Secondo i bisogno di ciascuno
(affresco s. Angelo in Formis Capua)
«[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere.
Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno.
Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo.
Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati. » [At 2,42-47]
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Che cosa può far sì che l’altro non sia più una minaccia, ma diventi addirittura motivo di liberazione?
Siamo capaci di comprendere la vicinanza di sangue. Accettiamo la vicinanza per etnia.
Ma perché acconsentire alla vicinanza con chi non ha in comune né sangue, né ethnos?
Non è forse questo il segno di una realtà che viene rifondata?
La resurrezione di Cristo non si constata, si “proclama”. Lo ripete, nella liturgia, chi partecipa all’eucaristia. “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione”.
Non ci sono “prove” da mostrare. L’unica “prova” è questo “proclamare” da parte della comunità.
In questo senso, dunque, la comunità è “sacramento” del Cristo risorto. Sacramento è segno, ma segno efficace, che produce realtà. Questa è il luogo della resurrezione, la realtà, non il mito o il sogno. Essa è concretezza. Tutta la concretezza espressa nel vangelo di Giovanni nell’ “essere visto” di Gesù da parte dei discepoli (Gv 20, 19-31). Concretezza e corporeità si impongono.
Che cosa, più del vivere comune è più concreto e corporeo? L’apparire del volto dell’altro è sempre minaccia di morte, ma è anche annuncio di liberazione che attraverso la morte passa. Non come necessità ma come libertà di scelta: “il Signore…aggiungeva quelli che erano salvati”.
Avere ogni cosa in comune non è utopia romantica, è criterio di appartenenza reciproca. Sappiamo che le cose non erano tutte rose e fiori fra i credenti della prima comunità. Non dobbiamo idealizzare un modello ecclesiale o sociale. È necessario, però, considerare il fondamento. Ciò che metteva queste persone, donne e uomini, giovani e anziani, insieme non era una idea di società ma la consapevolezza che una vita diversa era cominciata. Vita in cui non aveva più senso separare il “mio” dal “tuo”, perché sia il mio sia il tuo apparivano per quello che erano: concetti relativi che svanivano di fronte ad un assoluto che cominciava ad entrare nelle loro coscienze. Non era facile nemmeno per quei primi cristiani che hanno creduto alla resurrezione di Cristo. Non era facile sia perché la tentazione di separazione è sempre in agguato, sia perché le differenze, a volte, pretendono di diventare criterio di gestione dell’esistenza.
Non basta riempirsi la bocca di pace, per essere costruttori di pace; non basta parlare sempre di amore per essere testimoni di amore. Oggi, più che mai, il mondo chiede concretezza, come è concreto il corpo del risorto. Corpo da vedere, corpo da toccare. La parabola della comunità è parabola di ricominciamenti, è racconto di resurrezione. E resurrezione è speranza, concreta e corporea. Chi in questa speranza crede e a questa speranza affida l’autenticità della propria esistenza non può accettare che tutto sia regolato da un mercato di compravendite sempre più esigenti, per cui pagare prezzi sempre più alti, fino alla distruzione e all’annientamento dell’altro.
È un mistero l’altro, come mistero è il corpo del risorto che Tommaso tocca. Mistero di concretezza di carne e sangue che da carne e sangue non dipende, ma è mistero di condivisione, mistero di unità in cui ogni particolare è prezioso, ogni frammento è arricchente. Di questo mistero siamo portatori, sia perché ognuno è altro per chi ci è accanto, sia perché abitati da una alterità che si fa chiamare pace di perdono, allegrezza di speranza, bellezza di comunione. Di questo siamo “proclamatori”.
“Finché egli venga”
