La consegna
(Giotto, Scrovegni, Padova)
“Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me».
Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga.” [1Cor 11,23-26]
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Tutto in un verbo: “tràdere”. “Consegnare”, “tramandare”, “tradire”.
Questa è la “traditio”. Nello stesso momento, è “consegna”, “contenuto tramandato”, “tradimento”.
Consegnare è atto d’amore. Consegnarsi è fiamma d’amore.
Vi consegno ciò che mi è stato consegnato mentre lui veniva consegnato e si consegnava.
Stesso verbo per “tramandare”, per “consegnare”, per “tradire”. Ambiguità voluta e non risolta.
Né si può risolvere tale ambiguità. La “consegna” è, nello stesso tempo, il mandato ricevuto, e l’essere consegnato di Gesù da parte di Giuda. Soprattutto, però, è il consegnarsi, libero e gratuito, di Gesù.
Tre le consegne in questo giorno, un solo mandato.
La prima consegna è nell’Esodo: “…sarà per voi un memoriale”(Es 12,1-8.11-14). È festa perché si vive la memoria della liberazione. Il rito è a servizio della memoria e rende viva la memoria facendola attuale. Il popolo liberato è liberato oggi. Non è una faccenda sepolta nei ricordi di chi ne è stato protagonista, è una esperienza viva di chi fa parte del popolo liberato.
La seconda consegna è durante la cena di Gesù con i discepoli. “Fate questo in memoria di me”. Non è il ricordo di chi non c’è più. Il testo greco non usa la preposizione “en” ma “eis”. Non si invita ad usare la memoria come luogo in cui rimanere. La memoria viene proposta come luogo di movimento. “In memoria di me” non vuol essere un invito a restare fermi ad un fatto accaduto nel tempo. “fate…in memoria” è un fare prima di tutto e il fare è sempre attuale, riguarda sempre quest’oggi. È adesso che, chi fa, lo fa “in memoria”, “eis tèn anàmnesin”. È un coinvolgimento che parte dalla consegna che Gesù fa di sé, mentre viene consegnato al potere religioso. La memoria è rottura, come è “rotto” il pane che viene consegnato. La memoria è un andare-verso, non un restare ancorati ad un passato. Parte dall’azione, la memoria, e una azione provoca.
La terza consegna è proprio ciò che dall’andare verso la memoria di Gesù scaturisce. Ecco il testamento nuovo: “perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,1-15). Chi non si abbassa a lavare i piedi dell’altro, non vive la memoria di Cristo, ma semplicemente e sterilmente, rinnova un rito che a nulla porta se non ad un consolante ricordo di un fatto che, in sé, portava i germi di una rivoluzione.
Tre consegne, che si completano l’una con l’altra, la prima con la seconda, la seconda con la terza. Fino a diventare una sola consegna: “amatevi come io vi ho amato”.
Accettare di vivere questa memoria oggi è assumere per noi la consegna data alla comunità, è assumerne tutta la bellezza e la forza unificante, ma anche tutta la dinamicità spiazzante di una memoria che non vuole essere contenitore di ricordi, in cui crogiolarsi e da cui lasciarsi consolare, ma vuole affermarsi come “anàmnesi”, duplice movimento verso l’origine e verso ogni attuale rivolo che, per quanto esile, porta la stessa acqua della sorgente. È una memoria che fonda e che provoca, che accoglie e che si lascia tradire, perché, anche nei tradimenti, residua una “consegna”, che resiste e che diventa fermento, rompe, ma riesce anche a mettere insieme i frammenti. “Come questo pane spezzato era sparso sui colli e, raccolto, è diventato una cosa sola” [Didachè (II sec.) 9,4].
È memoria che spinge fuori ma sa anche acconsentire il riposo, come il discepolo amato sul petto di Gesù.
“Il nostro cuore è inquieto, finché non trovi in te il suo riposo” (Agostino).
In questa memoria si va, in questa memoria si resta, ed è sempre bellezza nuova.

Grazie per la riflessione nel giono della Cena, del tradimento, del dono di sé, della consegna ai suoi nemici. Il collegamento tra ‘spezzare’ il pane, l’amicizia, lo stare insieme Maestro e discepoli, la vita di Giuda, E le parole di Gesù su Giuda : “meglio se non fosse mai nato” . Eppure anche Giuda ha vissuto la missione. Non nascendo si sarebbe spezzara una ‘tradizione’ e una consegna e passaggio tra gli Iscarioti.
Sono contento di essere stato utile. È bello avvertire una comunione al di là delle conoscenze e delle frequentazioni
Grazie, davvero bella la riflessione sul senso del Giovedì Santo in cui si celebra il “memoriale” della istituzione dell’eucarestia.
Grazie