Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

8 dicembre

Festa dell’Immacolata

[Gn 3,9-15,20; Ef 1,3-6.11; Lc 1,28-42]

[Di tradizione antica, questa festa è stata istituita solo recentemente (1854). Afferma la nascita di Maria senza il peccato originale, in vista della generazione di Gesù Cristo. Non si afferma l’indipendenza di Maria da Cristo, ma la novità della creatura orientata alla nuova creazione.]

                                        (C. Safa)

I passi della Scrittura proposti sembrano andare in questa direzione.

Abbiamo spesso la pretesa di autocomprensione. Io sono, io faccio, io sto qui, sto lì. Come se fosse ovvio poter parlare di questo Io.

“Dove sei?”

È solo a partire dalla domanda, che l’uomo si situa. Solo dopo che qualcuno mi ha chiesto “Dove sei?” posso situare me stesso. E posso situarmi non solo in una dimensione spazio-temporale (qui e ora) ma anche – e soprattutto- in una dimensione relazionale che permetta la mia autocomprensione. Dunque, è a partire dall’ incontro con l’Altro che giungo a comprendere (comprehendere) me stesso. Solo allora, il mio dire “IO” acquista consistenza e spessore. E anche il mio qui e ora diventano abitati. È l’inizio di una coscienza nuova, della realtà intorno a me, della realtà dentro di me, di me stesso. La consapevolezza, però, genera timore: “Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo…”

Da dove nasce il timore? Da dove il pudore?

Senza voler fare dei facili psicologismi, potremmo dire che il pudore sorge proprio dalla consapevolezza di essere più di quello che appare e che si sta mostrando?

L’essere nudo, o lo scoprirsi tale, genera in Adamo la percezione di un rapporto inadeguato con l’Altro. È proprio questa relazione che mi rende capace di comprendermi come più grande di ciò che sto facendo o di ciò che sto mostrando di me.  

Mi sto rendendo conto che l’immagine che do di me in questo frangente non corrisponde ad un tutto che so di essere. Da qui, la percezione di inadeguatezza e, quindi, di pudore e di timore. Adamo non ha colto il cuore della domanda. Non ha percepito l’accoglienza provocatoria di quel “Dove sei?” e l’ha considerato giudicante, inquisitorio, e, dunque, fonte di timore.

Quanto diversa è la reazione di Maria.

Resta turbata, certo, tanto che l’angelo si appresta a dire “Non avere timore”.

Non capisce, Maria, e “non capendo, capì che era il Signore”.

Tutta la bramosia di comprensione, che ci vuole padroni della realtà, naufraga; ma proprio in questo naufragare si aprono spazi di comprensione. È quando non si capisce, che si comincia a capire. Quando rinuncio alla voglia di possesso sulla realtà e su me stesso, è allora che comincio ad entrare in relazione. Da qui, e solo da qui, la capacità di risposta:Eccomi”.

“Eccomi”. Lo aveva pronunciato Abramo. Lo avevano timidamente e sommessamente sussurrato i Profeti. Lo riafferma Maria, come unica possibilità di risposta che permetta il compiersi di una Parola: “avvenga ciò che hai detto”.

Nulla è impossibile a Dio: alla lettera (dal testo greco): non è senza compimento nessuna parola di Dio. E dunque si compia in me la sua parola.

L’uomo diventa luogo di compimento. La Storia si rivela luogo di compimento. In un qui ed in un ora, è il compimento. Non si deve diventare ciò che non si è. È sufficiente entrare nella relazione che mi costituisce e mi costruisce perché si compia una realtà che sarà mia totalmente proprio nella misura in cui me ne faccio povero, me ne spossesso.

Maria è luogo di compimento, luogo della Bellezza compiuta. “Tota pulchra” “Tutta bella”. Nulla è fuori di questa Bellezza. Una umanità bella è il progetto di Dio. Una umanità bella e senza macchia. Non c’è posto per la paura.

Non c’è paura nell’affidamento di sé all’abbraccio dell’Altro, ma anche all’abbandono all’altro. La paura di Adamo impedisce la relazione piena, genera solitudine

Il timore di Maria è fiducia, che genera comunione, feconda di Bellezza.

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