Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Principio di coscienza

(M. Chagall)

«Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.

Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.» [Mt 1,18-24]

La “modernità” della figura di Giuseppe è tutta in questo dissidio. È combattuto, Giuseppe, “poiché era uomo giusto”. Combattuto fra l’obbedienza alla Legge, che gli chiedeva di ripudiare Maria, incinta non di lui, e il suo amore di uomo verso la donna amata.

È un dissidio inusuale, nella cultura del tempo. L’uomo “giusto” aveva a cuore l’obbedienza alla Legge, poiché in questo consisteva il suo essere “giusto”. Il ripudio “segreto” avrebbe potuto mettere insieme l’esigenza di “giustizia” con l’amore per Maria; amore che mal tollerava il dileggio da lei subito, in caso di ripudio pubblico.

È un caso di coscienza. E Giuseppe aveva due categorie su cui la sua coscienza si fondava: la Legge e l’amore verso Maria. Era un uomo “giusto”, Giuseppe.

Oltre la “giustizia” va una coscienza che nasce dall’ascolto. È una coscienza nuova, quella che si impone. Una coscienza che viene da altrove, come da altrove viene il sogno.

Il sogno viene da un altrove, eppure è generato dal profondo di noi stessi. È questo l’altrove? È questo il giardino dove nascono i sogni? La psicanalisi ci dice molto, ma non tutto. Resta un pensiero caro alla tradizione ebraica: «Tutti gli uomini fantasticano, ma l’ebreo “abita” l’immaginazione» (M. Chagall).

Abitare l’immaginazione non è fantasticare. È, piuttosto, lasciare che l’altrove, da cui vengono i sogni, abbia presa sulla realtà, modificandola.

La coscienza di Giuseppe non si forma solo dalle sue conoscenze, sorge da un ascolto aperto alla realtà.

È l’alterità il principio di coscienza. Ed è l’alterità che irrompe come sogno nella vita dell’uomo “giusto”, dandogli la possibilità e il fondamento di una coscienza nuova ed efficace. Alterità non è distanza incolmabile. È semmai riconoscimento di complessità che si risolve nelle decisioni e nelle scelte di ognuno. È tanto altra, questa coscienza, da essere totalmente mia. Così come è tanto altro “l’angelo del Signore” da parlare come voce proveniente dai nostri deserti. Questo è il linguaggio che, nella Bibbia, si attribuisce a Dio.

“Quando dico che ascolto dentro, in realtà è Dio che ascolta dentro di me. La parte più essenziale e profonda di me che ascolta la parte più essenziale e profonda dell’altro. Dio a Dio.” (E. Hillesum, Diario, Adelphi, 2012).

Ed ecco che il sogno diventa principio di realtà.  Un imperativo a cui non ci si può sottrarre.

Giuseppe “legge” il suo ascolto, interpella e interroga la sua coscienza, ma, soprattutto, si affida ed agisce di conseguenza.

«Un sogno non interpretato è come una lettera non letta», dice il Talmud Babilonese (III-V sec., Berakhot 55a). Vorremmo tutti fare di questi sogni. Vorremmo tutti ricevere notizie che ci aiutino a risolvere i dissidi che ci portiamo dentro. La soluzione offerta a Giuseppe, in modo straordinario, è data a tutti, nell’ ordinario quotidiano. Non semplificando dall’esterno questioni complesse che non sappiamo risolvere, ma allargando la comprensione della nostra coscienza nell’ascolto quotidiano dell’altro che bussa alla nostra porta; acuendo lo sguardo per vedere ciò che della realtà non ci appare; dilatando il desiderio, per lasciare che il “sogno” irrompa e indichi la via.

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