Margherita Rimi. Restitutio ad integrum

Margherita Rimi, Restitutio ad integrum Poesie 2015-2024, Venezia, Marsilio, 2025

di Gino Pantaleone

Restitutio ad integrum è un libro che assume consapevolmente un titolo esigente e non metaforico: la formula medica e giuridica non è un ornamento colto, ma la chiave di lettura di un’intera postura poetica. Le poesie di Margherita Rimi (poetessa e saggista, medico e neuropsichiatra infantile), scritte nell’arco di quasi un decennio, si muovono infatti entro l’idea della guarigione come processo imperfetto, mai definitivo, che riguarda insieme il corpo, il linguaggio e la comunità.
Come osserva con finezza Gandolfo Cascio nel risvolto di copertina, la speranza che attraversa il libro non è ingenua né consolatoria: non coincide con l’illusione di tornare “come prima”, ma con la possibilità che qualcuno – o qualcosa – torni a prendersi cura delle ferite. È una speranza vigilata, che sa quanto testa e cuore siano due blocchi esposti alla stessa violenza del mondo e che, proprio per questo, devono “tenersi d’occhio” a vicenda. Qui la poesia diventa un luogo di sorveglianza reciproca, non di pacificazione.

Dal punto di vista stilistico, Restitutio ad integrum compie una scelta netta e coraggiosa: la grammatica non è abolita, ma subordinata a un’urgenza etica. La sintassi tende a flettersi, a farsi scabra, talvolta dimessa, mentre il lessico si accende nella precisione tecnica, etimologica, plurilingue. Greco, latino, siciliano, inglese non sono esibizione di erudizione, ma strumenti necessari: perché non esistono parole che “contano di meno”, quando il compito è dire l’umano ferito senza ridurlo.
Nel passo in epigrafe di Victor Hugo, “La medicina è figlia dei sogni”, la cura non è solo tecnica, ma nasce dall’immaginazione, dall’utopia, dal desiderio di salvezza. La restitutio ad integrum non è soltanto formula clinica, ma atto lirico e civile, cioè speranza concreta che qualcuno “torni a curare le ferite” del corpo e della mente.
Nell’altro passo, sempre in epigrafe, dello Zibaldone di Leopardi, la lingua e la letteratura si influenzano reciprocamente: se una si corrompe, l’altra cade.
Entrambe le epigrafi sono connesse perché fondano la poesia come atto di cura, mostrano che non esiste guarigione senza parola e indicano nella sperimentazione linguistica non una rottura sterile, ma un gesto di resistenza e restituzione dell’umano.
La voce di Rimi è riconoscibile proprio per questa tensione: lirica e civile insieme, capace di parlare del dolore senza estetizzarlo e della fragilità senza farne un alibi. Al centro del libro non c’è una soggettività narcisistica, ma un’umanità esposta, “idiota eppure benedetta”, che non viene mai riscattata del tutto e proprio per questo non risulta sconfitta. È una poesia che rifiuta sia il cinismo sia l’enfasi salvifica, e che trova la propria forza in una lucidità affettiva rara. Sono poesie dalla forma visivamente coinvolgente, dalle parole scelte come diamanti incastonati nella roccia, dal contenuto pregnante e elevato.
In questo senso, la silloge chiede molto al lettore: attenzione, lentezza, disponibilità a sostare nella frattura, ma restituisce altrettanto, perché dimostra che la poesia può ancora essere un atto di cura — non risolutivo, non taumaturgico — bensì rigoroso, responsabile, necessario.

[Palermo, 9 gennaio 2026]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *