La Vita Desta, di Giovanni Scarafile. 8

L’umano di fronte al fallimento radicale

Quando tutto crolla e i nostri piani vanno in fumo, cosa rimane di noi? Come si vive quando il futuro non promette più niente e ci si ritrova bloccati in un loop senza uscita?
Parlo di quel tipo di fallimento che non si può aggiustare. Non è un errore che puoi correggere riprovando. È quando si spezza per sempre il legame tra quello che vuoi e quello che ottieni. È uno strappo che non si ricuce.
Camus parlava dell’assurdo: quella frattura tra il nostro bisogno di senso e l’indifferenza del mondo. Nel fallimento totale, questa frattura la senti sulla pelle. Continui a fare progetti perché è nella natura umana, ma sai che non porteranno da nessuna parte.
Si passa dalla disperazione più nera a una strana leggerezza. Quando non hai più niente da perdere, può nascere qualcosa di inaspettato. Come se, perdendo tutto quello che volevi essere, emergesse qualcosa di più essenziale – non un’anima o chissà cosa, ma una testarda capacità di andare avanti che non ha bisogno di risultati per giustificarsi.
Forse dovremmo smettere di misurare il valore delle persone in base a quanto producono o quanto hanno successo. La vera dignità sta nel continuare a vivere anche quando tutto è andato storto. Nel restare in piedi in quella terra di nessuno tra ciò che non è più e ciò che non è ancora.
In un mondo ossessionato dal successo, il fallimento totale può insegnarci qualcosa: ci mostra cosa resta quando cadono tutte le maschere. E forse è proprio lì, spogliati di tutto, che emerge qualcosa di più vero.

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