Il fuoco dell’accoglienza
(Is 11,1-10; Rm 15,4-9; Mt 3,1-12)
(Christine Safa, L’habitude du ciel)
«In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!».
E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». [Mt 3,1-12]
C’è un fuoco che arde in questa seconda domenica d’Avvento. Il fuoco urlato da Giovanni Battista. È un fuoco che, bruciando, purifica. In questo senso, è anche un fuoco che fa da discrimine nella storia. La sua prospettiva segna un punto di partenza, costituisce un fatto radicalmente nuovo che dà l’avvio a una nuova creazione. Non è ancora il tempo in cui l’aia sarà pulita e il grano sarà separato dalla paglia. Non è ancora il tempo in cui la pula sarà bruciata. Per ora, grano e paglia devono convivere. Questo non è ancora il tempo dei giudizi assoluti, del tutto o del nulla. È il tempo del discernimento. È il tempo della “conversione”. Questo invito, pressante e urgente, del Battista ci giunge non come invito ad una condotta morale diversa o ad azioni più “religiose”. Non basta dirsi “figli di Abramo”. Come non basta dirsi “cristiani”. È, piuttosto, un cambio di mentalità (metànoia) che ci viene chiesto, in vista di ciò che sta accadendo: “il Regno dei cieli è vicino”. È vicino, cioè, il tempo della pienezza del rapporto di Dio con l’uomo. In questo senso, l’invito del Battista è un invito a rivedere proprio il nostro rapporto con Dio. Ci si chiede di purificarlo, questo rapporto, di riconsiderarlo.
“Fate frutti di conversione”. Il rapporto con Dio è fecondo e porta frutto. Chi insegue i propri sogni continua a fare di Dio una proiezione delle proprie paure o dei propri progetti, lo imbriglia in schemi comportamentali o teologici, lo rende innocuo, sterile, senza parole. Ne fa un idolo.
Chi purifica questo rapporto porta frutto e il primo di questi frutti è l’“accoglienza”.
“Accoglietevi” dice Paolo nella Lettera ai Romani, “accoglietevi gli uni gli altri”.
Si potrebbe pensare, andando oltre il pensiero di Paolo: prima di tutto, ma non in ordine di importanza, accogliete-vi, accogliete voi stessi.
L’accoglimento di sé è nel considerare se stessi come dono di cui siamo, nello stesso tempo, oggetto e termine. Altri dona altri accoglie. Ognuno è, per se stesso un dono. Solo un dono si può accogliere. Solo di un dono si può essere grati. Il dono che ci è stato fatto è cosa buona, ci costituisce nella concretezza della nostra storia, la nostra propria storia. Qui, in questa concretezza ci viene donato ciò che siamo. È bello ed è consolazione sapere che ciò che siamo non viene dalla nostra capacità o dal nostro limite, dalle nostre conoscenze di noi stessi o dalla possibilità di manipolazioni. Ciò che siamo è dono, gratuito e fecondo.
Capita, a volte, che questa consapevolezza di sé porti alla costruzione dell’alibi, dietro al quale si celano paure e pigrizie: “Sono fatto così e non posso farci nulla”. È qui il pericolo capace di rendere sterile il dono. Considerarsi come dono a se stessi ci pone subito nella dimensione di relazionalità. Accogliersi gli uni gli altri è restituire ad ognuno la sua dimensione storica di essere, qui ed ora, come essere-con. Qui si situa la libertà e la salvezza, perché solo un atto di amore è capace di accoglienza e solo l’amore è sempre, fino in fondo, liberante e salvifico.
Non si stabilisce una priorità fra l’accettare se stessi e poi gli altri, non si dà una gerarchia dell’amore, perché quel “se stessi” coincide con la relazione con gli altri. “Io sono le relazioni che ho”, scriveva il cardinal Martini. E le relazioni vanno curate, educate, all’accoglienza dell’altro.
La misura dell’accoglienza non è la capacità di accogliere, ma la consapevolezza di essere accolti (“accoglietevi…come Cristo ha accolto voi”) dallo stesso che ci ha donato a noi stessi. Proprio come la misura dell’amore non è nella nostra capacità di amare ma nell’essere amati. Viene da lontano e lontano porta. Senza il giudizio assoluto che respinge, senza il violento ed equivoco pregiudizio che, non distinguendo l’uomo dalle sue azioni, vorrebbe bruciare oggi la paglia, correndo il rischio di bruciare anche il grano. Il tempo della storia è il tempo dell’attesa, sapiente e paziente, che ha nell’accoglienza reciproca il segno della sua pienezza e del suo verso dove.
