L’ora che volge il disìo»
[Purg. VIII, 1]
«In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.» [Lc 9,11b-17]
“Il giorno cominciava a declinare”.
Spesso, nei vangeli, si sottolinea l’ora del giorno e quasi sempre, nei momenti significativi, è un’ora iniziale o finale.
L’alba o il tramonto.
All’alba i nuovi inizi. Al tramonto i compimenti. All’alba la resurrezione, al tramonto la Pentecoste. All’alba lo spaesamento della tomba vuota. Al tramonto le rivelazioni: “Rimani con noi perché si fa sera”, chiedono i discepoli di Emmaus.
È l’ora del timore della notte incipiente. È l’ora dei dubbi e delle incertezze e di una fluidità che confonde. È l’ora della nostalgia, quando ci si chiede se non si stava meglio quando si mangiavano le cipolle, schiavi in Egitto, piuttosto che morire di fame, liberi, nel deserto. Ma è anche l’ora che “volge il disìo [ai naviganti]”, che riaccende il desiderio e lo indirizza. Riattizza i fuochi sopiti e li riavviva per la notte.
Ed ora, la “folla” ha fame. E i Dodici non sanno come provvedere. La soluzione sembra essere una: “congeda la folla”. Hai fatto dei bei discorsi, hai curato le loro ferite: ora “congeda la folla”. Qui c’è il deserto e non c’è né alloggio, né cibo.
La risposta è, come sempre, spiazzante: “date voi loro da mangiare”. Mangiarono tutti “a sazietà” e ne avanzarono dodici ceste.
Quando le forze note, su cui sappiamo di poter fare affidamento, vengono meno e quando anche il giorno sembra arrendersi all’inevitabile declino, sarà la nostra debolezza a diventare un punto di forza, senza diventare forza, senza fare violenza. Proprio mentre la logica corrente sarebbe disposta a rinunciare, una capacità nuova sorge proprio nel momento di debolezza e di incapacità.
Cominciava a declinare: inizio e fine in un solo momento. “Cominciava” è verbo di inizi, di prospettive aperte. “Declinare” è verbo di rinuncia e di impotenza, inevitabile destino delle umane cose.
Qui, si apre nuova speranza: “date voi da mangiare”. E come per i Discepoli di Emmaus, si sentirà il cuore ardere in petto. Ascoltare questo “fuoco”, che è fuoco di Pentecoste, è accettare di essere noi strumento di nutrimento, noi, cibo da condividere.
Il Corpo e il Sangue di Cristo, di cui il racconto lucano è immagine, non sono dati per essere adorati ma per essere spezzato e versato per saziare chi ha fame. È carne viva, non asettica ostia. Racchiuderlo in un ostensorio fa correre il rischio di un isolamento di ciò che è fatto per la comunione. È più facile portare un’ostia per le strade che farsi ostia per i tanti affamati che quelle strade popolano.
«Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: “Questo è il mio corpo”, confermando il fatto con la parola, ha detto anche: “Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare” e “ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli fra questi, non l’avete fatto neppure a me. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l’onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi.» (san Giovanni Crisostomo).
