Prima del salto: quattro componimenti per riflettere sulla poesia contemporanea

di Zairo Ferrante

Queste quattro poesie nascono da una necessità personale.
Dopo un’analisi dello stato poetico attuale, ho avvertito l’esigenza di un netto taglio con il passato. Non per il gusto della contrapposizione, ma per la necessità di ricondurre la poesia a una dimensione a mio avviso più autentica, nella quale la sostanza di un’azione possa prevalere sull’estetica della sua rappresentazione.
L’immagine che meglio sintetizza questa esigenza è quella del rospo che chiude la prima poesia. Nel suo salto goffo non vede un limite, ma una possibilità. In quell’imperfezione riconosco una parola che preferisce rischiare piuttosto che adattarsi, una parola che accetta l’attrito del reale invece di rifugiarsi nella ricerca della forma.

Nei due componimenti centrali è presente una critica ad alcune mode oggi molto frequentate da parte di certi poeti e promotori culturali contemporanei. Più che un attacco, rappresentano la mia presa di distanza da un’idea di poesia che troppo spesso sembra privilegiare il consenso, la visibilità dell’autore o il riconoscimento rispetto alla forza dell’esperienza e della parola.
Infine, nell’ultimo componimento, la parola cazzo è utilizzata non per scandalizzare, ma per interrogarmi su una questione che considero essenziale: fino a che punto un linguaggio realmente vissuto può ancora essere coerente con la realtà senza perdere la propria dignità poetica?
Se la poesia vuole continuare a parlare dell’uomo, forse deve avere il coraggio di accogliere anche le parole che l’uomo pronuncia ogni giorno, senza trasformarle in artificio né censurarle per convenzione.

S’increspa

questa stracazzo di sera
si piega, offesa,
nell’arancione.
Senza scampo
la fine t’afferra
il petto e il braccio —
proprio il sinistro.
Ti mordi la lingua.
Saluti il giorno.
Qualche cicala gracchia
ancora,
i grilli s’affacciano timidi.
E tutto si confonde
sul finire.
Salta un rospo —
prove di volo.

Un coglione e altra plastica

Svendete parole
nei salotti lucidi.
Quattro applausi
tra gli amici degli amici.
Qualcuno piange.
Ha vinto un premio.
Sorpreso
lo sapeva soltanto da sei mesi.
Un coglione si autoselfa
steso in un letto d’albergo.
Pure lui si chiama poeta.
Io, che la poesia non la possiedo,
sorrido
mentre i poeti
— quelli di plastica —
l’ammazzano.

Fortunatamente

E no, non sono poeta.
Non amo consumare
l’amore, l’odore o il tempo.
E no, non chiamatemi poeta.
Non riesco a piegare le parole.
Assoggettarle all’uso
del convincimento.
No, non sono poeta.
Non seduco nessuno col fumo.
Non cerco approvazione nel verso.
No, non sono poeta.
Ho soltanto degli occhi e
forse un cuore da mostrare.
E no, fortunatamente,
non mi sento poeta.

Cazzo è il frutto

Da oggi nei miei versi
dirò cazzo senza pensarci.
Resterò umano e
voi mi riconoscerete
non dalla carne né dal sudore.
Ma dalla parola lo farete.
Quella masticata e sputata.
Quella vissuta e consumata.
Quella spaccata e incollata.
Cazzo: questo è il frutto mio.
E come detto nel Vangelo
tutti in me vedrete
non la macchina ma l’uomo.

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