Teresa Wilms Montt

di Giorgio Stella

IV
Dormi quieto, Anuarí. Io sarò sempre tua. Ho mutato il
mio corpo in un altare sacro alle tue carezze e alle tue
labbra, profondo altare di venerazione.

Io reco l’incisione della lama del tuo riso nel punto ove
poso i miei occhi; il tuo riso carnivoro, mordace, che
fa delle tue labbra un bocciolo di sangue, denso di
bianche, lucide semenze.

Anuarí, il tuo sorriso è scempio e distruzione che reca
morte ad ogni mia speranza, il tuo sorriso è per la mia
mente come il lampo che stride nella notte. Madreperla
e veleno distillati dentro il mio cuore per lasciarlo
inerte.

V
Anuarí, io t’invoco addormentata e ti vedo in un sonno
senza fine. Un’ombra, sei, che sciama soavemente sul
mio pensiero, tenebra divina delle tue ciglia, conserte
come ali di farfalla, vellutata peluria alle tue occhiaie.

Sì, o mio Anuarí, una notte, la più beata notte della mia
vita, sulla mia spalla riposò il tuo volto, ed era così intimo
il piacere, che il mio respiro musicò il tuo sonno.

Ti addormentasti, mia dolce creatura, dopo aver aggrinzito
il mio cervello ed il mio cuore, con ansiose labbra
di gioventù, simile a un’ape lussuriosa di nettare e profumo,

e queste tenebre delle tue ciglia sono come cortine che mi
chiudono alla luce del sole e mi travolgono in confusa
vertigine alle soglie del tuo grave Paese. Sì, una notte,

la mia unica notte, la più lieta, si chinò sul mio seno la tua
fronte e vi raccolse il sogno delizioso ed il guanciale
dell’eternità.

VI
Dal profondo silenzio il tuo guardare evoco, e gli occhi…
e giaccio intirizzita. Benché chiusi da morte, sono simili
a un raggio che a un tratto si ridesta. In essi non
ancora appassita la forza dell’incanto.

Sono due fari azzurri, che mi svelano bagliori di magnifico
infinito; sono due stelle enormi e primitive, profondamente
fisse al mio dolore, che crivellando ne fan
grande l’orma sino ad aprire una breccia sconfinata
come un mondo. I tuoi occhi tanto amati, che furono
il riflesso di questa tua bellezza silenziosa, vivono
ancora dentro la mia mente, vita traendo dalla mia propria
vita, e lucendo del fiotto inestinguibile delle mie
lacrime, Anuarí. Così

come lo sguardo tuo m’incatenò alla vita, mi spinge adesso
alla tua sepoltura, provocando il mio grido di delirio.
Calamite i tuoi occhi, di un abisso di cui sento feroce
l’attrazione…

VII
Dalla profondità del mio pensiero la tua immagine sgorga
avvolta dal mistero della morte, con l’aureola atterrita
di un aldilà da sempre sconosciuto. T’invoco, tutta
l’anima conchiusa su di te: ti chiamo e ho l’impressione
che le tenebre e il tuo asso alato siano venate
da lacerazioni come un uccello trafitto in pieno
volo. Quando comprendo che non ti vedrò più, mi sale
al cuore un fiotto di terrore, serrando la mia mente
in un tragico involucro di vuoto, e una vaga impazienza
di massacro sul piacere di vivere.

Tu, così forte e bello, col tuo viso sereno e la tua fronte
sempre fissa al cielo.

Anuarí, il dolore non uccide, il dolore non reca la pazzia;
ma sprofonda nell’anima come un corpo di piombo
in un sisma infinito. Turbata, ascolto nelle lunghe notti
l’eco della mia voce che ti cerca attendendo nel buio
una risposta. Poi, la nera realtà mi percuote furente.
Forse l’anima tua pure è svanita? No! Ma com’è possibile
che tanta forza, tanto ardore astrale, possa perire
nell’eterno gelo?

(Traduzione di Cristina Sparagana)

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