. “La parola che ascoltate non è mia, ma del Padre”. Gesù fa spazio all’Altro, apre uno squarcio nell’ordito, mostra un oltre di cui conosciamo solo l’ “al-di-qua”. Non è un invito a spiare attraverso lo squarcio, è, semmai, l’invito a considerare l’ulteriorità della nostra dimensione senza pretesa di possesso o di totale comprensione. Lo squarcio è assenza. Lo squarcio è presenza dell’assenza.

L’abbraccio che ci appaga può essere anche l’abbraccio che soffoca e uccide. Sono le braccia aperte che possono contenere il mondo. Come quelle di Gesù. Braccia spalancate sulla croce. Braccia spalancate nell’abbraccio che ci costituisce per quello che siamo.

“Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Essere costituiti per quello che siamo è accogliere l’’inquietudine come struttura dell’esistenza. “Pace” non è tranquillità. “Pace” non è rinuncia al confronto, non è fuga dalla sofferenza, non è elusione dei problemi. La “mia pace” è l’assunzione del desiderio che spinge e soffia e agita, ma non angoscia, non deprime, non vanifica. La “mia pace” è accettare di consumarsi in quell’incendio che ha illuminato la Storia.  Il risorto dona la pace stando in piedi, non seduto. Accogliere la sua pace è alzarsi, abbandonare la condizione di quiescenza passiva. La profondità della pace non si misura dall’assenza di conflitti. Si misura dalla sua fecondità, dalla sua capacità di inquietare senza turbare, dalla sua spinta desiderante senza l’angoscia arrivista. La profondità della pace è nel rendere chi la accoglie operatore, “operatore di pace”.

“Non sia turbato il vostro cuore”.    

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Un pensiero su “Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

  1. Giuliana

    In questo momento sembra che la pace non faccia più parte del nostro quotidiano , c è una sorta di rassegnazione che ci impedisce quasi di sperarla , ci sembra lontana, ma insistentemente ci viene richiamata alla mente dal vangelo di oggi, dal papa e questa riflessione ci presenta un nuovo modo di accoglierla …non assenza di preoccupazioni e di difficoltà ma con il desiderio di assumerla su di sé…. ” risorto dona la pace stando in piedi, non seduto. “

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