Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Sulla riva del mare

(foto privata)

«Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia.
Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti”.
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”. Egli rispose loro: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono.
Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice:
“Udrete, sì, ma non comprenderete,
guarderete, sì, ma non vedrete.
Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile,
sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi,
perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”.
Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono!
Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno”.» [Mt 13,1-23]

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“Sulla riva del mare”, in ebraico, si dice al sfat hayàm, che, alla lettera, vuol dire “sul labbro del mare”.

Le labbra del mare sono il transito fra due elementi distinti , terra e mare, ma inseparabili. La terra entra nel mare e gli soggiace; il mare si spinge sulla  terra, dolcemente o con forza, ma c’è un confine oltre il quale la terra è terra e il mare è il mare. Ogni parola non detta resta non detta, ogni parola pronunciata diventa seme. Le labbra sono il confine. E anche il mezzo. Il non detto resta al di qua del confine, la parola detta varca il confine e si spinge oltre.

Gesù esce di casa, quel giorno, e siede sulle labbra del mare. Si pone lì dove il non detto diventa detto, dove la parola è pronunciata. Lui, Parola detta nella carne, solidità di terra che affida il suo dire alla fluidità del mare e lo lancia oltre. Lui, il confine fra detto e non detto. Lui, il labbro che pronuncia la Parola che feconda.

Così, sulle labbra del mare, la parola non appartiene più a chi la pronuncia, ma diventa seme portato oltre il mare, a fecondare terreni inesplorati, considerati sterili e aridi.

Questa parola non ha un codice di riferimento, non appartiene a sistemi semioticamente identificabili: “Una parola ha detto Dio, due ne ho udite” (Salmo 62). Ogni terreno può riceverla. Ogni terreno può esserne fecondato.

Questa parabola non è una schematizzazione sociale o spirituale. Non si sta suddividendo l’umanità in terreno sterile, arido, meno fecondo e molto fecondo. Ogni terreno è idoneo per ricevere il seme. Sarà il seme a cercare il terreno più adatto e a fecondarlo perché fruttifichi. Il terreno, però, ha la sua importanza. Sarà il seme a fecondare, ma senza violentare il terreno che lo accoglie. Ascoltare” e “comprendere”, questo è compito nostro. Questo è quello che possiamo fare per rendere i nostri suoli fecondi. “Ascoltare” e “comprendere” sono due attività distinte, non sempre conseguenti. Certamente non comprende chi non “ascolta”, ma anche chi ascolta, non è detto che comprenda. “Non compresero…la madre serbava…nel suo cuore” (Lc 2,19.50-51). È l’atteggiamento di Giuseppe e Maria di fronte ad eventi più grandi di loro. Possiamo dire che, non comprendendo, comprendono che si tratta di qualcosa da conservare. Potremmo anche affermare che, soprattutto Maria, non capendo, capì che era il Signore che parlava. L’ascolto è la condizione previa, indispensabile perché la parola arrivi, come seme. È la predisposizione a fare spazio per accogliere la parola dell’altro, che, altrimenti, scivolerebbe su superficie impermeabile. Ascolto è permettere alle crepe della nostra graniticità di diventare porta d’ingresso per l’altro che parla, di cui la parola è memoria e ri-presentazione. In queste fessure dell’esistenza, spesso segno di ferite e sofferenze, il seme sa trovare il terreno da fecondare. “Ascoltare” è conversione all’altro.

La comprensione è altra cosa. Essa si affida alla sperimentabilità di ciò che ci arriva con l’ascolto. Si comprende strada facendo. Così è l’amore. Non si vive dopo averlo capito, ma si capisce sperimentandolo.

L’amore ricevuto, la parola dell’altro, diventa parola detta e ri-detta, amore donato. L’altro non è mai in silenzio, parla anche senza dire, anche con la sua assenza. Ascoltare è entrare in questo processo mai compiuto se non nella realtà dell’altro. Questa realtà, però, resta indisponibile, essendo l’altro completamente altro. Dunque il “dire” dell’altro resta l’unico accesso ad una possibilità di comunione. È memoria, perché rende l’altro presente in ciò che ha detto; è provocazione in quanto l’altro inquieta e, inquietando, feconda.

Tutto aiuta all’ ascolto e alla comprensione. Nessuno è escluso, se non chi si autoesclude. Questo ci basti: “…così sarà della mia parola, uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto,
senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”. (Is 55,10-11)

Anche per noi, la sera, sulle labbra del mare.

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