Lo scandalo
(Anselm Kiefer)
«Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso».
Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo.
Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.» [1Pt 2,4-9]
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«….vi consacra con il crisma di salvezza, perché inseriti in Cristo, sacerdote, re e profeta, siate sempre membra del suo corpo…»questo è ciò che viene detto ad ogni battezzato, nel momento dell’unzione con il crisma.
Ognuno, quindi, con questa unzione è “consacrato” “re, sacerdote e profeta”. Non c’è distinzione in questa consacrazione. Ogni battezzato è re, sacerdote e profeta, come lo è l’intera comunità cristiana, che è corpo di Cristo, l’unico “re, sacerdote e profeta”.
Abbiamo delegato al prete quella che è la funzione di ogni cristiano. Abbiamo caricato sulle spalle di uno quello che è il carico di tutti. Comodo. Comodo e deresponsabilizzante.
Non è un titolo onorifico quello che ci viene attribuito nel battesimo. È piuttosto una assimilazione a Cristo.
Essere “re” comporta la responsabilità di farsi carico del governo del “regno”. Ogni delega è fuga di fronte a questa responsabilità. Ognuno, ognuna, in quanto partecipe del corpo di Cristo, ha l’obbligo di partecipare al governo della porzione di storia che gli,o le, viene data da gestire. Tutto il “potere” del re è farsi carico delle vedove e degli orfani, dare protezione e riparo, ma anche possibilità di sostentamento a chi non ha più questa possibilità. Era l’uomo che provvedeva al sostentamento della famiglia. Vedove e orfani hanno perso chi provvedeva loro, in ogni senso. Toccava al re intervenire a tutela di chi non aveva più tutele. Nel nostro battesimo c’è anche questo.
Il sacerdote è colui che offre sacrifici alla divinità per conto e a nome del popolo, non abilitato a farlo per motivi di casta. Per il cristiano, l’unico sacerdote è Cristo. Non ce ne sono altri. In Cristo, ognuno è sacerdote, perché può rivolgersi direttamente al Padre chiamandolo “Abbà” (Rm 8,15). Il “sacrificio” di Cristo, però, non è un atto sacrificale, è molto di più. Non è l’atto del sacerdote che immola la vittima per placare le ire di una più o meno bisbetica divinità. Sul Golgota, si compie l’unico “sacrificio” che possa avere un senso. Non un atto compensativo, ma l’offerta di sé, “fino alla fine”. È atto d’amore non rito sacrificale. “Fino alla fine”. Non devota partecipazione, ma in piedi, di fronte a Dio. Con la morte di Cristo in croce, il velo del Tempio si è squarciato da cima a fondo. Il “sacro”, come separazione, è finito e, con la separazione, è finita anche la necessità di mediazione, perché uno solo ha mediato per tutti in modo definitivo. Nel nostro battesimo c’è anche questo.
E nel nostro battesimo c’è anche il nostro essere profeti. Ogni profeta, all’inizio della sua missione, si manifesta impotente e incapace di compiere il compito che si vedeva assegnato. “Non so parlare”, “Sono un uomo dalle labbra impure”, “Chi vuoi che mi dia ascolto?”: sono queste le scuse che troviamo nella Bibbia quando qualcuno viene chiamato a parlare “a nome di Dio”. Chi non ha delle scuse valide per rifugiarsi nella propria zona di conforto e non esporsi? Il “profeta”, però, non è il più bravo di tutti, e non è neanche il più santo di tutti, spesso è chi non è considerato e spesso fa una brutta fine. Non a tutti è chiesta la stessa forma di missione, ma tutti abbiamo l’obbligo di chiederci quale sia la nostra.
Così, siamo associati a Cristo nell’essere pietra e roccia. Di scandalo e di inciampo o di fondamento solido.
Due termini sono usati nel testo greco di questa prima lettera di Pietro: “lithos” e “petra”. La prima è la pietra lavorata o usabile per la costruzione, la seconda è la roccia che non si può non vedere.
La pietra dello scandalo è qualcosa che blocca il cammino. Per il cristiano, Cristo è il caso serio della propria esistenza, ciò con cui è impossibile non confrontarsi. Può essere roccia su cui costruire o scandalo che impedisce di proseguire. Se pretendiamo di ridurre Cristo alle nostre aspettative, il nostro incontro con lui si traduce in un blocco insormontabile. Se assumiamo per noi la sua logica, egli è roccia per la nostra costruzione.
Abbiamo scartato molte pietre, sulla nostra strada. Forse frettolosamente e, senza badarci, non abbiamo colto la sollecitazione a ben guardare che gli inciampi ci offrivano. È la pietra scartata che diventa pietra portante tutto l’edificio. È l’inciampo che ci permette di calibrare il passo in obbedienza al terreno su cui stiamo camminando.
“Non sia turbato il vostro cuore” (Gv 14,1), affidatevi, rinunciate a credervi padroni delle vostre esistenze, chiede Gesù ai discepoli, e compirete opere più grandi di quelle che io ho compiuto. Questo è il mistero della storia. A noi, cosi come siamo, è affidato il compimento di ciò che Cristo ha compiuto.
In questo tempo, la nostra storia è tutta la storia che ci è dato di costruire. Qui siamo chiamati ad essere “re, sacerdoti e profeti”, senza trionfalismi settari ed escludenti, con la bella e consolante consapevolezza che nelle nostre costruzioni, altri costruisce; nei nostri fallimenti, altri solleva e fa ricominciare.
