La luce che abbaglia
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». [Mt 17, 1-9]
“Fermati attimo, sei bello” diceva Goethe nel “Faust”.
La tentazione estetica, l’atteggiamento estetizzante, sembra impadronirsi di Pietro, di fronte alla visione del Tabor. In realtà, la preoccupazione di Pietro non è tanto quella dell’attimo che passa, quanto quella di non riuscire a penetrare a fondo il senso di quella visione. “É bello per noi stare qui.”
E per assicurarsi che i protagonisti della scena si sentissero a loro agio, aggiunge: “facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia.”
Pietro intuisce che lì c’è qualcosa che vale la pena di vivere. Non sa che cosa, ma è bello. E la sua reazione è quella di chiunque coinvolto in una esperienza particolarmente densa.
Ciò che Pietro non coglie è che la bellezza qui non è data come punto di arrivo, ma di partenza. Il bello è via da percorrere.
Il vedere si rivela insufficiente, seppure apparentemente esaustivo. La luce abbaglia ed impedisce la visione, offusca la vista. Anche la luce può essere ombra. La nube luminosa fa ombra. La luce, invece di permettere una visione più chiara e distinta, impedisce di vedere. Non è ancora il momento. Non sono ancora pronti i nostri occhi per vedere fino in fondo.
Troppa luce abbaglia.
“Come
può forare la tenebra
in tanta inondazione
di luce?”
si disperava il “cercatore” di Giorgio Caproni.
I nostri strumenti sono capaci di adattarsi al buio, cominciando, a poco a poco, a distinguere le ombre nell’ombra, ma la luce acceca. È necessario mantenere una certa dose di ombra perché possiamo distinguere e comprendere. La visione diretta non è sopportabile, è accecante. Ma “c’è una dolcezza nella luce e fa beati gli occhi vedere il sole” (Qohelet, 11, 7-9, Trad. di G. Ceronetti), perciò, cercheremo sempre di guardare la luce e la sua sorgente. Ci fa beati questo guardare, anche se non ci fa capaci di comprendere.
È quando il vedere viene meno che si compie l’atto conoscitivo. Non nella visione ma nell’ascolto. C’è sempre una nube nelle teofanie. Dio si mostra, ma lo fa nella nube, luminosa, sì, ma, nel contempo, oscurante, piena di luce eppure non penetrabile. La conoscenza non è mai una presa visione ma scaturisce dall’ascolto. È la voce che fa tramortire i tre discepoli. “Ascoltatelo”
Mentre nel vedere, il soggetto è ancora prepotentemente presente nel fruire dell’immagine, nell’ascolto si richiede un passo indietro. Al soggetto viene chiesto di fare spazio ad un tu che parla. Mentre la visione nasce da un plus che si propone, l’ascolto origina da un venir meno dell’immediatezza; venir meno che obbliga a porsi domande. Sarà smarrimento. Sarà confusione. Sarà sogno e onirica visione da cui è difficile svegliarsi. Rimane Gesù solo e questo deve bastare. Gesù solo, nella sua concretezza, nella sua concreta vicinanza. “Gesù si avvicinò, li toccò”. Il suo tocco risveglia. La sua vicinanza rassicura: “non temete”. Chiede aderenza alla realtà e fa della visione un punto di partenza. Non da soli. Non come ci si aspettava. Abbiamo “visto” il verso-dove. Ora inizia il cammino.
Si è acceso il desiderio. Ora tutto il tempo si fa attesa.
E silenzio.
